Luino | 21 Ottobre 2019

Premio Chiara alla Carriera, Pupi Avati ammalia il Teatro Sociale di Luino

Si è tenuta ieri pomeriggio la cerimonia di consegna del riconoscimento, con una coinvolgente intervista tra risate e riflessioni sulla vita e sul mondo del Cinema

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Un pomeriggio tra risate e momenti di riflessione, quello di ieri, domenica 20 ottobre, al Teatro Sociale di Luino, dove il noto regista, scrittore e sceneggiatore Pupi Avati ha ricevuto il prestigioso Premio Chiara alla Carriera.

Tantissimi i luinesi, nonostante la pioggia battente, che hanno riempito la sala per questa 31esima edizione dell’iniziativa organizzata dall’associazione Amici di Piero Chiara. Anche quest’anno sul palco a condurre l’evento è stata Claudia Donadoni, che dopo i saluti alle autorità presenti, tra le quali il sindaco di Luino, Andrea Pellicini, e il vicesindaco di Varese Daniele Zanzi, ha invitato sul palco il protagonista della serata insieme ai suoi intervistatori, il critico cinematografico e giornalista Mauro Gervasini, e lo scrittore Andrea Vitali.

Una lunga chiacchierata quella con il regista bolognese che, come fatto notare subito Vitali, è anche uno scrittore che ha affrontato diversi aspetti del mondo del cinema e aneddoti legati alla propria carriera, facendo più volte scoppiare il pubblico in fragorose risate oltre che in sentiti applausi.

Già alla primissima domanda, un commento sulla definizione data di lui da sua madre “è molto buono, ma un po’ troppo bugiardo”, Avati ha risposto con una riflessione: “Se non ci si raccontassimo qualche bugia, la vita sarebbe insopportabile”, seguita subito da un racconto che ha fatto immediatamente sorridere la platea: “Quando ricevetti i finanziamenti per girare il mio primo film, la notte prima di iniziare le riprese scrissi già il mio discorso di ringraziamento per l’Oscar! Illudersi è importante e utile: mentire a noi stessi non è scorretto, serve a sopravvivere”.

Durante l’intervista si è parlato anche dell’ultimo film del regista, “Il signor Diavolo”, tratto proprio dal suo ultimo libro, con qualche nota polemica sull’infausta data di uscita della pellicola (prima dell’inizio del Festival del Cinema di Venezia), sui rifiuti, ben sei, ottenuti per poterla realizzare e sulla difficoltà di riuscire a dare la giusta visibilità al cinema italiano. “È doloroso vedere che non ci difende più nessuno”, ha infatti sottolineato Avati, raccontando poi che per il successo di un film è fondamentale “la giusta quantità di dosaggio tra autore e genere, rendendo sempre riconoscibile chi lo ha realizzato”.

La chiacchierata è proseguita attraverso il racconto della collaborazione con Pierpaolo Pasolini e Sergio Citti, per la sceneggiatura di “Salò e le 120 giornate di Sodoma”, di cui Avati ha raccontato le diverse fasi che hanno portato alla produzione del film senza la sua inclusione nei crediti finali. “Ho visto soltanto un pezzo del film, poi sono uscito dalla sala. In quella pellicola c’è qualcosa di definitivo, come preannunciasse la sua morte, questo è il motivo principale per cui non riesco a guardarlo”, ha spiegato il regista in merito.

Ma Avati non si è risparmiato, e con toni sempre ironici e attraverso aneddoti divertenti, propri di chi “è abile nel raccontare”, come sottolineato da Vitali, ha ricordato anche gli inizi della sua carriera, il desiderio di diventare regista nato dopo aver visto “Otto e mezzo” di Fellini, il suo rapporto con la provincia abbandonata proprio dopo il suo esordio cinematografico, e la collaborazione professionale con il fratello Antonio.

Una domanda di Vitali poi, ha toccato un concetto espresso da Avati nella sua autobiografia, quello della “nostalgia del presente”. “È una specie di ossimoro, che mi insegnò Hermes Pan, il coreografo di Fred Astaire e Ginger Rogers. Quando gli chiesi cosa provava mentre lavorava con loro ai vari noti musical, mi disse la ‘nostalgia del presente’, perché sapevo che si trattava di un momento bellissimo che non si sarebbe mai ripetuto”, ha raccontato il regista. La sensazione di un momento che si è consapevoli che un giorno farà piacere ricordare quindi, come sarà sicuramente questa serata per molti presenti.

Un incontro che certamente ha mostrato Pupi Avati nel suo essere vero e sincero, che ha regalato al pubblico un momento speciale e intimo, come sottolineato in conclusione dal sindaco Andrea Pellicini: “Questa è stata una serata bellissima per Luino, Pupi Avati è stato veramente generoso con il pubblico e di una grandissima simpatia. Ha dato grande dimostrazione del suo grande talento cinematografico ma soprattutto umano”.

La motivazione del Premio Chiara alla Carriera: “A un grande cineasta, che nella sua lunga produzione filmica, ma anche in quella squisitamente narrativa e meno nota, ha saputo giostrarsi con abilità su vari livelli espressivi, senza richiami modaioli e concessioni a gusti transitori, guidato da una misura che è qualità dell’animo“.

Negli ultimi anni il premio è stato a Luis Sepúlveda (2014), a Daniel Pennac (2015), a Lina Wertmüller (2016) e a Valerio Massimo Manfredi (2017) e lo scorso anno a Dacia Maraini. Nella passate edizioni il riconoscimento è andato anche a Giuseppe Pontiggia, Giovanni Pozzi, Claudio Magris, Luigi Meneghello, Giorgio Orelli, Raffaele La Capria, Mario Rigoni Stern, Alberto Arbasino, Luigi Malerba, Dante Isella, Carlo Fruttero, Andrea Camilleri, Franca Valeri, Paolo Villaggio ed Ermanno Olmi.

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