29 Maggio 2016

Da Porto Valtravaglia Montagnini e le “Crisi umanitarie dimenticate”: la testimonianza di un operatore di MSF

Tempo medio di lettura: 5 minuti

“Quando parliamo di crisi umanitarie, riferendoci ora a quelle dimenticate, intendiamo quelle situazioni che noi medici chiamiamo cliniche, le quali riguardano i bisogni di salute delle persone, in cui c’è una sproporzione enorme tra la necessità delle persone e la disponibilità delle risorse che noi abbiamo per poterle soccorrere”.

Da Porto Valtravaglia Montagnini e le "Crisi umanitarie dimenticate": la testimonianza di un operatore di MSF

Con queste parole il medico-anestesista Luigi Montagnini ha introdotto l’incontro “Crisi umanitarie dimenticate”, tenutosi venerdì sera a Porto Valtravaglia. “Sono le crisi che noi comunemente vediamo al telegiornale e, anche se le vediamo in tv, sono crisi di cui non conosciamo né la dimensione, né le ragioni, né riusciamo a capire cosa vivono e cosa provano le persone coinvolte direttamente in queste crisi. Alle due parole ‘crisi umanitarie’, che è quello di cui noi Medici Senza Frontiere ci occupiamo, ho aggiunto quella di “dimenticate”, perché spesso non ne parliamo, o ne parliamo solo quando ci fa comodo e quando ne subiamo in qualche modo le conseguenze o quando c’è di mezzo qualche super-potenza”.

Dieci anni di esperienza con una delle organizzazioni non governative tra le più grandi del mondo e otto missioni in territori colpiti da crisi sanitarie per l’operatore umanitario, originario della provincia di Varese, che usa parole forti per rendere più incisiva la sua esperienza che, a differenza delle notizie giornalistiche, è fatta di emozioni autentiche: Montagnini è appassionato, sensibile, coinvolto e soprattutto coinvolgente, ed accompagna le persone sedute in sala, almeno per una sera, nei centri di assistenza ostetrica in Siria o negli ospedali in Afghanistan, prestando loro i suoi occhi, per poter vedere quello che realmente succede.

Quattro “hashtag” per altrettanti sentieri che gli operatori di “Medici Senza Frontiere” stanno percorrendo: #notatarget, #afairshot, #awalktobeautiful e #safepassage.

#notatarget: non è un obiettivo. Kunduz, Afghanistan, una zona strategica e isolata. “Nel 2011 siamo tornati in Afghanistan, che avevamo lasciato nel 2004, dopo l’uccisione di cinque nostri operatori, perché ci siamo resi conto che lo stato di salute del popolo afgano era pessimo, nonostante la presenza di organizzazioni sanitarie governative”. Nel decennio tra il 2000 ed il 2010 questo paese è stato uno degli unici due al mondo, insieme ad Haiti, in cui gli indici di salute erano peggiorati. “Per questo, al nostro rientro, abbiamo deciso di allestire un centro sanitario a Kunduz, per poter curare chiunque -prosegue Montagnini – a patto che le armi vengano lasciate al di fuori della struttura”. La notte del 3 ottobre 2015 l’ospedale di Kunduz è stato bombardato. “Siamo in una zona di guerra, ma l’ospedale è un posto #notatarget e, quindi, non può essere attaccato. Nonostante ciò, l’attacco è stato condotto dalle forze aeree degli Stati Uniti d’America, i quali si rifiutano di compiere un’indagine indipendente e internazionale, che accerti le cause dell’accaduto. Si rifugiano dietro al fatto che abbiano sbagliato l’obiettivo, sbagliando con due ore ininterrotte di bombardamenti”. Durante il 2015 e parte del 2016, si sono verificati attacchi mirati e sistematici a strutture sanitarie anche in Siria, bombardamenti che hanno colpito 63 strutture supportate da Medici Senza Frontiere, ferendo 58 medici siriani e uccidendone 23.

Da Porto Valtravaglia Montagnini e le "Crisi umanitarie dimenticate": la testimonianza di un operatore di MSF

#afairshot: iniezione leale. Medici Senza Frontiere si occupa anche di vaccinazioni in giro per il mondo e, questo sentiero, ci porta in India, dove una legge sui brevetti, dal 1970, permette un programma di assistenza sanitaria che autorizza la produzione di medicinali senza doverli acquistare dalle multinazionali farmaceutiche, con il vantaggio di poter curare i cittadini a basso prezzo e di far fiorire un’industria interna redditizia. “L’India è riuscita a vendere a basso prezzo questi farmaci anche all’estero, soprattutto a vantaggio dei malati di HIV. Ci sono paesi che alla fine degli anni ’90 si sono trovati piegati dal punto di vista economico, dovendo sostenere spese per curare questi malati, assolutamente ingestibili. Però c’era l’India, santa India, che aveva deciso in barba a tutti i brevetti di tutte le industrie farmaceutiche del mondo, di prodursi questi farmaci da sola, facendo scendere il costo annuale di una terapia da 10.000 a 120 dollari”. Medicine buone, che funzionano, i cui profitti vengono detratti alle case farmaceutiche che le hanno brevettate, case che normalmente si sono sufficientemente arricchite da quello che hanno venduto. “Avrete sentito in questo periodo la vicenda del farmaco per l’epatite C, il sofosbuvir. Una cura efficace, di cui bastano 84 compresse per una risoluzione della malattia del 90%. La casa produttrice che ha creato il farmaco è stata acquistata interamente da una multinazionale statunitense che ha messo sul piatto 12 miliardi di dollari. Gilead, la nuova proprietaria del brevetto del sofosbuvir, ha deciso di ripagare il costo di questa transazione, vendendo la singola cura per 84000 dollari: 1000 per ogni pastiglia”. Le case farmaceutiche indiane sono già pronte a produrre il medicinale e potrebbero vendere tutta la cura a 350 dollari. Gilead si è appellata alla corte suprema indiana per evitare che l’India produca questo farmaco e la causa è ancora in corso. “Per dare l’idea del concetto che c’è dietro all’industria farmaceutica, riporto una dichiarazione del CEO di Bayer, del 2013: “Noi non sviluppiamo le medicine per gli indiani. Sviluppiamo le medicine per i pazienti occidentali che possono permettersele”.

#awalktobeautiful: una passeggiata verso la bellezza. Nord della Nigeria. “Qualsiasi persona è in grado con i numeri di giustificare qualsiasi idea, quindi è sempre rischioso avventurarsi nei numeri, però ci danno le dimensioni delle cose. Stiamo parlando di Nigeria e di cura materno-infantile, di assistenza alle donne che partoriscono. Questi sono i dati che ci aiutano a quantificare cosa succede nel mondo”.

303.000: le mamme morte nel mondo nel 2015 per parto.

1/122: il rischio di morire in Nigeria.

6%: donne che muoiono per parto ostruito.

2.000.000: le giovani donne fistole ostetriche in Africa sub-Sahariana e Asia.

50.000-100.000: le donne che ogni anno sviluppano una fistola ostetrica.

80-95%: le fistole che possono essere riparate chirurgicamente.

2.146.218: i chirurghi, gli anestesisti e i ginecologi nel mondo, la metà di quelli che servirebbero.

5.000.000.000: le persone non hanno accesso a trattamenti chirurgici.

La passeggiata verso la bellezza riguarda soprattutto la riparazione chirurgica della fistola ostetrica: “I bambini che rimangono incastrati, che non riescono a nascere, restano nella pancia della mamma per giorni e la testolina, appoggiando sui tessuti molli che separano la vagina dalla vescica, crea un buco che permane anche dopo l’estrazione del bambino. Questo comporta l’impossibilità di controllare il flusso di urina che bagna e macera i tessuti, portando le donne che soffrono di fistole ostetriche a puzzare: in questa situazione vengono allontanate dalla vita familiare, nessuno le vuole e alcune vivono tra di loro in zone appartate. Ci sono progetti che riguardano la cura delle fistole ostetriche, supportati da Medici Senza Frontiere, attraverso una cura chirurgica efficace nel 80-95% dei casi: una donna con la vita rovinata, se viene trattata bene, può tornare ad avere una vita normale, può tornare a camminare verso la sua bellezza”.

#safepassage: un passaggio sicuro. “Nel 2014 abbiamo pensato di fare una campagna che fosse un po’ più coraggiosa del solito, dedicandoci ai migranti, chiamandola ‘un milione di passi’: ‘Medici Senza Frontiere’ non solo è presente nei paesi da cui queste persone scappano, ma anche in molti dei paesi dove queste persone attraversano e in molti paesi dove vengono accolti. Siamo triplici testimoni di quello che questa gente vede. All’inizio del 2015 siamo andati oltre all’informazione e abbiamo messo nel mar Mediterraneo la prima nave, a cui ne sono seguite altre”. Il dottor Montagnini sottolinea, però, quanta poca sensibilità da parte dell’opinione pubblica c’è nei confronti di questo argomento: spesso aleggia un’aria di indifferenza. “Tutti gli anni facciamo finta di niente e, quando decidiamo di fare qualcosa, è arrivato l’inverno e, quindi, non c’è più grosso bisogno”. Un’attività principalmente di accoglienza sulle navi, un po’ diversa da quella di intervento medico a cui “Medici Senza Frontiere” ci ha abituati, ma altrettanto importante, è descritta in “Welcome on board”, documentario che testimonia queste operazioni di salvataggio. Si tratta della frase che i migranti si sentono dire una volta giunti a bordo.

“Crisi umanitarie dimenticate”, per concludere, è stata una serata importante in cui Luigi Montagnini ha invitato tutti a riflettere: “Medici Senza Frontiere” riesce a lavorare liberamente grazie alla sua indipendenza politica, militare ed economica, prendendo soldi solo dai cittadini. Un’associazione, quindi, lontana dalle banche, dai governi e dagli eserciti, ma non dalle persone, perché una vita in pericolo non ha colore, credo politico o conto corrente.

 

bilancio medici senza frontiere 2015

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