L’Italia come meta da raggiungere per riuscire a trovare un’occupazione, e poi la rete dello sfruttamento che trasforma il viaggio della speranza in una situazione di pericolo e disagio, in cui i diritti del lavoratore e le norme da rispettare sono l’ultimo dei pensieri. La priorità è fare affari. Anche grossi, nel caso specifico, che è quello di una organizzazione che incassava centinaia di migliaia di euro reclutando badanti dall’est Europa e collocandole, una volta arrivate nel nostro Paese, a casa di privati in cerca di figure per assistere anziani non autosufficienti.
Il modus operandi, al centro di un’indagine curata nel 2018 dalla Guardia di Finanza, è stato ricostruito ieri in Tribunale a Varese, dove è in corso il processo a carico di due donne – di 53 e 48 anni – difese dagli avvocati Lorenzo Castiglioni e Roberto Capra. Devono rispondere di intermediazione illecita e associazione a delinquere, oltre che di aver favorito la permanenza illegale sul territorio italiano delle badanti reclutate.
Il primo passo – si è appreso in udienza – coincideva con la pubblicazione di annunci online, attraverso le più note bacheche digitali, ma anche sul sito web dell’associazione e sulla piattaforma YouTube, dove un video di presentazione descriveva le possibilità offerte dall’ente alle badanti in cerca di lavoro. Lo statuto dell’associazione prevedeva il versamento di una quota di 20 euro per accedere ai servizi, ma le Fiamme Gialle in sede di indagine hanno scoperto ben altro, grazie soprattutto alle intercettazioni.
Le badanti – ha spiegato un operante davanti ai giudici del collegio – dovevano pagare 600 euro per essere reclutate. Poi, dopo apposito colloquio conoscitivo, venivano assegnate ad una famiglia e soggiornavano in uno degli appartamenti di cui disponeva l’organizzazione: 8 in totale, con riferimenti nel Varesotto – tra cui una casa situata nel Lavenese – ma anche fuori provincia. Qui le condizioni di vita erano scadenti: gli spazi abitativi erano sovraffollati – ha aggiunto il testimone – le donne, in mancanza di letti per tutti, si trovavano spesso a dormire sul pavimento e a dover fare a meno dei beni di prima necessità, tra cui la carta igienica, se capitava. D’altronde le spese di mantenimento erano a loro carico e non tutte, appena arrivate in Italia e dopo aver sborsato i 600 euro “d’ingresso”, avevano la possibilità economica di mantenersi in modo indipendente.
Intanto, però, la macchina d’affari dell’associazione viaggiava spedita, secondo quanto ricostruito dall’accusa dopo i primi arresti, e dopo aver visionato le cartelle di un pc sequestrato, contenenti i dati di tutte le donne “piazzate”: incassi per quasi mezzo milione di euro, in circa tre anni, con centinaia di badanti messe a lavorare, per il 90% in nero e senza fornire loro una formazione professionale specifica. Altra circostanza, quest’ultima, emersa dalle intercettazioni, come nel caso di una di loro che una notte, preoccupata, chiamò la sua referente: l’anziano che doveva accudire, un uomo di oltre cento chili, era caduto per terra e lei non sapeva come comportarsi.
A dare il via alle indagini furono i primi accertamenti compiuti dai carabinieri di Porto Ceresio, nell’estate di 4 anni fa, dopo aver ritrovato nei boschi di Cuasso al Monte una donna in stato confusionale, sparita da alcuni giorni. Si trattava di una delle badanti. Con sé aveva un’agenda, il passaporto e un cellulare contenente le tracce dei ripetuti contatti con una delle due donne oggi imputate nel processo: l’atto conclusivo di una vicenda giudiziaria che si è in larga parte già consumata con quattro condanne (caduta l’accusa riguardante il caporalato) e tre assoluzioni per posizioni marginali.
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