Dopo quelle posizionate a Cunardo, la scorsa settimana, e a Luino, nella mattinata di ieri anche Mesenzana oggi ha accolto la sua “Pietra di inciampo”, dedicata ad una figura importante per la storia del paese: Luigi Bonomi, deportato varesino assassinato nei campi di sterminio.
Il progetto della “Pietra di inciampo” è stato portato avanti grazie all’impegno della presidentessa dell’ANPI Varese, Ester De Tomasi, raccolto dalla Provincia di Varese, che ha voluto sostenere l’iniziativa storico-culturale: tante le città e i paesi in cui sono state posizionate, in queste settimane, queste “mattonelle”, in ricordo dei caduti della Seconda Guerra Mondiale.
Importante è stato anche il coinvolgimento delle studentesse e degli studenti dell’Istituto Comprensivo “E. Zuretti” di Mesenzana, con la dirigente scolastica Katia Fiocchetta. Dopo essersi ritrovati davanti al Municipio e aver camminato in corteo verso via Pianazzo e Piatta, luogo in cui abitava prima di partire per la guerra, a vent’anni, i bambini e i ragazzi di terza media si sono alternati nel leggere pensieri e poesie per ricordare Luigi, mentre la quinta elementare, insieme alla maestra Erica, ha intonato l’Inno di Mameli, cantato nella sua versione integrale. Qui sono stati i piccoli Emma Gaviglia e Matteo Panizzoli, i parenti alla lontana più giovani, a porre la “Pietra di Inciampo” davanti casa di Bonomi.
«Già 2200 anni fa gli autori Plauto e Terenzio si sono espressi condannando l’uomo quando diventa carnefice di sé stesso – commenta il sindaco Alberto Rossi -. Noi dobbiamo fare tesoro di tutte le cose buone, perchè chi non ha storia del passato non può costruire un futuro migliore. Se noi siamo in grado di perdonare, come ha fatto Gesù Cristo dalla croce, saremo in grado di superare odio e guerre, ma dobbiamo riuscire a mettere davanti a noi tutte le buone qualità, per arrivare a quello che diceva il grande filosofo tedesco Hegel, “Pongo conto, ma poi poniamo assieme“, l’unità delle cose è fondamentale per arrivare al bene comune. Un particolare ringraziamento a tutti da parte mia».
«Come Moro, anche Luigi Bonomi fu un combattente del San Martino insieme a mio padre, e anche lui è stato deportato a Mauthausen – commenta la presidentessa ANPI Varese, Ester De Tomasi -. La location della casa di Luigi è stupenda non ci ero mai stata, dopo la sua proprietà sua finisce il mondo ed inizia il bosco, è un posto stupendo, la casetta sembra greca».
«Oltre Emma e Matteo era presente anche Elena, tutti e tre nipoti di Luigi – prosegue ancora De Tomasi -. Mi ha colpito molto la scelta dell’amministrazione comunale, che ha messo la pietra in mezzo alla strada: in quel tratto le persone, nonostante ci sia la possibilità di transitare per le automobili, camminano tranquillamente: in questo modo potranno inciampare realmente. Sono rimasta commossa anche per come i docenti hanno preparato i piccoli studenti, in pochissimo tempo. Sono stati bravissimi».
Alla manifestazione hanno partecipato, oltre ai famigliari di Luigi Bonomi, la presidentessa dell’ANPI provinciale Ester De Tomasi, il consigliere provinciale Simon Longhini, la ricercatrice storica Francesca Boldrini, il primo cittadino Brenta, in rappresentanza della Comunità Montana, Gianpietro Ballardin, e rappresentanze dell’Arma dei Carabinieri di Luino, del Gruppo Alpini di Mesenzana, della Protezione civile e dell’Associazione Militari in Congedo.
La biografia di Luigi Severino Bonomi, letta da una studentessa di terza media.
Luigi Severino Bonomi di Sperindio e di Vittoria Giorgetti nacque a Mesenzana il primo settembre 1920. Esercitava il mestiere di stuccatore e coltivava la passione per la musica. Il 18 marzo 1940 fu richiamato alle armi al 1° Reggimento Minatori del Genio, 2° Battaglione. L’11 giugno 1940 venne inviato «in territorio dichiarato in istato di guerra […] nella 2ª compagnia del 4° Genio» (Fronte Occidentale), dove rimase fino all’8 aprile 1941, quando partì per il fronte greco-albanese.
Dal settembre 1941 al novembre 1942 fu più volte ricoverato in vari ospedali da campo, tanto che l’8 novembre 1942, dopo esser stato dimesso dall’ospedale di Atene, fu «giudicato idoneo ai soli servizi sedentari per ernia irriducibile e contenibile».
Rientrato in Italia venne trasferito il 27 dicembre 1942 al Comando Deposito del 1° Reggimento Genio di Vercelli. Le precarie condizioni di salute resero necessari ricoveri presso gli ospedali militari di Alessandria, Voghera e di Acqui.
L’8 settembre 1943 si trovava in servizio a Vercelli. «Sbandantosi in seguito agli eventi sopravvenuti all’armistizio», dal 9 settembre 1943 fu considerato «in licenza illimitata senza assegni». Entrò a far parte, col grado di soldato, della formazione partigiana “Gruppo Cinque Giornate”, acquartierato sul monte San Martino, in Valcuvia, agli ordini del ten. col. Carlo Croce, con molta probabilità dall’8 novembre (data di arrivo al San Martino di Carlo ed Eugenio Paretti di Mesenzana) al 16 novembre 1943.
Successivamente, il 13 dicembre 1943, si arruolò nell’Esercito Repubblicano per poi allontanarsi il 17 gennaio 1944 dal 15° Deposito Misto Provinciale, rifugiandosi in famiglia. Rastrellato dai nazifascisti, il 17 gennaio 1944 fu condotto nel carcere dei Miogni di Varese con l’accusa di aver partecipato a una banda armata, per poi passare il 16 marzo successivo al carcere giudiziario di Parma e infine esser deportato, con la qualifica di Schutz haftling (prigioniero politico, deportato per motivi di sicurezza), il 12 luglio 1944 a Mauthausen.
In questo campo di sterminio gli furono assegnati come numero di matricola il 76261 e, come segno di riconoscimento, da apporre sulla giubba, un triangolo rosso con la sigla della nazione di appartenenza (IT – Italia). Dal 12 luglio al 26 novembre 1944 fu presso il Baukommando I, il Comando Costruzioni, un reparto di detenuti addetti a compiti di scavo e costruzioni, con incombenze piuttosto pesanti.
Il 27 novembre 1944 fu trasferito al sottocampo di Gusen, per poi tornare il 18 marzo 1945 a Mauthausen dove venne assassinato il 26 aprile 1945.
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