Entra nel vivo il percorso del Premio Chiara 2026, che culminerà nel prossimo autunno con la proclamazione dei vincitori delle diverse sezioni del concorso. Un’edizione particolare, perché è la prima a svolgersi senza Bambi Lazzati, storica direttrice e anima dell’Associazione Amici di Piero Chiara, scomparsa nel dicembre dello scorso anno. Ma è anche un’edizione che mostra come il Premio abbia saputo continuare il proprio cammino, mantenendo vivo quel legame tra letteratura, territorio e nuove generazioni che ne ha caratterizzato la storia.
Al centro dell’edizione 2026 vi è il XXXVIII Premio Chiara, che ha visto la partecipazione di 51 raccolte di racconti pubblicate nell’ultimo anno. La Giuria Tecnica ha selezionato una terna finalista composta da Gianni Biondillo con La tempesta perfetta e altre storie (Guanda), Marco Malvaldi con L’uomo vestito di arancione (Sellerio) e Francesca Scotti con La stagione delle case vuote (Hacca). I tre finalisti sono stati scelti tra 51 raccolte pubblicate in Italia e nella Svizzera italiana.
Tre autori che, attraverso linguaggi e sensibilità differenti, testimoniano la vitalità del racconto contemporaneo, una forma narrativa che continua a trovare spazio anche in un panorama editoriale spesso dominato dal romanzo. Accanto agli scrittori già affermati, però, il Premio continua a mantenere uno dei suoi aspetti più preziosi: dare una prima occasione a chi sta ancora cercando la propria voce.
Piero Chiara e il Premio Chiara Giovani
È questa la funzione del Premio Chiara Giovani, dedicato quest’anno ai ragazzi tra i 15 e i 20 anni e costruito attorno alla traccia “Gioco”. Sono arrivati oltre 150 racconti da tutta Italia e dal Canton Ticino e 25 giovani autori sono stati selezionati per la fase finale. Un dato che racconta bene quanto sia ancora forte la necessità, soprattutto tra i più giovani, di trovare uno spazio nel quale poter scrivere e soprattutto essere letti.
È un aspetto del Premio che conosco personalmente, dato che, nel 2017, io stessa partecipai al Premio Chiara Giovani con il racconto Fiori, frutta e un gatto cinese. Arrivai quarta a pari merito, in una finale che quell’anno aveva visto selezionati 27 racconti tra i 155 arrivati da tutta Italia e dal Canton Ticino. La traccia era “La porta di casa” e il mio racconto fu inserito, insieme agli altri finalisti, nel volume pubblicato dall’Associazione Amici di Piero Chiara.
Ricordo quell’esperienza con particolare affetto perché, al di là del risultato, fu una delle prime occasioni in cui la mia scrittura venne presa sul serio al di fuori della cerchia delle persone che mi conoscevano. Mi diede fiducia nelle mie possibilità come scrittrice, in un’età in cui era ancora difficile capire se quella passione che mi accompagnava da sempre potesse davvero diventare qualcosa di più di un interesse personale. Per non parlare della prima intervista della mia vita, che rilasciai proprio in quella occasione per LuinoNotizie. Allora non avrei mai immaginato che, diversi anni dopo, sarei stata proprio io a scrivere per quello stesso quotidiano e che mi sarei ritrovata dall’altra parte, non più soltanto come giovane autrice intervistata, ma come giornalista chiamata a raccontare le storie del territorio. È uno di quei piccoli cortocircuiti della vita che, quando ci si trova dentro, difficilmente si riescono a prevedere.
E forse è anche per questo che il Premio Chiara continua ad avere un significato particolare per chi vive tra Varese, il Lago Maggiore e il Canton Ticino. Non è soltanto un premio letterario intitolato a uno degli scrittori più importanti legati a questa terra. È una delle poche realtà culturali capaci di dire, con continuità, che anche da qui si può cominciare a scrivere.
Piero Chiara, del resto, è profondamente legato a questa geografia. Nato a Luino nel 1913, ha trasformato nei suoi libri il territorio del lago, le sue cittadine, i suoi personaggi e la sua provincia in materia narrativa. Il Premio che porta il suo nome ha mantenuto nel tempo proprio questa dimensione: mettere in relazione una realtà apparentemente periferica con un panorama letterario molto più ampio, creando un ponte tra il Varesotto, il Lago Maggiore, la Svizzera italiana e il resto d’Italia.
Per un giovane che sogna di diventare scrittore, questo aspetto non è secondario. “Diventare scrittori dal Lago Maggiore” non significa soltanto avere un luogo da cui partire, ma anche scoprire che quel luogo può essere parte della propria identità letteraria. Il lago, le montagne, i paesi di confine, il rapporto con la Svizzera e con Milano, le storie delle persone che abitano questi territori: tutto può diventare materia narrativa. I racconti di Pierino al mercato di Luino, che mi facevano leggere le mie maestre alla scuola elementare o che inscenavo insieme ai miei compagni di classe sotto la generosa guida di Teatro Blu, lo dimostrano: un premio come il Chiara offre proprio uno spazio nel quale anche una piccola voce della Provincia può essere ascoltata.
Prosegue inoltre il percorso dedicato alla scrittura inedita. Il XVII Premio Chiara per una raccolta di racconti inediti è stato assegnato a Luca Astone con Il deposito delle metamorfosi, opera che sarà pubblicata e presentata in occasione della finale del Premio. Anche in questo caso il valore dell’iniziativa non sta soltanto nell’assegnazione di un riconoscimento, ma nella possibilità concreta che un testo ancora inedito possa trovare un pubblico e trasformarsi in un libro.
L’attenzione verso i giovani si esprime anche attraverso le altre iniziative che completano il sistema Premio Chiara. Sono infatti ancora aperti il Premio Chiara “12-14”, rivolto ai ragazzi più giovani, e “Una voce per Piero Chiara”, il concorso dedicato ai podcast che invita a reinterpretare l’opera chiariana attraverso il linguaggio della voce e dell’audio.
Il Premio Chiara, però, non è soltanto un concorso letterario. Anche quest’anno il Festival del Racconto propone un calendario di incontri, dialoghi e approfondimenti capaci di mettere in relazione letteratura, attualità, società e innovazione. Tra gli appuntamenti già annunciati figurano quelli con Francesco Costa, direttore de Il Post, con Venanzio Postiglione, vicedirettore del Corriere della Sera, e con la professoressa Elsa Fornero, che dialogherà con gli studenti delle scuole superiori sui temi dell’economia.
Il programma comprende inoltre la partecipazione agli Stati Generali della Scuola Digitale, appuntamento dedicato al futuro dell’educazione, dell’innovazione e dell’intelligenza artificiale.
Il primo Premio Chiara senza Bambi
A rendere particolarmente significativo questo 2026 è però soprattutto il fatto che sia il primo Premio Chiara senza Bambi Lazzati. Per decenni Bambi è stata molto più della direttrice di una manifestazione: è stata una presenza riconoscibile nella vita culturale varesina, capace di costruire rapporti, coinvolgere autori e pubblico e soprattutto di mantenere aperto il Premio alle generazioni più giovani. Alla sua scomparsa, avvenuta nel dicembre 2025 all’età di 77 anni, l’Associazione Amici di Piero Chiara la ricordò come una figura centrale nella promozione artistica e culturale del territorio.
Ho avuto modo di conoscerla personalmente e quello che ricordo di Bambi è innanzitutto la sua affabilità. Non era soltanto il volto di un’organizzazione che incontravo in occasione del Premio: era una persona con cui era facile parlare, capace di mettere a proprio agio anche chi arrivava con l’insicurezza tipica di chi è ancora all’inizio del proprio percorso.
Per chi, come me allora, si affacciava al mondo della scrittura, questa disponibilità aveva un valore che forse si comprende pienamente soltanto a distanza di anni. Un giovane autore non ha necessariamente bisogno che qualcuno gli dica che diventerà uno scrittore. Ha bisogno, prima ancora, che qualcuno prenda sul serio il fatto che sta provando a scrivere. Bambi sapeva creare proprio questo spazio.
Il vuoto lasciato dalla sua scomparsa è dunque difficile da ridurre alla perdita di una singola persona. È anche la perdita di una figura che per decenni ha rappresentato una certa idea di cultura nel territorio: una cultura fatta di incontri, di relazioni personali, di porte aperte e della convinzione che un’iniziativa nata attorno a uno scrittore locale potesse diventare un appuntamento di respiro nazionale e transfrontaliero.
Lo stesso Premio, nell’annunciare la nuova stagione, ha scelto di ricordare Bambi come l’“anima” dell’iniziativa e di presentarsi come custode di quanto costruito negli anni, guardando però al futuro. È forse questo il modo più concreto di raccogliere un’eredità: non cercare semplicemente di sostituire una persona, ma continuare a creare le occasioni che quella persona aveva contribuito a rendere possibili.
E tra queste occasioni c’è ancora quella, apparentemente semplice ma tutt’altro che scontata, di permettere a un ragazzo o a una ragazza che scrive nel proprio paese sul Lago Maggiore di pensare che quella storia possa avere un pubblico anche fuori dal proprio paese. Il Premio Chiara continua così il suo percorso, con nuovi finalisti, nuovi racconti e nuove voci. Ma per chi lo ha vissuto da giovane autore, come è capitato a me, rimane anche qualcosa di più personale: la dimostrazione che a volte un racconto scritto quasi per gioco può aprire una porta che non sapevamo nemmeno di avere davanti.
Gli appuntamenti culmineranno nel fine settimana del 17 e 18 ottobre, quando i finalisti incontreranno il pubblico tra Lugano, Gallarate e Varese, fino alla tradizionale cerimonia conclusiva alle Ville Ponti. Nel frattempo proseguiranno gli appuntamenti del Festival del Racconto e le iniziative dedicate alle diverse fasce d’età.
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