Una barca, acqua, coperte. Una famiglia che migra – i volti di Zady e Elisabet, ospiti a Villa Immacolata. Un mare mosso che forma un tutt’uno con il cielo e rappresenta ciò che avviene durante le drammatiche traversate notturne. Il rosso che vuole simboleggiare il cimitero in cui, in questi anni nei quali migliaia e migliaia di persone sono naufragate tra le sue acque, si è trasformato il Mediterraneo.
Scritte in diverse lingue, per dire che «ci sono cose da tenere a tutti i costi sulla barca della vita e altre che si vorrebbero assolutamente buttare». Sullo sfondo “semi di pace” (Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace 202; il Pimpa, clown che regala sorrisi in luoghi di guerra; Rondine, cittadella della pace vicino ad Arezzo dove vivono giovani provenienti da terre tra loro in conflitto), «spesso invisibili, ma già segni di speranza capaci di colorare la vita pur dentro una realtà ancora grigia in cui si vede solo la distruzione».
Tutto questo lo si può ritrovare osservando il presepe allestito nella chiesa di San Pietro, a Castelveccana, insieme agli adolescenti delle parrocchie vicine guidate da don Luca Ciotti.
Una Natività speciale, certo non dall’aspetto tradizionale, ma ideata con il forte desiderio di lanciare un messaggio a tutta la comunità e di coinvolgerla in prima persona nella riflessione su un tema sempre attuale quale quello delle migrazioni che, da qualche settimana, è ancora più sentito in paese in seguito all’arrivo di un’ottantina di migranti, alcuni dei quali accolti proprio a Villa Immacolata.
«Non accontentarti di guardare e dire “poveretti” oppure “il mondo va a rotoli”: lasciati coinvolgere! Entra anche tu nel presepe perché il Signore Gesù, il Figlio di Dio che nasce sulla terra, sta alla porta e bussa, sta alla porta di casa nostra e bussa…», scrive don Luca in un messaggio rivolto ai suoi parrocchiani, citando un brano dell’Apocalisse.
«Puoi indossare anche tu il giubbetto di salvataggio e specchiarti nel personaggio seduto al centro della barca: non ha nome perché vuole prendere il tuo nome. Se fossi tu al suo posto? Se fosse capitato a te di dover migrare, di crescere in territori di guerra, in luoghi in cui i ragazzi si ritrovano a non avere futuro?», incalza don Luca.
L’invito rivolto a tutti, oltre a quello di fermarsi a osservare questo particolare presepe e di prendere un sacchettino di semi, seminarli e prendersene cura, è anche di salire sulla barca e utilizzare il proprio smartphone per «ascoltare le voci di alcuni di loro che vivono qui nella nostra comunità ma sono a noi estranei. Ne sentiamo le voci squillanti mentre giocano a calcio; li vediamo girovagare per il paese. Forse ci lamentiamo un po’ della loro presenza… Alcuni di noi – spiega il sacerdote – hanno pensato di intervistarli: non hanno chiesto come è stato il viaggio ma hanno preferito raccogliere due interrogativi: “Da dove vieni? Dove vai?”. E sappiamo bene che questi due interrogativi non si riferiscono solo alla geografia ma alla storia, alla storia di ognuno di noi che ha a che fare con i sogni, i talenti, le aspettative».
«Cosa si aspetteranno da noi, dalla nostra comunità? E cosa saranno in grado di dare a questa comunità? Forse potranno essere una grande opportunità di crescita per i loro pari età: sarà una occasione per compiere un tratto di strada insieme? – continua don Luca – È Gesù che sta alla porta della nostra comunità e bussa: a noi la scelta… accontentarci di guardare la barca, sperare che passi il più in fretta possibile oppure scegliere di salirvi e riconoscere di essere anche noi migranti in cerca di futuro».
«Infine – conclude il parroco – c’è poca luce in questo presepe, ma c’è un punto ben illuminato: “La luce splende nelle tenebre” (Gv. 1,5). Desideriamo guardare a Lui, al bambino Gesù, per migrare da noi stessi, da ciò che ci fa ripiegare su di noi e sui nostri problemi! È tempo di metterci in viaggio verso l’altro: se a muoverci sarà la parola “fratello”, lo stile che indosseremo sarà shalom, pace, salam».
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