Varese | 31 Maggio 2020

Terra di leggende il regno delle bocce, ecco la “Zuffa”

La rivalità è al centro dell'ultimo racconto d'altri tempi di Roberto Bramani Araldi, che ci riporta in un mondo in cui la rivalità era molto sentita nel Varesottov

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(articolo di Roberto Bramani Araldi) Nello sport di qualsiasi disciplina esiste un punto fermo, inalterabile, inamovibile, fonte di perenne discussioni e confronti fra le fazioni pro e contro: la rivalità. Cosa sarebbe il calcio senza la secolare sfida fra Inter e Juventus o la pallacanestro privata delle aspre contese campanilistiche fra Varese e Milano o la pallavolo senza le ostilità fra Treviso, Parma e Modena? Sarebbero sport confinati a nicchie d’oratorio, senza voler denigrare questo tipo di pratica, tuttavia necessariamente limitata a ristretti ambiti, senza alcuna pretesa di suscitare passioni travolgenti a livello planetario.

Il solito bastian contrario potrebbe obiettare che queste rivalità rappresentano l’aspetto meno nobile della competizione leale, improntata al confronto serrato, ma privo di settarismo, dove tutto è positivo se fatto dai propri colori, ma è altrettanto negativo se eseguito dai colori avversari. Vero in teoria, ma vogliamo mettere come risulti più saporita la minestra addizionata della giusta dose di sale? Va bene, continuerebbe il solito, ciò succede per gli sport ad alto seguito popolare, ma le bocce, per esempio, quali spasmi vuoi che sollevino?

No, perbacco, non si possono ignorare antichi antagonismi, radicati nel tempo, addirittura tra frazioni di un medesimo paese, oppure tra un paese e l’altro, che sbocciavano in antipatie continuamente rinfocolate da scontri accesi, sedati solo dalle proverbiali mangiate e bevute dopo partita.

In una zona del Varesotto esisteva una specie di faida fra due località limitrofe e le squadre di bocce locali si detestavano da tempo immemorabile: chiamiamo le due squadre Bianchi e Neri – senza voler fare il verso a Firenze e alla Toscana del Duecento/Trecento con i Guelfi Bianchi e Neri – per evitare di sollevare vecchi dissapori ormai rivestiti di spessi strati di polvere.

Si dà il caso che ogni anno i Bianchi organizzassero un quadrangolare a squadre, ad invito, con il sistema ad inseguimento: avrebbe trionfato la compagine che avesse assommato più punti nel girone all’italiana. Partirono le convocazioni, ma, all’ultimo momento, una delle squadre fu impossibilitata a partecipare: panico, chi può coprire il buco, si domandarono i padroni di casa? L’unica strada facilmente percorribile sarebbe stata invitare i Neri, distanti solo un paio di chilometri dal bocciodromo dove si sarebbe svolta la Kermesse. Detto e fatto e i Neri, inaspettatamente, dissero subito di sì.

Alla domenica sorteggio per i primi incontri e, manco a farlo apposta, l’ultima tornata avrebbe visto la scontro fra Bianchi e Neri. La malignità di una sorte perfida era dietro l’angolo. Dopo le prime due partite le compagini erano a pari punti, avendole vinte entrambe: lo scontro diretto sarebbe stato decisivo per il successo finale.

Il tifo era alle stelle e nei Neri il capo claque, che dirigeva cori calcistici infarciti da inni trionfalistici per i suoi colori e pesantemente irrisori nei confronti degli avversari, era l’Ettore, un marcantonio dalla faccia rubizza, abbastanza giovane, sempre azzimato con giacca e cravatta. Quel giorno indossava una camicia giallo pallido, cravatta ocra a pois verdi, calzoni beige e una splendida giacca testa di moro sfoderata, manifestamente nuova. Dall’altra parte il sostegno non era da meno, anche se meno rumoroso e più contenuto in termini di pesanti prese in giro.

All’inizio non ci fu storia, i Neri vinsero 8 a 2 l’individuale, la coppia dei Bianchi seguì la stessa sorte, soccombendo 8 a 4, per un totale di 16 a 6 che sembrava non lasciare grandi speranze ai padroni di casa. Era la volta della terna e il capitano dei Bianchi, Ruggero, un mingherlino tutto pepe, arringò gli altri due componenti: “Non abbiamo ancora perso, possiamo riprenderli! E’ importante partire bene, ricuperare un po’ il distacco e vedrete che cominceranno ad aver paura di vincere. Così li ribalteremo e batterli sarà ancora più bello. Forza ragazzi!”

Era stato profetico. Dopo le prime tre mani il punteggio si assestò sul 16 a 12 e il nervosismo cominciò a serpeggiare sia nella terna in campo, sia nei sostenitori fuori, dove un sempre più arrochito Ettore cominciò ad inserire nelle urla a sostegno dei suoi qualche considerazione lontana dal linguaggio parrocchiale.

Si procedeva punto a punto in un crescendo di passione, sino al fatidico sorpasso 20 a 22. Fu a quel punto che Ruggero contestò con l’arbitro l’ultima bocciata avversaria, a suo dire scoccata con entrambi i piedi oltre la linea di stacco, quindi, pur avendo colpito la boccia dichiarata, doveva essere ritenuta non valida.

L’arbitro, forse influenzato dal pubblico di casa, forse effettivamente convinto dell’infrazione, dichiarò la boccia nulla. L’Ettore, già su di giri per qualche libagione di troppo, arrabbiatissimo per la piega che stava prendendo l’incontro, in piena trance agonistica all’idea di rischiare la sconfitta con gli odiati vicini, soprattutto dopo aver ritenuto di potersi accaparrare la vittoria, perse la testa e si precipitò in campo seguito da un manipolo dei suoi, deciso a farsi giustizia nei confronti del Ruggero, dell’arbitro e di qualsiasi altro gli fosse capitato a tiro.

Ad alcuni dei sostenitori dei Bianchi non parve vero che ci fosse l’occasione di menare, almeno un po’, le mani, per cui scoppiò un parapiglia nel quale non si riusciva a comprendere chi le stava dando e chi le stava prendendo, torreggiava di certo la mole dell’Ettore, che aveva già affibbiato qualche sganassone e aveva preso per il collo uno della squadra dei Bianchi. Fu così che al Ruggero venne l’ispirazione – che cosa è l’ispirazione se non il colpo di genio improvviso che spalanca visioni consentite solo a pochi? -: si portò sveltamente alle spalle dell’energumeno e, impugnate saldamente le due falde della giacca, gliela squarciò fino all’altezza del colletto.

L’urlo che seguì fu terrificante, l’Ettore mollò il collo che aveva strapazzato fino a quel momento, si tolse la sua bella giacca imprecando: ”La mia giacca, la mia giacca, la mia giacca nuova!”. La zuffa terminò subito e i Neri furono squalificati. Sembra che da allora la rivalità fra le due località abbia raggiunto livelli neppure sfiorati nel passato, ma ebbe comunque un risultato positivo: l’Ettore rinunciò a seguire la squadra e sembra si sia dedicato a sostenere altri sport.

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