Varese | 23 Settembre 2022

Valmarchirolo, un decennio di maltrattamenti: arriva la condanna

Due anni e otto mesi di reclusione per un 48enne, ossessionato dai tradimenti e per questo aggressivo. L’avvocato: «relazione malata, ma non è un mostro»

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Un lungo e tormentato rapporto di coppia, fatto di umiliazioni e violenze, e terminato con due denunce sporte dalla compagna di un 48enne residente in Valmarchirolo che ieri, davanti al collegio del Tribunale di Varese, ha assistito all’epilogo della vicenda giudiziaria legata alle accuse a lui contestate: maltrattamenti e violenza sessuale.

Il collegio presieduto dal giudice Andrea Crema ha riconosciuto la colpevolezza dell’uomo per i maltrattamenti (iniziati nel lontano 2007), condannandolo a 2 anni e 8 mesi di reclusione, ma lo ha assolto per il reato di violenza sessuale.

Un incubo quotidiano quello vissuto dall’ex compagna, come la stessa aveva raccontato in aula (qui i dettagli). «Una quotidianità mortificante», ha ribadito il pubblico ministero nel corso della sua requisitoria, prima di chiedere la condanna dell’imputato a 5 anni per i maltrattamenti (e l’assoluzione per l’accusa di violenza sessuale). Padre padrone, geloso e ossessionato dal tradimento, tanto da arrivare a controllare la donna – dipendente di un autogrill – a volte per l’intera durata dei suoi turni lavorativi, chiedendole poi conto delle interazioni con i clienti. Questo il quadro accusatorio (rispetto al quale l’imputato si è dichiarato innocente, riconducendo il tutto a normali litigi di coppia), aggravato da minacce e aggressioni fisiche, fatti che la donna confidava alle amiche, fotografando i suoi lividi. E poi c’era l’intimità, completamente stravolta (ma non menzionata nelle confidenze), con le presunte ispezioni corporali a cui la persona offesa sarebbe stata sottoposta dall’imputato, alla ricerca delle prove della sua infedeltà; la donna si concedeva al compagno soltanto per farlo stare calmo – ha sottolineato il pm – per contenere la sua rabbia.

Anche i tre figli (due femmine adolescenti e un bambino) erano vittime della situazione, ha ricordato l’avvocato Claudia Cornacchia, con cui la donna si è costituita parte civile nel processo (i giudici hanno riconosciuto il diritto al risarcimento, da quantificare), aggiungendo poi che l’uomo «non è stato credibile» quando ha parlato di giochi erotici a proposito delle umiliazioni cui l’ex compagna era sottoposta in camera da letto, e che «la donna era disperata», e quando si rivolgeva alle forze dell’ordine si sentiva dire che non c’era niente da fare.

Anche la difesa, rappresentata dall’avvocato Simona Ronchi, ha insistito sul tema della violenza, ma per portare all’attenzione dei giudici un quadro a suo dire contraddittorio: «In dibattimento abbiamo appreso dalla donna che i rapporti sessuali erano consenzienti, perché c’era amore. E sul fatto di essere stata violentata la stessa ha fornito più versioni, anche in base al periodo in cui sarebbero avvenuti i fatti, per i quali non abbiamo alcuna documentazione medica. Come si può essere imprecisi, su questi aspetti, quando si è vittime di un reato di questo genere?». E poi ancora: «Perché la decisione di avere un altro figlio in un periodo già segnato da violenze e soprusi? in questo processo – ha evidenziato l’avvocato, chiedendo l’assoluzione – il mio assistito è stato dipinto come un mostro. Non lo è, pur non essendo un santo. E l’ex compagna non è una vittima. Entrambi hanno voluto portare avanti una relazione malata, che invece avrebbero dovuto interrompere».

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