(lettera alla redazione del lavenese Alberto Morandi) Egregio Direttore,
Il 31 maggio 1985, in una conversazione con gli studenti dell’Istituto tecnico industriale di Brescia, Padre David Maria Turoldo, presbitero, teologo, filosofo e poeta nonché “resistente”, si trovò davanti a un’assemblea di giovani che faticavano a concentrarsi, ma Padre Turoldo espresse un intervento avvincente, incalzò la nuova generazione che lo stava ascoltando rimproverandola di essere “priva di memoria” storica, pur custodendo a Brescia Piazza della Loggia, insanguinata dalla strage neofascista avvenuta il 28 maggio 1974.
Evocò il rischio di “vivere giorni molto sbagliati” per una smemoratezza diffusa e crescente che ai giovani non può essere completamente imputata poiché la scuola dovrebbe avere il compito e il dovere di insegnare loro la storia. L’importante non è ricordare e basta, ma come ricordare e perché ricordare la propria storia.
Ai giovani che incominciavano ad ascoltarlo con attenzione Padre Turoldo confidò le sue memorie drammatiche della guerra: il lezzo dei cadaveri per avere svuotato con le commissioni pontificie di liberazione 29 campi di concentramento tedeschi, “e mentre si camminava, con le scarpe si faceva uno scricchiolio” sui cadaveri, dopo una tragedia di ben cinquantasette milioni di morti, “sapete che dopo, per anni, io non riuscivo a salire su una Volkswagen, perché era una macchina tedesca (…) E sapete perché vado spesso a scuola, a raccontare quel che successe e cosa fu la Resistenza? Perché le scuole sono i semenzai della coscienza” e della conoscenza, sosteneva Padre Turoldo che amava citare l’Esodo, la storia della liberazione del popolo ebraico dall’Egitto dei faraoni, “lo schema di ogni storia di liberazione che si ripete sulla terra”, la testimonianza che Dio non è dalla parte dei tiranni e dei prepotenti e che non era con Hitler e con i suoi fanatici sostenitori, “anche se i tedeschi portavano sulla pancia e sui vessilli la scritta Gott mit uns”.
La storia si ripete ancora, i tiranni e i prepotenti di oggi rivendicano le loro azioni violente per conquistare potere politico e militare nonché profitto economico spacciandole falsamente e ipocritamente come volute o comunque ispirate da Dio o per difendere la tradizione culturale e religiosa cristiana o ebraica. Agli studenti e ai giovani Padre Turoldo diceva che sul suo tavolo di lavoro aveva la Bibbia e le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, con la prefazione di Thomas Mann, per non dimenticare quello che è avvenuto.
Per Padre Turoldo l’ideale civile e sociale della Resistenza è chiamato a vegliare “su questi nostri giorni sbagliati senza mitologia, poiché la Resistenza è un programma di vita”, tenendosi lontani da “vuote retoriche e falsi apologetici”. Per questo motivo le lettere dei condannati a morte della Resistenza devono essere tramandate di generazione in generazione, importanti documenti che devono segnare una nuova cultura di diritti civili e sociali e una nuova scuola. Purtroppo questo insegnamento civile non è avvenuto: “Abbiamo perso i valori per la strada” con il conseguente concreto pericolo di “costruire nuove ragioni per nuovi disastri umani”. “Io non ce l’ho con i ricchi, io difendo i poveri”, “Ho fatto la Resistenza! Si trattava di scegliere l’umano contro il disumano” (Padre David Maria Turoldo).
Di fronte alla crescente violenza e alle tante tragedie umane che avvengono nel mondo e nella nostra arida, vuota e indifferente società per la brama del potere e del profitto e per il fanatismo politico e religioso dobbiamo ricordarci sempre che “Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo” (George Santayana), che “Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro” (Luis Sepulveda) e che “Conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre” (Primo Levi).
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