Tre anni e sei mesi di reclusione. Così ha deciso il Tribunale di Varese, riconoscendo la colpevolezza del trentanovenne della Valceresio in carcere dalla scorsa estate con l’accusa di maltrattamenti ai danni della compagna, oggi trentenne.
Il verdetto è arrivato oggi pomeriggio, dopo le conclusioni delle parti. Il pubblico ministero aveva chiesto sei anni di reclusione, sottolineando il ruolo ricoperto dalla vittima nell’accertamento dei fatti: «In aula ha cercato di ridimensionare la vicenda, ma solo perché da quando il compagno è stato arrestato non vive più in una situazione di pericolo». Di quella stessa situazione la ragazza aveva parlato con una psicologa, descrivendo un rapporto fatto di umiliazioni , violenza e paura costante. Il tutto alimentato dai problemi con l’alcol dell’odierno imputato. Poi, però, in aula, la donna ha raccontato tutta un’altra storia: i litigi c’erano ma non si arrivava alla violenza fisica.
Tra gli atti del processo ci sono dei certificati medici che rimandano alla lesioni, patite da entrambi, la sera dell’arresto del trentanovenne, quando lui e la compagna furono trovati uno sopra l’altra in un parcheggio di Arcisate. Pochi giorni prima c’erano state altre tensioni, scaturite da un battibecco su un telefono da acquistare, e in quella circostanza l’uomo, secondo le accuse, avrebbe messo le mani al collo della donna. Per non parlare del capodanno 2021, finito a schiaffi e pugni, con un televisore scagliato addosso alla ragazza.
Le violenze coinvolgevano entrambi, non c’erano un prevaricatore e una persona sottomessa. Questa la versione dei difensori dell’imputato, gli avvocati Luigi Russo e Renato Lanfranconi, che dal punto di vista giuridico si sono opposti alla tesi dei maltrattamenti, sottolineando l’assenza di continuità nelle condotte vessatorie, l’assenza di preoccupazione tra i parenti della coppia (la madre della ragazza aveva abitato a lungo con entrambi senza allarmarsi per presunti comportamenti pericolosi) e il fatto che la persona offesa abbia ritirato l’unica querela sporta nei confronti del padre di sua figlia, dopo l’arresto di quest’ultimo.
«La visione buia dell’esistenza e la cupezza d’animo che caratterizzano i casi di maltrattamenti in famiglia non appartengono al nostro assistito – ha affermato l’avvocato Lanfranconi chiedendo l’assoluzione dell’imputato – che desidera tornare a stare bene con la propria compagna». Un desiderio espresso anche dalla persona offesa nel procedimento, che dopo la sentenza è scoppiata a piangere.
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