(di Roberto Bramani Araldi) Il ronfare sommesso e accattivante del motore dell’auto ti accompagna mentre affronti le sinuosità del percorso che va da Luino verso nord: ecco che compare Colmegna, qualche strettoia ancora ben visibile nell’imbrunire, poi dopo una lunga galleria si scopre Maccagno, centro cospicuo come estensione a fronte dei ridotti insediamenti che circondano quello che potrebbe essere denominato capoluogo, anche se rappresenta solo il centro di riferimento più importante della zona.
La strada si allarga, a fianco del lago che riduce le sue distanze dalle sponde piemontesi, ove Cannero e Cannobio appaiono sempre più vicine, come volessero allungare le loro luci, che iniziano a baluginare, per toccare le saltuarie costruzioni a lato del percorso lombardo.
Ti accompagna il sommesso pulsare del motore, il lago parrebbe volersi celare, invece si scopre con voluttà lasciando specchiare i suadenti centri piemontesi sull’alabastro appena adagiato fra le sponde, si avvicina la fine dell’impero, solo due chilometri dal confine svizzero di Zenna, poi, repentino l’asfalto si restringe sulla destra e t’invita a salire più su, ancora più in alto per donarti nuove visioni di lago, fino a un breve, forse inatteso slargo, di fronte al ristorante, bar e …
E a un leggiadro campo di bocce, parzialmente coperto, abbastanza stretto ma anche abbastanza regolare, a fianco e dinanzi al quale si dispongono, forse un po’ caoticamente, coloro che presto scenderanno in campo per battersi in una competizione a coppie.
Ebbene sì, a Tronzano, senza alcuna bocciofila conclamata che caratterizzi la struttura, sta prendendo vita una gara nella quale, accanto a un giocatore tesserato, deve esibirsi un neofita, meglio ancora se non ha mai praticato questo sport.
Regole? Poche per carità. Nessuna dichiarazione sulla boccia da colpire, qualora si decida di bocciare, né sugli spostamenti – macchè cinquanta centimetri come limite massimo – né sulle bocciate di volo, non sono ammessi i tocchi alle assi e ne basta e avanza.
La gara è in memoria di Adolfo Affi-Falla, scomparso non da molto, che ha profuso tesori di passione per mantenere sempre attivo il fuoco del gioco delle bocce, nella convinzione, condivisa da quasi tutti, che la promozione si realizzi anche attraverso la semplice pratica di avvicinare le bocce al pallino.
Intanto all’imbrunire si sostituiscono le tenebre, una delle chiese del paese lascia svettare il campanile seminascosto da case e vegetazione, come volesse sorvegliare, in modo benevolo sicuramente, il tranquillo evolversi delle contese che, per ogni eliminatoria, prevedono il successo di una coppia che si misurerà alla conclusione prevista per il 21 agosto.
Gli organizzatori Di Benedetto e Rocca, con il prezioso ausilio del perennemente entusiasta Sergio Galli, presiedono alla correttezza delle partite, il cui svolgimento è accanito: ogni partecipante, specialmente i non tesserati, sgrana le sue più recondite astuzie al fine di contribuire efficacemente alla vittoria finale.
Le luci sfavillano sul campo, la coppia vincitrice dell’eliminatoria festeggia a fianco della corsia ora deserta, alcuni planano nell’invitante bar a fronte. E’ tempo di rientrare, di abbandonare quel recondito angolo d’amore per le bocce, di riavvicinarsi al lago, di riappropriarsi di quell’atmosfera un po’ fatata, un po’ avvolta nell’arcano per sconfinare in un altro luogo, forse Maccagno, dove esistono pure lì, due campi di bocce, parzialmente coperti, dove le realtà esulano, si librano a confondersi con le illusioni, per creare una sottile foschia nella quale ogni pensiero assume forma e concretezza in relazione al proprio percorso individuale.
E le bocce diventano elemento insostituibile, sono l’emblema di un’arte non forgiata da mano d’artista, sono la personalizzazione della cultura di uno sport.
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