Si è svolto a Palazzo Pirelli l’atteso incontro tra Regione Lombardia e i sindacati per discutere della cosiddetta “tassa sulla salute” destinata al finanziamento della sanità lombarda da parte dei lavoratori frontalieri.
A guidare il tavolo l’assessore regionale ai Rapporti con la Confederazione elvetica Massimo Sertori, che ha ribadito l’intenzione della Giunta di rendere più attrattivo il lavoro del personale sanitario nelle aree di confine, destinando la gran parte del gettito derivante dalla nuova imposta all’aumento degli stipendi di medici e infermieri. Utilizzando dunque «il contributo di solidarietà da parte dei vecchi pendolari che a oggi usufruiscono dei servizi del sistema sanitario regionale senza contribuirvi».
«Abbiamo deciso di applicare la percentuale minima prevista per legge, ovvero il 3% della paga netta – ha spiegato Sertori, aggiungendo di aver proposto lo studio di un welfare territoriale destinato espressamente a rispondere ad alcune esigenze dei frontalieri in risposta alle richieste delle sigle sindacali. «Il nostro obiettivo fondamentale – ha proseguito – è quello di rafforzare la sanità pubblica e rendere attrattivo il lavoro di medici, infermieri e personale sanitario aumentando sensibilmente la loro retribuzione».
La reazione delle organizzazioni sindacali e delle opposizioni politiche non si è fatta attendere. Il consigliere regionale del Partito Democratico Samuele Astuti ha infatti definito il prelievo un «doppio prelievo ingiusto ai danni dei lavoratori frontalieri, che già contribuiscono al nostro sistema sanitario in virtù del nuovo accordo fiscale tra Italia e Svizzera».
«Condividiamo la proposta avanzata dalle organizzazioni sindacali di sostituire l’attuale imposta con un contributo volontario, anche per superare i dubbi di costituzionalità che l’attuale sistema solleva – ha continuaato Astuti – È positivo che il confronto si sia finalmente aperto, ma ora serve anche un dibattito politico serio: perché si continua a penalizzare una categoria di lavoratori che già contribuisce in modo significativo all’economia dei nostri territori? Ci aspettiamo che l’assessore Bertolaso venga presto in Commissione a riferire e che la Giunta chiarisca una volta per tutte le sue reali intenzioni».
Sulla stessa linea il sindaco di Lavena Ponte Tresa e presidente dell’Associazione Comuni Italiani di Frontiera Massimo Mastromarino, che ha ricordato come una misura analoga fosse già stata respinta nel 2016 dallo stesso Ministero della Sanità dopo che le ASL avevano provato a tassare i frontalieri due anni prima. «Se il fine è meritevole, il mezzo (la tassa) è sbagliato», ha commentato, facendo riferimento all’intenzione di incrementare le retribuzioni del personale sanitario che lavora nelle zone di confine per limitarne la fuga in Ticino con questo “balzello” che andrebbe però a violare il nuovo accordo fiscale tra Italia e Svizzera sottoscritto nel 2023.
«I Comuni di Frontiera hanno già espresso la loro contrarietà in accordo con le associazioni sindacali in rappresentanza dei lavoratori frontalieri. Sosteniamo il sindacato nel ricorrere legalmente contro questa tassa se Regione Lombardia decidesse di attuarla», ha concluso Mastromarino.
Intanto, si attende il decreto attuativo dei ministeri della Salute e dell’Economia che darebbe il via libera al prelievo, destinato a colpire circa 90mila frontalieri, di cui 75mila lombardi. La misura, secondo le stime, potrebbe garantire alla Regione Lombardia un gettito annuale di circa 140 milioni di euro, con un impatto mensile per i lavoratori compreso tra i 30 e i 200 franchi, come riportato dal quotidiano ticinese laRegione.
Se da un lato i sindacati hanno accolto positivamente l’idea di destinare una parte di queste risorse a un welfare dedicato ai frontalieri, dall’altro restano forti le perplessità sulla legittimità dell’intervento. I rappresentanti delle sigle sindacali, anche quelle ticinesi, si dicono perciò pronti a combattere la decisione del Pirellone anche facendo ricorso alla Corte Costituzionale.
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