La figura della praticante avvocato, preparata sui temi riguardanti diritti dei lavoratori e contratti, entra nella vicenda del presunto racket di badanti nel Varesotto, per la quale due persone sono accusate di intermediazione illecita e associazione a delinquere.
La donna, rumena, ha testimoniato oggi davanti ai giudici del Tribunale di Varese, ricordando il momento in cui alcune badanti, sue connazionali, si erano rivolte a lei in cerca di aiuto, perché sfruttate dalla cooperativa per cui lavoravano, che le aveva portate in Italia collocandole poi a casa di persone in cerca di una figura cui affidare familiari non autosufficienti.
Contributi non pagati, nessun giorno libero, stipendi non adeguati e il divieto assoluto di chiedere spiegazioni. Pena, l’allontanamento dalla cooperativa e dunque la perdita del posto di lavoro. Queste le condizioni più gravi lamentate dalle badanti: una trentina quelle coinvolte nella vicenda, iniziata nell’ormai lontano 2009. Tre di loro si sono costituite parte civile nel processo.
Diverse le testimonianze già ascoltate a dibattimento sulle condizioni di lavoro delle badanti, sulla loro quotidianità, complicata in particolare per le donne che non potevano pernottare a casa delle persone assistite, e quindi si trovavano a fine giornata in un appartamento di Varese, nelle disponibilità del loro referente, dove potevano usufruire di una stanza con un solo letto.
A questi racconti si aggiunge ora un altro tassello, portato all’attenzione delle parti dall’allora praticante avvocato. Un tassello che rimanda a ciò che succedeva alle badanti della cooperativa quando si verificavano dei problemi. «Un giorno mi contatta il fratello di una di loro – ha ricordato la donna – dicendomi che la sorella si trovava in ospedale per una crisi epilettica. Era stata male a casa della persona che accudiva e lì i presenti avevano pensato che fosse ubriaca, e avevano contattato la cooperativa».
Secondo la donna, fu direttamente uno dei due odierni imputati, ora sessantottenne, a recarsi sul posto e prelevare la badante, facendola salire in macchina e dicendole, tra gli insulti, che la cooperativa non aveva più bisogno di lei, e che quindi di lì a poco l’avrebbero portata in aeroporto. La donna viene però scaricata per strada, vicino ad una fermata dell’autobus. Lì, nell’indifferenza generale e ancora sofferente, viene derubata. E infine soccorsa da una signora, che passando da quelle parti la nota, si preoccupa e chiama i carabinieri. Seguirà il trasporto in ospedale.
«Alcune di loro – ha aggiunto ancora la testimone riferendosi alle badanti – volevano denunciare la situazione. Ma non avevano i soldi per una assistenza legale e io non ero ancora avvocato. Le ho aiutate per un esposto all’Ispettorato del Lavoro».
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