Gavirate | 21 Maggio 2024

Gavirate, badanti dall’Est: «Nessuno sfruttamento»

Non ci sono colpevoli nella vicenda del reclutamento, tra il 2009 e il 2014, di donne romene che avevano denunciato tre cooperative per il lavoro in nero e in condizioni precarie. Due le assoluzioni

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Le badanti originarie della Romania avevano denunciato una condizione di sfruttamento, tra il lavoro in nero, senza ferie e senza permessi, e l’obbligo ad adattarsi a condizioni di vita precarie (come il fatto di essere costrette a dormire in 10 in una stanza con un solo letto) e a tenere la bocca chiusa per non passare guai.

Ma il processo scaturito dalla vicenda, che ha coinvolto tre cooperative che tra il 2009 e il 2014 operavano tra Gavirate e Azzate, si è chiuso con due assoluzioni per l’accusa di intermediazione illecita e con una sentenza di non doversi procedere, per prescrizione, in relazione all’accusa di associazione per delinquere.

Questo l’ultimo atto del lungo procedimento penale che si è svolto in tribunale a Varese, dove le persone offese hanno testimoniato, una dopo l’altra, raccontando i particolari del presunto racket, che per la procura sarebbe stato alimentato da un italiano di 68 anni e da una romena 48enne, la donna che – sempre secondo la tesi accusatoria – avrebbe messo a disposizione delle badanti un appartamento a Varese, dove le donne avrebbero vissuto in condizioni precarie pur di lavorare durante il giorno come assistenti a domicilio, prendendosi cura di anziani non autosufficienti.

Una trentina le persone offese, mentre soltanto tre badanti si sono costituite parte civile – con l’assistenza dell’avvocato Andrea Toppi – per ottenere un risarcimento. Che non ci sarà, visto l’esito del processo, favorevole ai due imputati, difesi dagli avvocati Fabrizio Piarulli e Irene Visconti.

Le indagini erano partite dopo la denuncia di una badante che non aveva avuto il permesso di tornare in Romania per problemi familiari, e che dopo essersi lamentata con la cooperativa per cui lavorava, avrebbe ricevuto uno schiaffo dall’amministratrice, che le avrebbe inoltre consigliato di tenere chiusa la bocca. Secondo le donne reclutate, servivano alcune centinaia di euro, come “quota d’iscrizione”, per iniziare a lavorare con le cooperative, senza firmare un vero contratto di lavoro.

Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 5 anni per il 68enne, e a 6 anni e 8 mesi per la coimputata, con multe per un totale di circa 70mila euro. Il verdetto del tribunale è arrivato a seguito di un proscioglimento e un patteggiamento per altre due persone indagate. Una quinta persona indagata è deceduta.

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