Dalla Romania con il furgone per un impiego da badanti nell’alto Varesotto, proposto a condizioni che hanno portato a processo, con l’accusa di associazione a delinquere e intermediazione illecita, un sessantasettenne di Besnate e una quarantasettenne dell’est Europa, connazionale delle donne che erano state reclutate tra il 2009 e il 2014, in alcuni casi facendo leva su conoscenti o familiari già residenti in Italia e inseriti nel “sistema” di assistenza domiciliare finito al centro delle indagini, condotte dalla Squadra Mobile di Varese e dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro.
Dopo il viaggio si finiva in agenzia, a Gavirate o ad Azzate, dove una donna (all’epoca compagna dell’odierno imputato, deceduta durante le indagini) spiegava la trafila dell’inserimento lavorativo e indicava ad ogni badante la destinazione, cioè la casa della famiglia bisognosa di una figura cui affidare il proprio caro non autosufficiente.
Così le badanti più fortunate trovavano vitto e alloggio, mentre le altre, terminati i turni, si spostavano a Varese in via Piave, presso un appartamento della quarantasettenne oggi a processo. E lì si riposavano, pagando di tasca loro dieci euro a pernottamento. «Avevamo a disposizione un solo letto, a volte eravamo in quattro, altre volte anche più di dieci. Si dormiva sul pavimento se necessario, oppure su un divano. In un locale accanto al nostro c’era il bagno. Poi la mattina si andava a lavorare e ci si arrangiava per il pranzo e per la cena».
Un racconto ripetuto da tutte le badanti chiamate in aula a testimoniare durante l’ultima udienza, presso il tribunale di Varese. Circa una trentina quelle che figurano nella lista delle persone offese. Tre di loro si sono costituite parte civile nel procedimento. Tutte pensavano di sistemarsi una volta entrate nel giro dell’agenzia. In realtà, come è emerso fino a qui nel corso del dibattimento, in agenzia non si firmava alcun tipo di contratto e i soldi del primo stipendio venivano trattenuti come “prezzo da pagare” per aver avuto il lavoro.
Vietato chiedere spiegazioni o chiarimenti circa la regolarità della posizione. Chi non si fidava o pretendeva qualsiasi genere di assistenza, trovava davanti a sé un muro, oppure una persona (l’imputato, stando alla versione fornita davanti ai giudici da una badante durante una precedente udienza) che senza giri di parole invitava a tenere chiusa la bocca per non fare una brutta fine. E a quel punto il bisogno disperato di soldi per poter vivere prevaleva su tutto il resto, anche sulla possibilità di opporsi a quella ingiusta condizione di sfruttamento.
«Quando ho deciso di venire qui, dopo essere stata a Terni per un po’ di tempo, non potevo permettermi nemmeno il biglietto del treno. L’ho comprato vendendo la collana e gli orecchini che avevo addosso»ha ricordato una delle badanti nel corso della sua deposizione.
Il lavoro poteva durare settimane come anni, a seconda delle esigenze delle famiglie che si rivolgevano all’agenzia e in base alla predisposizione di ogni singola donna coinvolta ad accettare le rigide regole del meccanismo. Le indagini scattarono quando una di loro, dopo essere stata sostituita per un “permesso” preso a forza al fine di tornare in patria per una visita urgente ai genitori, decise di denunciare tutto. Fece così il suo ingresso nella vicenda la polizia giudiziaria, a cui è riservata l’ultima fase dell’istruttoria dibattimentale che si svolgerà a maggio con l’esame degli operanti.
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