«Mio marito è uno che si fa trascinare. Ha fatto amicizia con questo signore che si è proposto per aiutarci nella ricerca di una nuova casa, seguendo per noi tutta la trafila burocratica per la richiesta del mutuo. Anche io alla fine mi sono fidata, poi però mi sono accorta che qualcosa non tornava».
Il signore in questione, oggi quarantatreenne, è finito a processo con l’accusa di tentata estorsione ai danni della coppia, all’epoca dei fatti – avvenuti nel 2019 – residente a Germignaga (qui i dettagli). Insieme ad altri soggetti – tra cui un albanese giudicato in un altro processo – avrebbe architettato un piano per ottenere dai coniugi la bellezza di 30mila euro.
Non si arrivò a quel punto, grazie alla denuncia sporta ai carabinieri di Luino dalle vittime del raggiro, e grazie alle successive indagini che fecero saltare il piano. Ma non si arrivò nemmeno a mettere le firme sulla richiesta del mutuo, come si è appreso ieri in Tribunale a Varese dalla testimonianza della moglie dell’uomo che era stato avvicinato dall’odierno imputato, il quale, vestendo i panni del vicino di casa socievole, era venuto a conoscenza delle intenzioni della coppia di trasferirsi.
La donna, rispondendo alle domande del pubblico ministero, ha raccontato del momento in cui si era resa conto delle prime “stranezze” circa il progetto che quel vicino aveva descritto a lei e al marito, presentandosi come “esperto in materia”, legato professionalmente ad una agenzia immobiliare con sede in Svizzera: «Mi ha detto di andare in banca ad aprire un conto. L’ho fatto, ma in banca nessuno mi ha mai parlato del mutuo. Un giorno ho chiesto un incontro con il direttore e ho scoperto che non c’era nessuna richiesta di quel tipo a nostro nome. Ho provato a parlarne con mio marito ma lui era così preso da quella nuova casa che non ha voluto sentire ragioni».
In più il “vicino intermediario” diceva che era tutto a posto. E nel frattempo aveva iniziato a chiedere soldi in contanti per portare avanti la procedura: 3.000 euro, poi altri 2.500, poi ancora 800 circa. Fino ad una richiesta particolare: altri soldi per accedere ad un finanziamento che avrebbe consentito al presunto broker di comprarsi un’auto. «Mi sono rifiutata – ha aggiunto la donna in udienza – e lui ha chiesto di parlare da solo con mio marito».
Il marito, dopo l’incontro, torna in lacrime e quel giorno il ricatto viene a galla: ci sono soggetti di nazionalità albanese, poco raccomandabili, dietro il vicino di casa: hanno i documenti che la coppia aveva dato all’intermediario per accendere il mutuo. Tra le carte c’è anche il permesso di lavoro da frontaliere della donna, scaduto, ma che il vicino si era impegnato a far passare per buono. Senza soldi – è la minaccia – finisce tutto in mano alla Guardia di Finanza.
L’odierno imputato, allora, propone una seconda mediazione, quella con i malintenzionati. Ma ad una condizione: non denunciarli. Da qui la lunga serie di telefonate minatorie e la consegna di altri soldi in contanti: «Ci dicevano continuamente di pagare – ha ricordato la donna – perché altrimenti per noi e per nostro figlio sarebbe finita male». Passaggi, questi ultimi, già ricostruiti nella precedente udienza dagli operanti di polizia giudiziaria che si occuparono delle indagini, giunte al capolinea per l’errore commesso da uno dei ricattatori: una chiamata senza il numero oscurato.
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