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30 Ottobre 2015

Roma: dopo il ritiro delle dimissioni di Marino, il Pd trova l’exit strategy con un bagno di sangue politico

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Il soccorso alla fine è arrivato dall’opposizione: non dalla destra, non dall’ex sindaco Gianni Alemanno, cosa che avrebbe tinto la tragedia romana di una nemesi ardita. Si tratta, invece, di quattro esponenti dell’opposizione che assieme a 21 consiglieri di maggioranza, 19 del Pd, decreteranno entro oggi la fine dell’era Marino. E senza neanche dare al sindaco, da ieri non più dimissionario avendo fatto dietrofront, l’onore delle armi in aula. Il braccio di ferro in Campidoglio alla fine non ha fatto prigionieri: tutti sconfitti, tutti a casa. In una sorta di bagno di sangue politico che avrà ripercussioni a lungo. Almeno a Roma.

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Trovata la exit strategy per cacciare il sindaco, “dimissioni di massa e lo mandiamo a casa”, il commissario Pd capitolino Matteo Orfini ha dovuto fare i conti, cercare alleati presentabili al popolo Pd da sommare ai 19 dem. In una drammatica riunione al Nazareno alcuni consiglieri sono chiarissimi: “Non vogliamo schierarci neanche per un attimo col partito che ha portato in Campidoglio Mafia Capitale”. Scrupolo politico più che giustificato visto che fino a poco tempo fa sostenevano il sindaco AntiMafia Capitale. Ed ecco allora le trattative da dipanare in pochissime ore visto che il sindaco, mentre i dem sono riuniti, decide di ritirare le sue dimissioni.

La conta per arrivare a “quota 25”, quella del tutti a casa, si fa febbrile. Alla fine arriva la quadra: ai consiglieri del Pd si uniscono Daniele Parrucci di Centro democratico e Svetlana Celli della Lista Marino, l’unica della Civica a “tradire” il sindaco, entrambi in maggioranza. Per l’opposizione a dimettersi saranno Alfio Marchini e Alessandro Onorato della Lista Marchini, Mino Dinoi del gruppo misto e Roberto Cantiani del Pdl. E proprio su quest’ultimo nome che Orfini trova uno sbarramento. Di pochi ma decisi a non derogare al principio che “insomma con la destra no”. Si tratta, si ragiona. Il partito spinge, “c’è Roma da governare, il Giubileo che arriva”. C’è Renzi infuriato. “Una decisione sofferta”, dice più di un consigliere; “uno dei giorni più brutti della mia vita”, chiosa un altro. C’è chi giura di avere visto “lacrime di rabbia” tra i 19. Alla fine, dopo un serrato confronto, il fine giustifica i mezzi. Saranno loro dunque, i temerari 25 assortitissimi consiglieri, a far decadere in un sol colpo consiglio, giunta e naturalmente Ignazio Marino. Senza bisogno di confronti in aula, ratifiche, giorni di attesa “per regolamento”.

Prima di loro a lasciare sono stati sette assessori. Subito vanno via quelli spediti da Renzi per lanciare la fase due nell’ultimo rimpasto di giunta: un secondo dopo il ripensamento di Marino si dimettono Stefano Esposito, il vicesindaco Causi, Luigina di Liegro, Marco Rossi Doria. Pronti a fare le valigie anche Alfonso Sabella, fortissimamente voluto da Marino dopo gli arresti di Mafia Capitale, Maurizio Pucci e Giovanna Marinelli. Resistono per ora i “fedelissimi del sindaco”: Estella Marino, Alessandra Cattoi e Giovanni Caudo. Silenzio da Francesca Danese e Marta Leonori. Marino è di nuovo sindaco dalle 16.30 di ieri. Ma ha una giunta dimezzata e la maggioranza del consiglio pronto a mandarlo a casa. E non sono neanche le idi di Marzo. (ANSA)

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