Niente allarmismo, attenzione alta e ricorso a tutti quei comportamenti utili a prevenire situazioni di pericolo. La notizia del rinvenimento di tracce di peste suina africana nell’organismo di un cinghiale morto all’interno del territorio comunale di Ovada, in provincia di Alessandria, ha fatto il giro del nord Italia, raggiungendo anche l’alto Varesotto.
La linea del comprensorio alpino “Nord Verbano”, che tra i monti della Veddasca e della Valdumentina si occupa di caccia dalla metà degli anni Novanta, è quella della prudenza, che nel caso di specie significa anche consapevolezza del rischio, in rapporto ad un virus altamente contagioso e in grado di produrre effetti devastanti sulla salute dei cinghiali e degli allevamenti di suini, e di conseguenza su tutto l’apparato economico che ruota attorno al settore.
«Per questo siamo preoccupati – precisa il presidente del comprensorio, Lino Passalacqua – e porteremo avanti le nostre attività con un livello ancora più alto di vigilanza su quello che succede nei boschi, e con una rinnovata attenzione ai dettagli». La notizia della circolazione del virus arriva nel pieno svolgimento del piano annuale di abbattimento dei cinghiali nel Luinese, che è iniziato il mese scorso con le squadre della caccia collettiva e che, da calendario, dovrebbe proseguire fino alla fine di gennaio.
«Sono 170 i cinghiali abbattuti in un mese e mezzo – prosegue Passalacqua – probabilmente sforeremo quota 200 entro gennaio. Questo sabato le battute proseguiranno, ma la notizia ci impone di avere un occhio di riguardo per tutta una serie di particolari che possono rivelarsi di vitale importanza al fine di scongiurare la diffusione della malattia. Per i cacciatori sarà importante disinfettare in modo accurato mezzi e attrezzature, perché è vero che l’uomo non può essere infettato dalla peste suina, ma può contribuire suo malgrado a trasportare il virus da un luogo all’altro. Sarà inoltre fondamentale – sottolinea in conclusione il presidente del comprensorio – osservare il comportamento dei cinghiali. L’animale infetto potrebbe apparire barcollante o affaticato durante la fuga. In presenza di una carcassa occorrerà avvisare subito la vigilanza, affinché possano essere svolti i dovuti accertamenti».
Ed è proprio da un prelievo di materiale, e dall’esito della successiva analisi, che è scattato nei giorni scorsi il “caso Ovada”, l’unico accertato – nel momento in cui scriviamo – per quanto concerne la presenza nel nord Italia della peste suina africana, una malattia che non lascia scampo all’animale colpito, destinato a morire nell’arco di una settimana.
Al confine con il Ticino l’unico precedente di peste suina risale alla fine degli anni Novanta, quando grazie ad una campagna intensiva di abbattimenti di cinghiali il ceppo venne estirpato con successo. Le uccisioni consentirono ai cacciatori di allontanare la minaccia dopo due anni di attività rafforzata. Nel processo ebbe un ruolo anche il percorso di immunizzazione dei cinghiali, non contemplato però dalle aggressive dinamiche di sviluppo e diffusione della peste proveniente dall’Africa, presente (e monitorata) fino a pochi giorni fa soltanto in Sardegna, dove il virus sopravvive da alcuni anni nonostante la situazione epidemiologica sia in netto miglioramento, anche grazie ad un piano ministeriale di sorveglianza che ha come obiettivo finale l’eradicazione della malattia.
Ma il caso piemontese, di cui ancora non si conosce l’origine, potrebbe essere legato alla diffusione del virus a livello europeo. Da anni la peste suina africana è presente in Belgio, in Germania, nell’est Europa, e anche in contesti extraeuropei come il sud-est asiatico, la Cina e l’India. E chi viaggia per cacciare, portando con sé equipaggiamenti e trofei, è un potenziale veicolo di diffusione. Il resto lo fanno i cinghiali, spostandosi da un’area all’altra: per questo l’attività di caccia è già stata sospesa in decine di comuni piemontesi e liguri, così come in Emilia.
Anche Regione Lombardia è intervenuta nelle ultime ore a tutela delle zone che confinano con i luoghi delle segnalazioni (al caso di Ovada ne sono seguiti altri, sempre in Piemonte, per un totale di sei cinghiali morti su cui sono in corso verifiche). Un’ordinanza firmata dall’assessore all’Agricoltura, Fabio Rolfi, ha portato alla sospensione della caccia collettiva al cinghiale – e di quella vagante con il cane – in provincia di Pavia. E il rischio a livello lombardo è più alto che altrove, considerando che dalla regione dipende più della metà della produzione suinicola italiana, con tanto di ruolo chiave a livello strategico nella filiera delle esportazioni.
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