Varese | 10 Luglio 2022

Cuvio, morte alla casa di riposo: «Quell’uomo era nel posto sbagliato»

Quattro persone a processo con l'accusa di non aver vigilato sull'ospite, un 74enne affetto da demenza. In aula le prime testimonianze sul fatto, avvenuto nel 2017. Per la Procura struttura non idonea

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Il 21 marzo 2017, a tarda sera, nei locali al primo piano della Residenza Prealpina di Cuvio, il 74enne Piero M., ospite della casa di riposo da alcune settimane e affetto da demenza senile, andò incontro a un tragico destino. Libero di allontanarsi dal suo letto, aprì una finestra – priva di particolari sistemi di protezione – e finì di sotto. Il suo corpo venne ritrovato all’alba, infilzato nelle ringhiere della recinzione perimetrale. Arrivò cadavere in ospedale. 

Dall’indagine aperta in seguito al suo decesso, e coordinata dalla Procura di Varese, si è giunti lo scorso anno al rinvio a giudizio di quattro persone: il rappresentante legale della struttura, un medico e due operatori socio sanitari in servizio quel giorno; tutti accusati di cooperazione in omicidio colposo, per non aver vigilato correttamente su un anziano che soffriva di disabilità intellettiva. 

Un anziano che – secondo il quadro accusatorio – non avrebbe dovuto trovarsi in quel posto, ma in una residenza sanitaria con i requisiti per la gestione di soggetti non autosufficienti. Ieri, in Tribunale a Varese, sono stati sentiti i primi testimoni e si è appreso che in realtà la Residenza Prealpina offriva quel tipo di servizio, in uno spazio che però all’epoca dei fatti risultava completamente occupato. «In attesa di un posto nella rsa il signore è stato collocato in un’altra zona, quella della casa albergo, destinata agli ospiti autonomi e dove non è presente una assistenza h24». Lo ha spiegato in aula il luogotenente del Nucleo antisofisticazione e sanità dei carabinieri di Milano, che si era occupato di ricostruire la vicenda nella prima fase di indagine.

L’operante, dopo aver specificato che i due nuclei della residenza – casa albergo ed rsa – erano contigui (stesse camere ma diversi livelli di assistenza), ha fornito alle parti elementi importanti, a cominciare dalle due prescrizioni che avrebbero dovuto garantire al paziente le adeguate misure di sicurezza, in attesa del trasferimento nell’area protetta della casa di riposo, occupata da oltre 80 ospiti: sponde installate ai bordi del letto e l’impiego di una fascia da corpo nelle ore notturne, durante le quali, nella sua breve permanenza all’interno della casa albergo, il 74enne aveva più volte manifestato la tendenza ad allontanarsi, soprattutto impiegando un’uscita di sicurezza che si trovava a pochi passi dalla sua stanza. La sera prima dei fatti – ha precisato il testimone – fu addirittura trovato nel bosco adiacente la struttura; completamente disorientato. 

«Non abbiamo trovato la fascia da corpo – ha aggiunto l’operante – e non c’erano riferimenti all’utilizzo di quel supporto nel diario infermieristico che abbiamo visionato in sede d’indagine». Eppure, secondo le prime ricostruzioni raccolte ormai più di 5 anni fa, l’anziano sarebbe riuscito ad allontanarsi dal letto facendo tutto da solo. 

«Voleva tornare a casa – ha affermato davanti al giudice la nipote, che era riuscita a fare visita allo zio varie volte prima del drammatico fatto – Diceva che non si trovava bene in quel posto e che la sera veniva legato, cosa che mi è stata confermata dal responsabile della struttura. Lo facevano per ragioni di sicurezza, perché mio zio aveva già cercato di scappare».

L’uomo fu trasferito in Valcuvia all’inizio di marzo del 2017, su indicazione dei servizi sociali del Comune di Milano, luogo in cui l’anziano signore era rimasto solo, dopo la decisione della compagna-badante di allontanarsi da lui. Data la situazione, e l’impossibilità di affidarlo alle cure costanti di un parente, i servizi sociali attribuirono la massima priorità al suo trasferimento in una struttura, per via delle gravi problematiche di carattere psichico da cui era affetto, ma anche per il rischio di subire – dopo alcuni episodi già avvenuti – ulteriori raggiri di tipo economico, che di lì a poco l’avrebbero portato a sperperare il suo patrimonio senza rendersene conto.

«La sua età mentale era paragonabile a quella di un bambino di 5 anni». Questo il verdetto certificato, con apposita perizia, durante le indagini. «Le persone con quel livello di demenza vanno in totale confusione se vengono spostate dal loro ambiente», ha sottolineato in udienza uno dei due esperti; l’altro, con una lunga esperienza da direttore sanitario, ha inoltre aggiunto: «Il posto ideale per il paziente era una rsa adeguatamente attrezzata. Non una casa albergo. Quella sera l’uomo ha percorso un intero corridoio da solo, raggiungendo una stanza che in quel momento non era utilizzata, ma era accessibile». Ed è lì, secondo la ricostruzione dell’accusa, che si lanciò nel vuoto.

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