Le fu detto di prenotare una ecografia e stare tranquilla, mentre si trovava alla trentesima settimana di gravidanza, ma la giovane futura mamma aveva già accusato dei forti dolori e proprio per quel motivo si era recata in ospedale a Cittiglio per avere un parere medico.
Quel parere non tenne adeguatamente conto di una perdita di liquido amniotico già in atto, che col passare del tempo causò il soffocamento nell’utero del bambino. Quando la ragazza, insieme al compagno, tornò con urgenza in ospedale, quattro giorni dopo la visita, il bambino che portava in grembo era già morto. Il decesso fu constatato in maniera definitiva, poco prima dell’alba, l’11 aprile 2015.
Per la vicenda il tribunale di Varese stabilì la colpevolezza del ginecologo dell’ospedale che aveva visitato la ragazza, residente a Luino, valutando erroneamente (cioè come “normale”) la condizione in cui si trovava la giovane, per poi procedere con la dimissione dopo gli accertamenti anziché provvedere al ricovero anche solo per tenerla sotto osservazione. L’uomo, processato per omissione di soccorso, fu condannato a tre mesi di reclusione e al pagamento di un risarcimento per i genitori di 50 mila euro.
Quella sentenza emessa dai giudici varesini venne in seguito completamente ribaltata in Appello con l’assoluzione del ginecologo. Ma un nuovo capitolo di questa drammatica storia è stato scritto nei giorni scorsi grazie al ricorso in cassazione presentato dagli avvocati Corrado Viazzo e Valentina Commisso, che difendono la coppia luinese.
La Suprema Corte ha accolto l’istanza dei legali, formulata impugnando una sentenza – quella di secondo grado – ritenuta carente sotto il profilo delle motivazioni con cui era stato capovolto il primo giudizio, oltre che priva di un “adeguato percorso logico” nel negare il nesso causale tra la morte del feto e le precedenti valutazioni di carattere medico.
I giudici romani hanno quindi annullato la sentenza d’appello, stabilendo il rinvio per un nuovo giudizio che riguarderà la quantificazione del risarcimento da assegnare alla coppia, ma non la responsabilità penale del medico, per via delle modalità con cui il ricorso era stato presentato.
Grazie alla tenacia dei genitori e al supporto legale dei due avvocati, caratterizzato peraltro dalla produzione di ricerche scientifiche da cui si svilupperanno ulteriori approfondimenti, il percorso per ottenere giustizia è stato ripristinato, anche se nessuna sentenza potrà mai restituire alla coppia luinese la vita mai cominciata di quel figlio.
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