Varese | 21 Settembre 2022

Colmegna, con l’auto nel lago: «La strada era sicura»

In tribunale parla l'ingegnere accusato di omicidio colposo per l'incidente del febbraio 2016 che costò la vita ad una 68enne. «Lavori regolari». Ma il guardrail non riuscì a contenere il veicolo

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Il tratto di strada statale 394 che attraversa la frazione luinese di Colmegna era in sicurezza il 12 febbraio 2016, quando un’auto con a bordo una coppia di anziani sbandò a causa della pioggia, finendo dritta nel lago dopo aver sradicato il guardrail posto a lato della carreggiata.

Lo ha affermato oggi in tribunale a Varese l’ingegnere di Anas che all’epoca dei fatti era responsabile di quel tratto, in qualità di capo centro, e che oggi deve rispondere dell’accusa di omicidio colposo (qui i dettagli) per il decesso della donna di 68 anni che si trovava a bordo del veicolo insieme al marito, e che spirò in ospedale un mese dopo l’incidente.

L’imputato questa mattina si è sottoposto all’esame delle parti, difendendo davanti al giudice Andrea Crema il proprio operato. «Sono diventato responsabile nel 2009 – ha spiegato il tecnico – le barriere erano state posizionate nel 2006, con lavori correttamente eseguiti».

Nessuna segnalazione, nel corso degli anni, in merito a criticità e problematiche. Ma anche nessun particolare intervento di manutenzione, «in assenza di richieste da parte dei miei sottoposti e della polizia locale – ha spiegato l’ingegnere – Le barriere avevano una garanzia di resistenza per 15 anni. Io stesso – ha aggiunto l’imputato – sono stato sul posto più volte, sia prima che dopo l’incidente, al fine di verificare il corretto ancoraggio della struttura, anche perché d’inverno, con lo spargimento di sale in periodo di nevicate, c’è il rischio che la barriera possa deteriorarsi».

Ma se tutto era in ordine allora perché quell’auto è finita in acqua, precipitando da un’altezza di circa 15 metri, dopo aver sfondato il guardrail? Lo ha chiesto il pubblico ministero Davide Toscani, rivolgendosi all’ingegnere, che ha quindi avanzato un’ipotesi: «Le barriere non sono progettate per un urto frontale senza alcun moto di frenata». Per l’accusa, invece, i lavori di posizionamento del guardrail non furono eseguiti a regola d’arte.

Le domande formulate in udienza hanno poi consentito di risalire all’origine del progetto che includeva il ricorso alle barriere lungo quella porzione di strada del Verbano Orientale. «Il piano prevedeva l’installazione di guardrail in singoli punti – ha aggiunto ancora il tecnico – non un’unica barriera senza soluzione di continuità». Ma proprio questo ultimo assetto fu adottato in seguito all’incidente – e dopo il dissequestro del tratto – su richiesta del comando di polizia locale, che aveva indicato l’utilità di dotarsi di una barriera più robusta e in grado di essere allacciata correttamente alle altre.

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