Laveno Mombello | 4 Maggio 2019

“Lettera in difesa della lingua italiana, per aprirsi al mondo mantenendo l’identità culturale”

Una lunga riflessione riguardante fascino, storia e peculiarità della nostra lingua, messa a confronto con dati e pareri illustri, all'influenza degli anglicismi

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Una lunga lettera, a sfondo culturale, è quella inviata in redazione da Alberto Morandi, cittadino lavenese che già in passato ha inviato testi molto interessanti sotto il profilo storico ed intellettuale.

Dopo aver affrontato temi riguardanti il Medioevo, i crimini di guerra degli italiani in Jugoslavia, i dodici universitari allontanati dall’insegnamento per aver rifiutato il fascismo, la lectio magistralis del cardinal Ravasi e l’importanza della storia nelle scuole, con una lettera inviata al premier Conte, oggi Morandi vuole porre l’attenzione sulla tutela della lingua italiana.

A preoccupare Morandi è l’aumento considerevole dell’uso degli anglicismi, una quotidiana tendenza, in qualsiasi settore, che sta portando ad uccidere la nostra lingua italiana. “Difendere l’italiano – spiega – non significa escludere i contributi che altre lingue possono portare, ma aprirsi al mondo mantenendo la propria identità culturale”.

Ecco il testo inviato alla redazione.

Egregio Direttore,

in occasione degli esami di Stato, i vecchi esami di “Maturità”, alle scuole superiori, con la presente, non nutrendo alcuna vuota velleità “sovranista” ma solo una sincera passione culturale, mi permetto di disturbarLa per rappresentare la quotidiana tendenza, in qualsiasi settore, a uccidere la nostra lingua. Oltre alle attività commerciali non esiste luogo pubblico, comprese istituzioni pubbliche come le scuole e le università, in cui non prevalga l’uso dell’inglese tanto da considerare superfluo l’italiano anche quando abbiamo vocaboli appropriati nella lingua italiana per esprimere gli stessi concetti.

Una lingua non è solo uno strumento di comunicazione e di informazione ma è innanzitutto la più importante realtà identitaria di un popolo. Non avremmo avuto il Risorgimento e l’Unità nazionale se non ci fosse stata una lingua comune, all’inizio certo solo per i letterati, che si diffondeva in tutti gli ambienti culturali e siamo usciti dall’analfabetismo, dopo la seconda guerra mondiale, grazie alla diffusione di una lingua nazionale condivisa,

Certo è necessario studiare un’importante lingua come l’inglese per motivi economici, finanziari e scientifici ma nel rispetto della nostra grande cultura infatti l’aumento continuo degli anglicismi a seguito della globalizzazione con la necessità di utilizzare alcuni termini nel linguaggio commerciale e finanziario internazionale per la preminenza internazionale anglosassone non giustifica la sostituzione dell’italiano nell’ambito civile e sociale a favore dell’inglese, lingua di origine germanica portata dalle popolazioni anglosassoni con la conquista della Britannia, provincia romana, durante il V° secolo.

La Società Dante Alighieri ha affermato che vi è stato un aumento del 40% di studenti stranieri che scelgono di studiare l’italiano, più di 200.000 allievi da tutto il mondo; oggi l’italiano, per la grande cultura che rappresenta, è la quarta lingua più studiata dopo l’inglese, lo spagnolo e il cinese eppure la televisione, che negli anni ’50 e ’60 ha contribuito all’unificazione linguistica degli italiani, divulga sempre più termini in inglese. Dopo il recupero dell’illustre latino classico nell’umanesimo da parte dei letterati del ‘400, l’italiano è stata la lingua degli artisti del Rinascimento nel ‘500 inoltre pochi sanno che nell’Inghilterra del XVI° secolo, ai tempi di William Shakespeare, gli uomini di cultura studiavano e parlavano l’italiano.

Difendere l’italiano non significa escludere i contributi che altre lingue possono portare, ma aprirsi al mondo mantenendo la propria identità culturale con un uso appropriato e consapevole delle parole senza subordinare la nostra lingua ad altre culture straniere in un servilismo intellettuale segno di povertà culturale. Le nostre Istituzioni politiche e amministrative dovrebbero tutelare la nostra lingua sul territorio nazionale, ma responsabile di questo vuoto proliferare di anglicismi in Italia è stato persino un Presidente del Consiglio dei Ministri che ha usato un inutile anglicismo come “Jobs Act” per intitolare una Legge della Repubblica.

Oggi sono circa 4000 gli anglicismi penetrati nella lingua italiana in ogni settore, mentre viene sempre più imposto l’uso dell’inglese nell’ambito economico e finanziario e nella comunicazione; circa la metà dei neologismi riportati nei dizionari Zingarelli e Devoto Oli è in inglese. Nella democratica Francia la Costituzione del 1958 prevede la difesa della lingua francese quale lingua della Repubblica e nel 1975 la legge ha stabilito il divieto di utilizzare qualsiasi termine inglese nei documenti ufficiali, nella pubblica amministrazione, nella pubblicità; al contrario la Costituzione italiana, all’art. 6, tutela le minoranze linguistiche ma non contempla il riconoscimento dell’italiano come lingua ufficiale della Repubblica Italiana. Molti termini inglesi che oggi ricorrono inutilmente nei discorsi dei politici e nell’amministrazione pubblica, negli articoli giornalistici, nei servizi televisivi e nella comunicazione commerciale hanno efficaci corrispondenti in italiano.

Vi è da difendere un’identità collettiva e culturale che storicamente si è costruita proprio attraverso la lingua; molti italiani sono convinti di parlare una lingua periferica e decaduta e perciò cercano di sostituirla con l’inglese pensando così di diventare più internazionali e più importanti. L’interesse per lo studio dell’italiano viene collegato con il nostro grande patrimonio artistico-letterario, trattato però come un’eredità del passato solo per studiosi e letterati, ma spesso ci dimentichiamo che sulla lingua si fondano i legami sociali e che la lingua rappresenta il principale strumento di comunicazione di una comunità per integrare i propri cittadini in tutti i suoi aspetti politici.

Il Senato Accademico del Politecnico di Milano nel 2011 aveva deliberato di adottare il solo inglese per tutti i corsi di laurea, così nel 2014 l’Accademia della Crusca ha preso posizione contro simili iniziative finché per fortuna la sentenza n. 42/2017 della Corte Costituzionale ha escluso la legittimità di interi corsi di studio tenuti in una lingua diversa dall’italiano al fine di «garantire pur sempre una complessiva offerta che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento».

Ogni lingua evolve e cambia con il mutare della società e con il passare del tempo, altrimenti noi parleremmo ancora la gloriosa e ricca lingua latina (patrimonio comune che univa molti popoli che abitavano l’Europa occidentale e meridonale, il nord-Africa e il vicino oriente e che è stata il collante culturale comune dell’Europa per oltre quindici secoli), anche con scambi di vocaboli con altre lingue, ma corrompere e ignorare inutilmente la propria lingua è uno stolto attentato alla rappresentazione e all’espressione di una cultura e di una civiltà per giungere a un mondo globalizzato in cui la comunicazione sia basata sui dialetti locali e sul “basic english”, che significa svilire la nostra identità culturale.

Secondo Francesco Sabatini, linguista e filologo, Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, “Le lingue per fortuna cambiano, dobbiamo però evitare di stravolgere rapidamente le costruzioni, altrimenti rischiamo di non capirci più. (…) Per eccesso di velocità e per via del lessico ristretto la lingua dei ragazzi rischia una riduzione, un impoverimento. (…) Introdurre parole da altre lingue può essere necessario, soprattutto in alcuni ambiti, tuttavia bisognerebbe tradurre e adattare le parole straniere alla pronuncia e alla grafia italiana altrimenti si rischia una corsa verso la parola straniera che crediamo di aver capito, ma magari proprio chi la usa non ne conosce il significato e crea una confusione generale”, e secondo Giacomo Leopardi “Conservare la purità della lingua è un’immaginazione, un sogno, un’ipotesi astratta, un’idea non mai riducibile ad atto”, tuttavia “la libertà nella lingua dee venire dalla perfetta scienza e non dall’ignoranza” e la novità che si vuole introdurre deve essere “giudiziosa e conveniente”.

La povertà lessicale di tanti ragazzi rende loro difficoltosa la lettura di un libro; il linguaggio è sempre più semplificato, la forma sempre più trascurata con errori grammaticali, sintattici e lessicali anche nei programmi televisivi. In un Paese in cui l’analfabetismo strutturale raggiunge il 25%, in cui il livello medio d’istruzione si arresta alla scuola dell’obbligo, in cui per la maggioranza della popolazione i libri sono sconosciuti e la fonte d’informazione e di “cultura” è costituita da mediocri programmi d’intrattenimento televisivo, l’importanza della lingua non risulta solo quale mezzo di comunicazione ma soprattutto quale segno di una civiltà e di un’identità collettiva e personale.

Secondo l’ISTAT nel 2016 il 70% degli italiani risultava analfabeta funzionale poiché non in grado di comprendere la lingua quando tratta questioni complesse di natura sociale, economica e politica, con un livello di comprensione elementare della lingua, infatti il 18,6% non ha mai letto un libro né un giornale. La maggioranza degli italiani parla una lingua molto povera e conosce pochissime parole e riesce a comporre solo frasi elementari e concetti banali. Una buona formazione culturale non consiste soltanto nell’acquisizione di competenze digitali e informatiche, sempre più fondamentali per fare carriera nel mondo del lavoro, ma anche e soprattutto nell’acquisizione di una cultura di base come saper leggere e scrivere correttamente nella propria lingua.

Secondo un’opinione comune l’inglese è una lingua più sintetica ma in verità vi è un ingiustificato complesso di inferiorità verso l’angloamericano; l’italiano non è una lingua povera e semplice come l’inglese infatti deriva dal latino ed è espressivo, chiaro, semplice ed essenziale in ogni ambito.

Il volgare toscano, poi divenuto italiano, si è affermato con la letteratura nel XIII° e nel XIV° secolo e si è imposto come lingua comune letteraria nel XVI° secolo con la costituzione dell’Accademia della Crusca nel 1583 e con la redazione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, primo vocabolario della lingua italiana, nel 1612. Quale storia avrebbe avuto l’Italia se non ci fossero stati grandi letterati, filosofi, artisti e scienziati che si sono espressi in italiano quali Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Leonardo da Vinci, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Giambattista Vico, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi?

Noi abbiamo una grande cultura millenaria di tradizione greco-romana, però la ignoriamo e un popolo che dimentica la propria storia e la propria cultura è destinato al declino. Il popolo italiano dovrebbe imparare dagli antichi greci i quali, dopo essere stati conquistati con le armi dai Romani, conquistarono a loro volta Roma con le arti, con la filosofia e con la letterattura: “Graecia capta ferum victorem coepit”!

Mi è gradita l’occasione per porgerLe i miei più cordiali saluti.

Alberto Morandi
Laveno Mombello

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