Sono circa 300 gli operatori sanitari del Varesotto per i quali ATS Insubria ha riscontrato un’irregolarità rispetto all’adempimento dell’obbligo vaccinale contro il Covid-19, previsto dal decreto legge 44/2021 dello scorso 1 aprile. Una cifra che, per tutta quanta la Lombardia, sale a più di 2500 persone che risultano non vaccinate, in maggioranza infermieri.
Nei loro confronti i datori di lavoro stanno provvedendo o a modificare la mansione con lo spostamento in ruoli che non implicano contatti con l’utenza o, laddove questo non è possibile, alla sospensione dalla posizione lavorativa fino all’avvenuta vaccinazione prevista dal decreto.
Per quest’ultimo motivo, soprattutto, in molti – circa 500 in Lombardia – hanno presentato ricorsi a tribunali e TAR per chiedere di poter continuare a svolgere il proprio lavoro e ricevere la retribuzione, ma a quanto emerge dalle sentenze che vengono emesse da tali organi competenti – secondo ciò che riporta Il Post – tutti questi ricorsi sono stati respinti ed è ormai plausibile che si proceda su questa strada anche per le altre cause ancora in attesa.
La motivazione del respingimento risiede nel fatto che il diritto individuale di scelta risulta, in questo caso, meno importante rispetto all’interesse pubblico che il decreto legge ha lo scopo di tutelare attraverso l’obbligo di vaccinazione. A ciò si aggiunge anche il riferimento all’articolo 2087 del codice civile citato in diverse sentenze, che prevede che il datore di lavoro sia tenuto a mettere in sicurezza i dipendenti. Anche questo, dunque, prevale rispetto alla rivendicazione di poter scegliere liberamente se vaccinarsi o no.
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