Germignaga | 21 Gennaio 2024

“Germignaga, ricordi dal passato”: i “quazz” delle giovani spose

L’ornamento reso celebre dalla Lucia Mondella de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni venne utilizzato dalle donne fino a fine ’800 anche nei territori prealpini

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(Renzo Fazio, dalla pagina Facebook “Germignaga, ricordi dal passato”Innanzitutto un doveroso ringraziamento ai molti visitatori che sabato scorso sono venuti a trovarmi presso l’ex Colonia Elioterapica per vedere l’esposizione di fotografie d’epoca e cimeli e assistere nel pomeriggio alla conferenza inerente al gruppo dei “Filandieri” e del Costume di Germignaga. Siete stati veramente in tanti ed è stata un’ottima occasione di incontro in cui ho potuto piacevolmente parlare con molte persone, ma soprattutto conoscere nuove cose, a dimostrazione che c’è sempre da imparare!

A chiusura di questo argomento voglio parlarvi oggi di una delle cose che proprio sabato ho appreso: il nome dell’ornamento che mettevano in testa le giovani spose germignaghesi fino alla fine dell’800, una raggiera in argento chiamata nel dialetto locale “quazz” e sul quale ho fatto immediatamente ulteriore ricerca.

Questo oggetto, reso celebre da Alessandro Manzoni nei “Promessi sposi” e indossato da Lucia Mondella, seppur di probabile antichissima origine brianzola, a partire almeno dal 1500 fu certamente adottato anche nei territori prealpini lombardi e piemontesi e più a sud fino al corso del fiume Po’ in quello che un tempo era il territorio del Ducato di Milano. Lo attesta certamente una delle più antiche descrizioni riportate nel sito della FITP Lombardia, risalente al 1555 e riferita ad una “sperada” (un altro dei molti nomi utilizzati per identificare questo ornamento) della moglie di un pescatore del Ceresio, ovvero del vicino lago di Lugano.

Il nome di “quazz” che mi è stato riportato sabato da alcune germignaghesi, trova analogia invece nei territori della Valle Anzasca in territorio piemontese, dove in una descrizione delle donne locali scritta da Carlo Amoretti nel 1794 in “Viaggio da Milano ai tre laghi” indicava che coprivano il capo con fazzoletti di damasco nero e granata mentre i capelli venivano raccolti a “quazz” ovvero 4 trecce annodate inversamente a canestro, in uso anche in Val Formazza e in Val d’Ossola.

Non è quindi un caso che uno dei componenti principali della raggiera è quel grosso spillone lungo circa 25 centimetri con due grosse “olive” alle estremità e si trattava del primo regalo dei genitori alla propria fanciulla quando raggiungeva l’età da matrimonio. Su questo spillone venivano raccolte le trecce della ragazza, fino ad allora lasciate cadere sulle spalle.

Ad arricchire poi l’ornamento toccava al “promesso sposo” che donava tanti “spadini” quanti gli anni di età della ragazza, aggiungendone poi altri con il passare degli anni. Dalle nostre parti, 47 era il numero massimo di questi “spadini” mentre in Brianza molti di meno. Poteva esserci pure qualche altro “spadino” più piccolo collocato fra gli altri, con le estremità a punta da una parte e concava dall’altra, tipo un cucchiaino. Erano chiamati “caccia purès” o “spazza urecc”, servivano per grattare la testa dal prurito (probabilmente causato anche da qualche non raro pidocchio…) e per pulire l’interno delle orecchie.

Uno “spadino” al centro della raggiera con l’estremità traforata veniva invece aggiunto quando la donna aveva contratto matrimonio, mentre ogni dieci anni di nozze veniva aggiunta una coppia di “spadoni” più grandi, collocati nella parte inferiore della raggiera.

Principalmente realizzate in argento, le meno abbienti avevano raggiere in ottone o rame argentato. Pochissime e di elevato rango o nobiltà, quelle che potevano averle in oro. Quel che è certo, che si trattava di un ornamento che non doveva mancare nel corredo delle giovani spose, disposte a rinunciare a parte di esso, pur di poterla mostrare il giorno delle proprie nozze e in seguito, nelle occasioni di festa. Assai laboriose da indossare in quanto dovevano essere sistemate con l’acconciatura, col tempo furono semplificate grazie all’adozione di un archetto in legno ricoperto da una fettuccia nera sul quale erano infilzati gli “spadini”. La raggiera così composta poteva quindi essere indossata e rimossa molto più facilmente.

Caduta in disuso alla fine dell’800, la maggior parte di questi ornamenti andò perduto negli anni della seconda guerra mondiale quando venne richiesto di donare l’oro alla patria per finanziare le spese belliche. Sparirono così per sempre queste straordinarie testimonianze di un passato romantico e struggente.

Nelle due fotografie del collage odierno, sopra la germignaghese Alice Francioli e sotto la coppia di sposi del gruppo dei “Filandieri” di Germignaga al raduno di Pallanza del 1931. In entrambe, le donne portano sulla nuca la “quazz”, ben visibile in una cartolina d’epoca dell’immagine a sinistra.

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