Riportiamo di seguito, in forma integrale, la lettera inviata alla nostra redazione dall’agronomo Valerio Montonati, per condividere una riflessione sul tema dell’abbandono del territorio
Recentemente sono apparse su queste pagine due notizie che riflettono l’esatta situazione delle nostre montagne circa la presenza di aziende agricole che sono di vitale importanza per garantirne il presidio e, con le attività agro – silvo – pastorali, favorirne la stabilità.
Che poi significa anche gran parte della sicurezza per i territori immediatamente a valle, se non addirittura della grande pianura, specialmente riguardo l’idrologia dei bacini imbriferi che, coi tempi che corrono, non sembrerebbe cosa da poco. Regione Lombardia ha stanziato la bellezza di 18 milioni di euro per le aziende agricole di montagna della regione. 108.892 euro sono stati assegnati ad aziende agricole di montagna della provincia di Varese: di fatto nulla.
Questo significa un solo fatto sconcertante: sulle montagne varesine sono praticamente del tutto scomparse le aziende agricole.
E’ vero che le nostre aree montane non possono competere per le altitudini delle vette, per l’articolazione della catena alpina delle “Alpi Retiche” e per le risorse (sebbene sempre scarse e di difficile impiego) che vallate, versanti boscati, pascoli d’aleggio e prati di fondo valle, acque, nevi e ghiacci concedono ai pur sempre temerari agricoltori alpini, ma è altrettanto sicuro che il totale abbandono dei nostri monti da parte dell’ imprenditoria agricola, seppure eroica, comporterà in un futuro che ormai è già una triste realtà seri rischi per chi, comunque, è costretto a viverci a stretto contatto ed anche per i frequentatori, siano essi di lunga e consolidata fedeltà oppure del tutto occasionali.
Gli esiti di un recente bando “Ruralis” di Fondazione Cariplo: “ … progetti … che tra l’altro … intendono rispondere alla crescente sfida del progressivo abbandono del territorio rurale e montano” sono altrettanto eloquenti: un solo progetto vede coinvolto un comune varesino con porzioni di territorio che risalgono il versante sud del Campo dei Fiori: Luvinate.
Questo a conferma della valutazione precedente circa la rarità di esperienze agricole di montagna nella nostra provincia ed ancora di più nei dintorni montani del nostro capoluogo. La recente rinuncia all’attività di un noto agriturismo all’Alpone di Curiglia (forse
l’ultimo alpeggio con caratteri alpini della provincia), con le conseguenze che quel territorio dovrà subire, conferma questa allarmante realtà.
Cosa fare: al di là delle chiacchiere visionarie e assolutamente avulse dalla realtà dei fatti proposte dagli amministratori pubblici in occasione di seminari e convegni vari occorrerebbe agire prontamente (almeno per recuperare il recuperabile) con strumenti concreti che convincano quelle persone che ancora immaginano alternative di vita a stretto contatto con la natura, sebbene difficile da domare, riottosa se non ostile per le proprie caratteristiche intrinseche.
Propongo un paio di esempi per non cadere nella pura retorica. Qualche anno fa individuai una estesa proprietà su un versante montano dell’alta provincia comprendente alcuni fabbricati malconci se non del tutto collabenti posti in una vecchia selva castanile abbandonata da alcuni decenni. Parlandone con un imprenditore locale ci immaginammo la possibilità di acquisire il tutto ristrutturando le vecchie baite e le annesse stallette a formare una sorta di albergo diffuso.
Il progetto avrebbe contemplato, naturalmente, il ripristino della selva castanile ormai invasa dalla vegetazione spontanea, dei
prati pascoli (anch’essi in gran parte colonizzati da specie arboree pioniere) e della viabilità forestale che collegava tra loro i rustici e la proprietà, nel complesso, con la viabilità principale normalmente carrozzabile.
A corredo del progetto principale avevo proposto un progetto “Avveniristico” che avrebbe valorizzato la così detta “Sponda magra” del Verbano. Ecco, rispetto ad un’idea del genere, con un imprenditore disposto ad investire un ingente capitale ci si dovrebbe aspettare una Pubblica Amministrazione entusiasta e prontissima a colmare quella parte di investimenti che travalicano
ogni possibilità del singolo privato data la particolare natura di quel rischio d’impresa.
Non dico che andrebbero stesi addirittura tappeti rossi di fronte a simili intenzioni (anzi lo dico proprio!!), ma a completamento della partecipazione pubblica (a fronte, naturalmente, di un ritorno per la collettività come, ad esempio, dei prezzi concordati per un periodo definito di tempo) ci si dovrebbe attendere ogni sorta di alleggerimento delle pratiche burocratiche pur garantendo gli aspetti paesaggistici e quelli naturalistici del caso.
Naturalmente tutto rimase come un “Sogno nel cassetto” e così le strutture montane (ormai crollate del tutto o quasi), la selva castanile e gli antichi pascoli invasi dal bosco. Ugualmente, per passare dal settore turistico a quello agricolo, andrebbe fatto
per salvaguardare, se non addirittura recuperare alla loro funzionalità, gli ultimi alpeggi esistenti in provincia insieme a quelle aree sulle pendici montane ancora organizzate su terrazzamenti retti da muri a secco che, talvolta, incredibilmente,
si oppongono alla forza di gravità spesso accentuata all’inverosimile dai quintali
dei tronchi che vi sono cresciuti addosso.
Tali aree, sarebbero ancora coltivabili insieme ai tratti meno scoscesi delle montagne: le numerose selve castanili ancora presenti sui nostri rilievi potrebbero rilanciare il settore castanicolo (come in effetti si sta già facendo tra Brinzio e Castello Cabiaglio ma solamente nelle aree prossimali a quei centri abitati), la coltivazione del nocciolo (specie diffusissima in natura sui nostri monti) offrirebbe discrete prospettive vista la notevole richiesta di mercato delle nocciole, altre coltivazioni potrebbero essere intraprese (storiche o innovative esse siano) insieme al consolidamento di una zootecnia specializzata (come il settore caprino) che, con i suoi prodotti caseari, offre discrete prospettive di guadagno.
L’elevato rischio d’impresa, i maggiori sforzi di lavoro e gli estremi sacrifici di uomini e donne con le loro proli, andrebbero incentivati mediante premi economici certi secondo la formula, che porto ad esempio: “ Tu imprenditore agricolo, maschio o femmina che tu sia, prendi in gestione una certa parte del territorio e io, pubblica amministrazione, ti pago uno stipendio (contributi inclusi
naturalmente) perché tu mantenga quel territorio al meglio secondo degli standard che definiamo insieme ed inoltre, per completare un’offerta forse, così, davvero allettante, non vado a tassare il reddito che ricavi dall’attività agricola”.
Servono azioni così concrete per poter salvare il salvabile o, addirittura, riprendere il controllo delle aree montane ormai spopolate da decenni ed oggi, come abbiamo potuto apprendere dal recente convegno, tenutosi a Luino, sulla presenza del lupo ormai conclamata anche nella nostra provincia, in via di colonizzazione da parte di questa specie, affascinante e ugualmente temuta,
che ben ha saputo sfruttare l’abbandono dei territori montani da parte nostra.
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