Brissago Valtravaglia | 16 Giugno 2019

Brissago Valtravaglia, un viaggio nel passato all’osteria del Bagàtt tra briscola e omicidi passionali

Dopo il racconto di Giorgio Roncari, che narrava le storie di osteria del territorio luinese, pubblichiamo un testo del professor Carlo Banfi uscito su "Linea Cadorna"

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“Tal chì ‘l Pèdar” fu l’accoglienza della vecchia Linda del Bagàtt, non appena varcata la soglia dell’osteria. Ma prima l’aveva investito il tiepidino della stufa e il fumo delle sigarette con frammisto il sentore del toscano del don Paolo e della pipa del Vittorino falegname, e la loro presenza al tavolo delle carte l’aveva confermato.

“Ta sèt in ritàrd par la brìscula. In ch ö te tuca guardà”. Dalla tacca col gesso sulla lavagnetta aveva visto che erano già alla seconda mano e la prima l’aveva vinta il don Paolo col Togn, il prestinaio che stavolta lo aveva anticipato sull’arrivo. Era un uomo gioviale e di compagnia. Aveva imparato il mestiere ad Alessandria d’Egitto, impastando il pane per gli immigrati italiani. Sosteneva di aver incontrato il poeta Giuseppe Ungaretti.

Ma la sua fama in paese era legata a una targhetta-encomio vergata nientemeno che dal Tenente Colonnello “mezza tacca” ai tempi dei lavori della Linea Cadorna. C’era stata una gara tra panettieri indetta dal Comando, forse per coinvolgere la gente di paese che non sempre di buon grado accettava la presenza coercitiva dell’esercito e il continuo arrivo di manodopera da diverse regioni italiane.

La competizione stava tutta nella preparazione di una pagnotta, ben cotta, naturalmente – ma qui ci arrivavano tutti perché preparare il pane era un’arte – dal peso di mezzo chilo. Chi si avvicinava di più a questo obbiettivo, avrebbe ottenuto la fornitura per la caserma in Vallalta. Quando hanno pesato la forma sfornata dal Togn, l’ago della bilancia segnava il mezzo chilo spaccato alla precisione.

Nell’osteria c’era la quiete. Teneva banco solo l’asciutto fraseggiare delle due coppie che si fronteggiavano a briscola. Parole scarne, colorite. La presenza del don Paolo costringeva ad evitare i doppi sensi. Il “ta ghe no un stòpac Ü?” diventava un “ta ghe no un piscinìn?”. In quel gioco, però, che ti permette di vincere è la mimica, che deve notare solo il tuo compagno che hai di fronte, guai se sveli la tua forza o debolezza agli avversari.

Gli occhi balenano. Si aspetta un attimo di distrazione dei rivali per segnalare. La parola deve celare e dissimulare. Trappole tese perché chi gioca contro ci caschi. Il colpo di teatro è nel finale, quando il socio può vedere le carte del compagno. Si scambiano basse sul tavolo e si studiano le possibilità delle ultime tre giocate. Mentre le si memorizza, si preparano i piani. Poi si restituiscono. In quel frangente si possono contare i punti fino a quel momento realizzati. Se non c’è possibilità, la partita finisce lì, con le carte buttate in segno di resa incondizionata.

Se la mano prosegue, la vincita la si gioca lì ed è in svantaggio chi deve tirare per primo. La discussione si anima e si accende dopo, col senno di poi, mentre si procede alla conta. Se lo scarto è di uno o due punti, dai toni – per uno che non è abituato – parrebbe quasi scapparci la lite. Ma è solo una fiammata. Il pari è raro, ma capita e acqueta tutti, non senza rimpianti. Poi le carte, pesanti come tegole, passano a chi è di mazzo, si segna la tacca sulla lavagnetta col gesso, si mesce e si sorseggia il vino.

Dal Bagàtt arrivano con gli avventori le novità a tenere banco. Quella che prima della guerra aveva creato più scalpore e raccapriccio riguardava un omicidio passionale, accaduto in paese. Ne aveva fatto le spese il Vitalini, ammazzato da uno zio, commerciante di legna, che gli aveva spaccato il cranio col soffietto da camino, il primo aggeggio che gli era capitato tra le mani quando la mente non ragionava più, perché aveva sorpreso il nipote a letto con la serva, che invece era di sua abituale pertinenza.
Lo zio aveva già sospettato qualcosa e aveva minacciato il giovane che se lo scopriva con le mani… nel sacco, l’avrebbe pagata cara. Quello forse non credeva che poteva arrivare a simile reazione, o forse quando si è giovani ci si lascia convincere più facilmente della propria invulnerabilità e spregiudicatezza.

Fatto sta che lo zio si è preso l’ergastolo e il nipote è finito sotto terra. All’Enrico scultore è toccato il compito di realizzare il monumento funerario, in marmo bianco, con in bassorilievo il busto del Vitalini, una somiglianza col reale che ha dell’incredibile. L’ornato floreale adorna e rompe quella pesantezza e lascia quasi trasparire una testimonianza imperitura di affetto per quella dipartita così tragica.

Fonte da un racconto di Carlo Banfi pubblicato nel libro “Linea Cadorna”.

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