Luino | 23 Ottobre 2021

I pettegolezzi in chat e sul posto di lavoro costano caro: 42enne condannato per diffamazione

L'uomo prese di mira una collega, descrivendola come una rovina famiglie. Le sue insinuazioni crearono un clima ostile all'interno di una struttura sanitaria locale

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Una collega di lavoro dipinta come una rovina famiglie per via di una presunta relazione inconfessabile, diventata a un certo punto un gossip di reparto presso una residenza sanitaria dell’alto Varesotto. A mettere in giro quelle cattiverie, tra l’inverno 2019 e l’estate dello scorso anno, fu un dipendente della struttura, denunciato per diffamazione dalla protagonista di quelle storie.

La donna, una quarantunenne di professione musicoterapista, non ne poteva più del clima ostile generato da quelle maldicenze. Un clima pesante, insopportabile, che la portò a staccarsi per qualche tempo dal posto di lavoro, aveva spiegato la persona offesa durante le prime fasi del processo davanti al Giudice di pace di Luino. “Alcune delle persone che avrebbero ricevuto queste confessioni sono in rapporti stretti con la persona offesa – ha precisato invece l’imputato, un quarantaduenne, durante l’ultima udienza – mai mi sarei sognato di parlare con loro di certe cose, con un linguaggio che peraltro non mi appartiene. Non è nel mio stile”.

Per l’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Marco Brunoldi, non ci sono dubbi sui pettegolezzi riguardanti la vita privata della donna, sussurrati in via confidenziale dall’imputato e poi fatti girare nelle chat, dove la quarantaduenne veniva tacciata di infedeltà per via di presunti rapporti con il marito di una ex dipendente, e accusata di “adescare” i colleghi con atteggiamenti provocanti e un abbigliamento puntualmente “fuori luogo”. “I testimoni hanno ricostruito gli episodi, anche cronologicamente, quando sono stati sentiti in aula”, ha aggiunto il pm nel chiedere la condanna dell’uomo a 800 euro di multa.

Diversa la tesi della difesa dell’uomo, rappresentata dall’avvocato Simona Ronchi: “Una testimone ha dichiarato di non sapere niente, un’altra non ha fatto nomi, un collega ha parlato di messaggi vocali dell’imputato, che però non ci sono. Per non parlare del comportamento reticente tenuto in aula da un testimone. Non è stata raggiunta la prova del reato“, punto quest’ultimo su cui il legale di parte civile, l’avvocato Matteo Ceriani, ha specificato che “non è necessaria la presenza di più testimoni contemporaneamente perché si configuri la diffamazione, reato che può essere commesso anche a fronte di più episodi avvenuti in presenza di un singolo testimone”, con l’intento di “far girare la voce”.

Per l’avvocato Ronchi – che producendo una tabella turni del gruppo di dipendenti ha anche evidenziato l’assenza di una delle testimoni sul luogo di lavoro nel momento in cui sarebbe avvenuta una prima “confessione” dell’imputato -, il tutto andava considerato partendo dal contesto lavorativo presente all’interno della struttura in quel periodo: “Un ambiente non sereno per via di questioni aziendali, e sappiamo come può andare in questi casi, tra gelosie, ripicche e pettegolezzi”.

Il giudice Davide Alvigini ha però condannato l’uomo al pagamento di 400 euro di multa e delle spese processuali. Il risarcimento dei danni verrà calcolato in sede civile.

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