Sarebbe stato un debito di soli 50 euro a scatenare la rabbia del 43enne che in strada si faceva chiamare Pitbull, e che una sera d’inverno di due anni fa alzò le mani su un 22enne della Repubblica dominicana, suo connazionale, mentre il giovane si trovava a bordo di un convoglio Tilo per rientrare dalla Svizzera a Luino.
Questa è l’accusa che gli viene mossa dalla Procura di Varese, nell’ambito del processo per lesioni e rapina in cui il 43enne figura come imputato. Quanto alle ragioni dell’aggressione, invece, è stata la persona offesa a ricostruire i fatti di quella sera davanti al collegio del tribunale di Varese presieduto dal giudice Cesare Tacconi.
“Stavo ascoltando la musica – ha ricordato il ragazzo in aula – lui ad un tratto mi si è presentato davanti. Mi ha messo le mani addosso e mi ha sbattuto contro il finestrino. Non ci vedevamo da mesi, da quando gli avevo chiesto 50 euro per bere durante una serata. Poi sono svenuto e mi sono risvegliato a Luino. Non ho altri ricordi”.
Tornato in sé il giovane scoprì che gli era stato sottratto lo smartphone, poi ritrovato dai carabinieri a casa di una signora, madre di quella che all’epoca era la ragazza dell’odierno imputato. La nuova “proprietaria” disse ai militari – che risalirono alla posizione dell’apparecchio grazie al segnale gps – che non ne conosceva la provenienza, tesi poi ribadita anche in udienza davanti ai giudici.
Pitbull aveva un conto in sospeso con il giovane, ma c’è una discrepanza tra quanto dichiarato da quest’ultimo ai carabinieri, il giorno della denuncia, e quanto affermato oggi in aula. Lo ha fatto notare nel corso del dibattimento il pubblico ministero Valeria Anna Zini, riferendosi al contenuto della denuncia: “Dì al tuo amico di darmi quello che mi spetta”, questa la frase attribuita dalla persona offesa all’uomo.
Per il ragazzo le due versioni sarebbero la conseguenza di un forte shock, scaturito dal pestaggio: una brutta esperienza che aveva fretta di dimenticare. Le parti discuteranno a gennaio, poi arriverà la sentenza.
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