L’ultima ordinanza regionale in materia di coronavirus ha prolungato lo stop dei campionati dilettantistici dal 6 al 13 novembre, ma ha aperto alla possibilità di riprendere gli allenamenti individuali delle squadre. La misura, per quanto concerne il calcio, coinvolge tutte le realtà locali, dall’Eccellenza alla Terza Categoria.
Mentre per il mondo del professionismo il provvedimento non intacca l’andamento della stagione, per quello dei dilettanti il parziale passo indietro delle istituzioni è solo un piccolo spiraglio di luce che non cancella frustrazione, perplessità e timori.
A pesare sulla tenuta del sistema e sulla capacità di un gran numero di associazioni di reggere all’urto, non è soltanto il fattore competitività del campionato, bloccato sul nascere per il peggioramento repentino dell’emergenza pandemica a margine dell’estate. Sul territorio dell’alto Varesotto c’è anche un grande rammarico per gli enormi sforzi, organizzativi ed economici, sostenuti dalle società al fine di garantire la massima sicurezza ai propri tesserati. E dopo aver seguito anche le singole virgole dei protocolli anti Covid, ecco la doccia fredda.
“Qualcosa non quadra – commenta il presidente della Valcuviana Gianluca Testa, al quale ci siamo rivolti per sondare l’umore di chi si vede costretto a rinunciare alla propria passione, e in alcuni casi anche a qualcosa di più -. L’ordinanza di blocco assoluto, pubblicata a due giorni di distanza da una precedente ordinanza con cui venivano chiarite le regole per partecipare alla partite, ci ha lasciato veramente basiti”.
La Valcuviana, a differenza di altre compagini di Seconda Categoria, non ha patito in modo significativo l’impatto dello stop forzato durante le prime quattro giornate (tre le gare disputate, una sola quella saltata ma per dei sospetti contatti Covid nella rosa avversaria). Oggi però le dure conseguenze della seconda ondata di coronavirus sullo sport dilettantistico non escludono più nessuno, indipendentemente da ciò che è avvenuto dentro e fuori dal campo nelle ultime settimane.
“Siamo poi ulteriormente amareggiati per il settore giovanile – prosegue Testa – per i tanti bambini bloccati già a marzo, e che ora si trovano costretti ad accettare un secondo blocco, almeno per quanto riguarda le partite. Cosa faranno durante i pomeriggi liberi nel fine settimana? Resta complicato capirlo”.
Ciò che appare invece del tutto impossibile da comprendere è il rapporto tra le spese affrontate per non ritrovarsi senza calcio, scongiurando così l’inconveniente di non riuscire a praticarlo in sicurezza, e la situazione attuale. “La sanificazione continua di locali e attrezzature, l’acquisto di pettorine singole e borracce per ogni giocatore, i costi fissi per la manutenzione, quelli per luce e gas. Tutto ciò rimane, anche se gli impianti restano chiusi. C’è poi la questione dei recuperi – sottolinea ancora Testa in conclusione -. Si è già parlato di partite in notturna per ovviare agli impegni di lavoro, ma molte squadre delle nostre categorie, non avendo un impianto adeguato di illuminazione, dovranno obbligatoriamente spostarsi e dunque affittare un campo per le partite casalinghe. Il che significa ulteriori spese. E che fare poi con le quote di iscrizione dei ragazzi, se le cose dovessero peggiorare ulteriormente?”.
Tanti gli interrogativi che restano aperti, anche e soprattutto per chi si è trovato a fronteggiare l’incubo del tampone positivo, pagando di tasca propria per i dovuti e continui accertamenti, che nel frattempo hanno tenuto le squadre coinvolte – con relativi avversari – lontano dal terreno di gioco. Quanto ancora dovrà restarci l’intero universo del calcio dei dilettanti, lo si saprà soltanto tra tre settimane.
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