Varese | 28 Novembre 2019

Quale destino attende le montagne del Varesotto dal Campo dei Fiori al Monte Lema?

Un'analisi dell'attuale situazione in montagna, tra Varese e il nord della provincia, con uno sguardo al futuro e alle prossime sfide da affrontare

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(articolo del dottor agronomo Valerio Montonati) L’abbandono delle aree montane di casa nostra è una realtà che ciascuno di noi può chiaramente percepire facendo semplicemente una passeggiata sui sentieri che salgono sulle alture delle prealpi domestiche, come l’amato Campo dei Fiori, la montagna varesina per eccellenza, oppure una gita in auto sulle principali montagne a nord del capoluogo: la traversata ValgannaCuasso al Monte, passando dall’alpe del Tedesco, il passaggio CittiglioPorto Valtravaglia, passando da Vararo e dalla località Sant’Antonio, oppure arrampicandosi dalla Val Veddasca o dalla val Dumentina in Forcora oppure sul monte Lema verso Monteviasco di Curiglia (scendendo prima al ponte di Piero per poi dover proseguire a piedi sulla nota scalinata) oppure a Pradecolo di Dumenza.

Le attività agricole nelle aree montane provinciali sono sostanzialmente scomparse; infatti è difficilissimo identificare, tra i pochi appezzamenti pianeggianti od in moderata pendenza, superstiti dall’avanzare dei boschi, dei terreni coltivati con cereali, con orticole o con piante da frutto arboree (si salvano i piccoli frutti con micro produzioni ben celate dalle coltri boschive) mentre le realtà zootecniche già drasticamente ridottesi nel dopo guerra sono ormai delle rarità e i pochi imprenditori che ancora resistono debbono lottare quotidianamente per garantire il foraggio agli armenti (ormai per lo più caprini) con forniture di fieno che, sempre più spesso, proviene dalle pianure se non da altre regioni essendo sostanzialmente scoparsi i prati adatti al pascolo o alla fienagione.

Queste realtà, gestite da veri e propri eroi che, grazie alla qualità dei formaggi che producono ed all’attrattività degli agriturismi allestiti in località strategiche, per il paesaggio che sanno offrire e nonostante la recente penuria di contributi dai fondi europei, garantiscono il minimo presidio del territorio e sono la prima linea di difesa dal dissesto idrogeologico, debbono essere sostenute ed anzi incrementate sia con adeguati fondi economici (cominciando dal Programma di Sviluppo Rurale, attualmente, nella sostanza, assente da tutto il comparto montano provinciale a causa del vergognoso taglio dei GAL locali dovuto all’assurdo metodo di mettere in competizione le realtà montane come se ognuna di esse non dovesse essere sostenuta adeguatamente indipendentemente da ogni altra considerazione) e riducendo i carichi (sia economici che temporali) conseguenti alle prassi amministrativo – burocratiche.

Peggiore è, ancora, il panorama del settore forestale con migliaia di ettari di boschi abbandonati da decenni e, salvo alcune situazioni particolari come le faggete in quota, specie dove sia stata riqualificata la viabilità forestale storica (personalmente ho seguito questo comparto per alcuni anni ristrutturando almeno una ventina di chilometri di piste forestali talvolta ridotte a sentieri difficilmente praticabili sui massicci del monte Lema, della Forcora e del monte San Martino), oggi in grado di offrire qualche guadagno agli operatori del settore.

La nostra amata montagna varesina è, in proposito, da prendersi in primaria considerazione cominciando proprio dal comparto boschivo che versa in condizioni pietose, pronto a tornare alla ribalta solo in occasione di nuove “Performance” della “Delinquenza piromane”.

Risalendo le pendici del Campo dei Fiori, tralasciando i percorsi cartografati, più battuti e conosciuti, si può riconoscere (chi ha l’occhio per farlo) un fitto reticolo di piste e strade forestali un tempo costantemente impiegate dagli abitanti delle castellanze varesine e dei paesi sorti sulle sue pendici per l’esbosco del legname, frutto della periodica ceduazione dei boschi, dei carichi di foglie (il mitico strame) usate per comporre la lettiera dei micro allevamenti domestici, i gerli di castagne frutto della coltivazione di castagneti e selve castanili, spesso completati da cospicui cestini di porcini ed altri funghi eduli. Nelle aree più esposte al sole e meno impervie, talvolta organizzate in terrazzamenti, si produceva anche uva ed altra frutta, ortaggi e cereali per alimentare gli animali da cortile.

Ricordo bene, in proposito, gli ultimi vigneti di Avigno (il rione dove sono cresciuto e che secondo alcuni proprio alla presenza delle vigne deve il toponimo) circondati da frutteti con meli, peri e ciliegi, gli ultimi appezzamenti coltivati a mais ed i prati stabili dove, d’inverno o in primavera, dopo il taglio maggengo, si andava a giocare al calcio liberamente.

Di tutto ciò non è rimasto nulla ed anche le antiche piste sono quasi del tutto scomparse, assolutamente impraticabili dai moderni trattori, faticosamente percorribili a piedi con passaggi talvolta difficoltosi nei tratti dove la natura ha fatto il suo corso aprendo voragini e formando smottamenti che presto diverranno vere e proprie frane. E da lì che, a mio modesto avviso, occorre prontamente avviare un programma di rilancio del monte varesino: rintracciare ogni percorso storico attraverso le vecchie mappe, il ricordo degli anziani ancora in grado di guidarci sulle vetuste tracce, la fatica di percorrere la montagna in lungo ed in largo leggendo ed interpretando il territorio con l’occhio clinico di chi è del mestiere.

Quindi procedere con assoluta celerità con progetti di recupero funzionale di questi tracciati ed insieme trovando strade amministrative (esperienze già praticate nel territorio provinciale) affinché l’ente pubblico possa sostituirsi al privato là ove si individui inerzia certa nel voler affrontare il tema della gestione forestale. Stimolare con ogni mezzo la formazione di nuove aziende agricole, almeno alle falde del massiccio, proponendo, per esempio, il recupero di quelle selve castanili, ancora presenti sulla bassa cintura montuosa e, per dire il vero, anche nella nostra bella città di Varese.

E che non si venga a dire che mancano le risorse quando, forse per la prima volta nella sua storia, Regione Lombardia corre il serio rischio di perdere, al 31 dicembre prossimo venturo (vedasi la tabella allegata ultime colonne e percentuale a rischio disimpegno), oltre novanta milioni di euro dei fondi del Programma di Sviluppo Rurale (tra fondi dello stato: voce Spesa Pubblica e fondi europei: voce FEASR).

Verranno a raccontarci che non è più possibile modificare una programmazione che si è rivelata gravemente lacunosa nella sua impostazione (rivelatasi decisamente sbilanciata tra montagna e pianura) e addirittura vergognosa nella sua definizione in bandi talmente complicati e infarciti di clausole da far desistere la gran parte degli imprenditori del settore che, infatti, in moltissimi casi hanno rinunciato a richiedere dei contributi ai loro progetti tralasciando, per lo più, gli stessi programmi con ripercussioni sicuramente negative per l’intero sistema rurale.

Che la classe politica di governo, quindi, si sieda con i propri dirigenti locali e di Bruxelles (strapagati anche con i nostri quattrini!) e trovi delle soluzioni applicabili con le regole esistenti o trovi il coraggio di pretendere la modifica di quei regolamenti, che da troppi anni penalizzano il nostro paese in favore di altri “Soci” comunitari forse solo più “Furbi” di noi. Alla faccia della nostra nomea nel mondo!

Il destino delle nostre montagne sarà, dunque, segnato da un triste finale di abbandono totale con tragiche ripercussioni per gli abitanti di valle che si troveranno a subire i nefasti effetti del dissesto idrogeologico (eventi, per altro, del tutto naturali ed in perfetta sintonia con i cicli geologici del pianeta terra) sempre che non si provveda per tempo investendo risorse economiche sugli aspri territori montani e su persone appassionate e volenterose che ben saprebbero presidiarli tornando ad addomesticarli come i montanari di un tempo.

Personalmente ho già messo a disposizione l’esperienza maturata sulle nostre prealpi all’amministrazione comunale di Varese ed al sindaco che la guida, così come ho fatto negli anni passati in Veddasca e Dumentina con i loro amministratori, con un nuovo slancio volto a stimolare, con idee progettuali, enti ed operatori economici della nostra amata montagna e delle sue sorelle che dalla Cima Paradiso si ammirano fino all’orizzonte.

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