Non avendo ricevuto segnalazioni dai suoi sottoposti circa la presenza di eventuali problemi con la tenuta dei guardrail, il responsabile per la sicurezza del tratto di strada statale 394 nella frazione luinese di Colmegna non poteva evidenziare criticità a livello di manutenzione. Questo a fronte del grave incidente avvenuto in quel punto il 12 febbraio 2016, quando l’auto di due anziani coniugi, dopo aver sfondato la barriera protettiva a bordo strada, finì dritta nel lago.
Per quei fatti è oggi a processo lo stesso responsabile per la sicurezza, un ingegnere di Anas accusato di omicidio colposo (qui i dettagli) perché una delle due persone a bordo di quella vettura, una signora di 68 anni, morì in ospedale dopo un mese di ricovero e a causa dei gravi danni riportati a seguito di quel salto nel vuoto, compiuto da un’altezza di circa 15 metri, dopo che la macchina aveva sbandato per via della pioggia. Ma per un consulente tecnico della difesa, sentito ieri in tribunale a Varese dove è in corso il processo, l’odierno imputato non aveva il compito di recarsi materialmente in quel tratto di strada a controllare la tenuta del guardrail, installato nel lontano 2006 e dotato di una garanzia di resistenza della durata di 15 anni.
Nell’affermarlo il consulente ha fatto riferimento a quanto contenuto in una relazione che porta la sua firma e nella quale viene ricostruita la scala gerarchica della società in merito al servizio di manutenzione. Una scala gerarchica dove dopo il direttore di area tecnica – figura con competenza su strade di tutta la Lombardia – c’era proprio l’ingegnere ora a processo, capo centro dal 2009 (nominato quindi 3 anni dopo il posizionamento della barriera coinvolta nel drammatico incidente del febbraio 2016) e responsabile di ben 192 chilometri di strada.
«I sopralluoghi non spettavano a lui – ha ribadito in udienza il consulente – ma ai suoi sottoposti, un sorvegliante e un capo nucleo, su segnalazione dei quali il capo centro dispone tutti gli accertamenti e gli interventi necessari ad evitare potenziali rischi per gli utenti della strada».
Fu l’ingegnere però – ha fatto notare il pm in aula – ad occuparsi di alcuni sopralluoghi prima del sinistro, senza rilevare anomalie. Ed è proprio nel campo delle anomalie che un altro consulente – questa volta dell’accusa – ha collocato le caratteristiche del guardrail sfondato dalla macchina dei coniugi, perché le barriere su quel tratto di strada non erano inserite in un unico blocco e «quelle protezioni in acciaio funzionano quando sono collegate tra loro. Lì la mancanza di continuità era piuttosto evidente».
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