Prosegue, al Tribunale di Varese, il processo con rito abbreviato condizionato per la morte di Rachid Nachat, il 34enne marocchino ucciso il 10 febbraio 2023 con un colpo di arma da fuoco esploso da un ex maresciallo dei Carabinieri durante un servizio antidroga nei boschi intorno alle cascate della Froda, a Castelveccana.
Oltre all’ex maresciallo che esplose il colpo mortale, imputato di omicidio e falso, a processo c’è anche un luogotenente dell’Arma, accusato di depistaggio e favoreggiamento per avere, secondo la Procura, contribuito a ostacolare le indagini successive alla morte di Nachat.
Come riportato dal quotidiano La Prealpina in un articolo a firma di Paolo Grosso, ieri, lunedì 13 luglio si è tenuta un’udienza particolarmente intensa, il cui fulcro era l’esame del consulente balistico della difesa Ruggero Pettinelli, chiamato a sostenere la tesi dell’imprevedibilità dell’evento. Ma a tenere banco, a margine del dibattimento, è stata la rivelazione dell’esistenza di una chat WhatsApp dal nome eloquente: “Mao Hunting”.
A portare alla luce tale chat è stato l’avvocato di parte civile Marco Romagnoli: secondo quanto da lui dichiarato in aula davanti al giudice dell’udienza preliminare Marcello Buffa, infatti, alcuni carabinieri della provincia di Varese avrebbero condiviso al suo interno messaggi riferiti agli spacciatori presenti nei boschi con frasi come «spariamogli nel c…», «sterminiamoli tutti» e «ci vorrebbe il napalm».
Il legale ha tracciato un quadro che ha definito «agghiacciante»: «C’erano appartenenti ai carabinieri che, con un modus operandi condiviso e conosciuto anche lungo le linee gerarchiche, – si legge nella dichiarazione riportata dal quotidiano – andavano a caccia di marocchini nei boschi portandosi i fucili da casa. C’era addirittura una chat che si chiamava “Mao Hunting”, caccia al marocchino. È questo il contesto in cui è maturato l’omicidio del mio assistito», ha affermato Romagnoli, sostenendo anche che la conversazione dimostrerebbe l’abitudine, da parte di alcuni militari, di intervenire nei boschi utilizzando fucili caricati con proiettili di gomma contro gli spacciatori.
Sul fronte della balistica, cuore tecnico dell’udienza, la difesa dell’ex maresciallo dell’Arma ha presentato le conclusioni del proprio consulente tecnico, con l’avvocato Lucio Lucia che ha parlato di una conferma piena delle tesi depositate: secondo Pettinelli, ha spiegato il legale, sulla base dei rilievi della polizia scientifica e delle prove svolte al Banco nazionale di prova, il tragico evento sarebbe stato determinato esclusivamente da anomalie costruttive della cartuccia utilizzata. Il munizionamento cosiddetto “less than lethal”, secondo la difesa, avrebbe presentato difetti tali da sviluppare velocità quasi doppie rispetto a quelle prevedibili, rendendo a suo dire impossibile immaginare un esito mortale: «Nessun avvertimento era riportato sulla confezione, nelle istruzioni o sul sito del produttore», ha sottolineato l’avvocato Lucia, insistendo sull’imprevedibilità degli effetti di quella cartuccia.
Di tutt’altro avviso la parte civile: secondo Romagnoli, la consulenza della difesa sarebbe «assolutamente di parte» e la responsabilità della tragedia non potrebbe in alcun modo essere attribuita al produttore del munizionamento: «Chi ha deciso di inserire quel munizionamento in un fucile da caccia ad alto potenziale e di sparare contro un uomo disarmato, colpendolo alle spalle, è l’imputato, non chi ha fabbricato la cartuccia», ha affermato il legale.
Il tema della chat, come si apprende da Prealpina, ha suscitato reazioni anche tra gli altri difensori. L’avvocato Luca Marsico si è limitato a osservare che «la questione sarà affrontata in aula nel corso del processo», lasciando intendere che si tratterebbe di un’iniziativa di carattere goliardico.
L’avvocato Lucia ha invece reagito con durezza alle dichiarazioni della parte civile, definendole «un tentativo vile di sviare l’attenzione proprio nel giorno in cui la consulenza della difesa demolisce l’impianto accusatorio». Il legale ha inoltre precisato che la conversazione «contiene centinaia di messaggi molto diversi tra loro», con la presenza di comunicazioni organizzative relative all’attività operativa dei carabinieri, e che «in mezzo può scappare una battuta», aggiungendo che tale chat «non è rilevante e non è pertinente rispetto a un processo per omicidio». Ogni ulteriore approfondimento sul punto, ha concluso, sarà rinviato al dibattimento.
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