Varese | 11 Giugno 2023

Luino e Laveno sulla mappa delle badanti sfruttate

L'alto Varesotto compare nelle indagini del 2018 sui presunti illeciti di una associazione. Due persone a processo. Le testimonianze in aula: servivano 600 euro per iniziare a lavorare

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Laveno come centro d’appoggio per il pernottamento, Luino come destinazione per il lavoro. L’alto Varesotto è presente nelle indagini svolte dalla Guardia di Finanza nel 2018 per ricostruire l’attività di una associazione dedita al reclutamento di badanti provenienti dall’est Europa.

Un caso poi finito in tribunale a Varese dove è ancora in corso il processo a carico di due donne (qui i dettagli), accusate di intermediazione illecita e di associazione a delinquere, oltre che di aver favorito la permanenza illegale sul territorio italiano delle donne reclutate per fornire assistenza domiciliare a persone non autosufficienti.

A Laveno, si è appreso giovedì in udienza dalle parole di chi all’epoca aveva preso parte alle indagini e alle operazioni di osservazione, controllo e pedinamento, era presente uno degli otto alloggi di cui disponeva l’associazione per ospitare le badanti che non potevano vivere in casa della famiglia per cui lavoravano o che erano in attesa di trovare lavoro. La sistemazione costava loro 7 euro al giorno, hanno spiegato i testimoni, e spesso le donne erano costrette a vivere in condizioni igieniche precarie, e a condividere stanze sovraffollate, tanto che alcune ospiti si trovavano a dormire sul pavimento.

A Luino, invece, una delle badanti chiamate a testimoniare davanti ai giudici aveva trovato lavoro, dopo un primo colloquio non andato a buon fine. Le future assistenti – è emerso dalle indagini – si recavano ai colloqui con il trolley, perché se l’incontro andava a buon fine avevano la possibilità di fermarsi direttamente dal nuovo datore di lavoro. Ma per quel posto dovevano versare all’associazione una “quota” di 600 euro e, secondo le accuse, non firmavano alcun contratto di lavoro, e talvolta erano sprovviste della formazione professionale necessaria per assistere le persone.

Una imputata accompagnava le reclute ai colloqui, l’altra – dopo aver iniziato a collaborare con l’associazione come “semplice badante”, aveva assunto ruoli di responsabilità: si occupava delle iscrizioni, faceva pubblicare gli annunci per trovare un impiego alle badanti, ritirava le somme per l’iscrizione. Lo ha affermato in aula uno degli operanti impegnati all’epoca nelle attività di indagine, il quale ha poi aggiunto che molte delle donne messe in contatto con l’associazione erano clandestine.

Nonostante una delle due imputate risultasse priva di beni immobili intestati e di conti correnti, il business dell’associazione viaggiava a gonfie vele: introiti per mezzo milione di euro in circa tre anni, con centinaia di badanti messe a lavorare.

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