Luino | 5 Febbraio 2020

“L’Inghilterra diventerà il 51° stato degli Stati Uniti?”

Riceviamo e pubblichiamo la nota stampa inviata dall'agronomo Valerio Montonati riguardo alla situazione politica ed economica del Regno Unito a seguito della Brexit

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Riceviamo e pubblichiamo l’approfondimento inviato da Valerio Montonati, riguardante quello che sta avvenendo in Inghilterra dopo la Brexit. 

L’Inghilterra diventerà il 51° stato degli USA? Devo essere sincero, la definitiva fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea va ben oltre la definitiva sconfitta dell’idea, forse utopistica, ma certamente straordinaria per gli equilibri futuri del mondo, di un’Europa unita politicamente.

Gli “Stati Uniti d’Europa”, costruiti su un modello federale capace di salvaguardare le irrinunciabili particolarità dei suoi popoli formatisi, per la gran parte, dalla fine / evoluzione degli “Imperi romani” e del sacro romano impero, che superino le limitazioni del sodalizio economico retto da regole e tecnicismi spesso fini a se stessi, resteranno il bel sogno dei padri fondatori europei e di pochi altri statisti illuminati e di rango che si sono affacciati sulla scena politica del vecchio continente dal 1957 ad oggi.

Senza il Regno Unito è, a mio modesto avviso, impossibile pensare ad uno stato unitario europeo capace di confrontarsi (alla pari), sul piano politico, economico e, al limite e solo come ruolo dissuasivo, militare, con gli altri colossi del pianeta. Per la nostra amata Italia, per altro, (scusatemi la divagazione) sfuma l’unica possibilità di assimilarci pienamente con la mentalità mitteleuropea in un originale “Unicum politico” amministrato con giudizio, capace di eliminare in un sol colpo i nostri vizi atavici che ci rendono incapaci di autogovernarci con un criterio economico sostenibile.

Sopravviveremo (vedasi su VareseNews : “Considerazioni di un cittadino che non è un economista”), eternamente zoppicanti, in un sistema a noi quasi alieno per la costante assenza (fisica e/o intellettuale), nei decenni, sui tavoli decisori, di politici domestici di rango convinti e decisi a sostenere i nostri interessi nei confronti di colleghi d’oltralpe, invece, assolutamente agguerriti da sempre.

Il Regno Unito per dire il vero, pur aderendo alla Comunità Economica Europea dal 1973, ha sempre mantenuto una certa perplessità rispetto quella adesione (un referendum, tuttavia, già nel 1975, confermò quella scelta) : per lo storico rapporto “Materno/filiale” con gli USA (suoi salvatori nella “Battaglia d’Inghilterra”), per l’insofferenza da parte della “Francia Gollista” e, comprensibilmente, per una “Certa diffidenza” verso i tedeschi che, rinati, moralmente, economicamente e culturalmente, tornavano ad esprimere l’innata vocazione al “Comando”.

Inoltre, ha sempre voluto mantenere una distanza di sicurezza a cominciare dal rifiuto di sottoporre la propria moneta al sistema monetario europeo (SME) che agganciava tra loro il valore delle monete nazionali: ne restò fuori fino al 1990 e ne uscì nel 1992 (insieme all’Italia). Sempre nel 1992, sottoscrisse il trattato di Maastricht (che ha generato l’Unione Europea) dopo aver ottenuto di restar fuori dall’Euro con il mantenimento della sterlina ed evitato di doversi sottoporre ad alcune scelte comuni (evidente “allergia” a certe regole che, comprensibilmente, non convincevano i suoi politici ben attenti a tutelare i propri cittadini e le loro imprese).

L’ultimo passaggio, ancorché frutto di un evidente “capitombolo” dell’allora premier David Cameron, personalmente convinto di restare all’interno dell’Unione, è stato il referendum, vinto di misura dai anti-europeisti, nonostante il premier inglese avesse “portato a casa”, in quegli stessi mesi, alcune “Concessioni” rispetto alle regole comunitarie che garantivano una discreta autonomia decisoria per il popolo che governava, in particolare su temi come: governance
economica; competitività; sovranità; prestazioni di sicurezza sociale e libera circolazione.

I cittadini britannici, probabilmente, non hanno ben valutato questa opzione, che li avrebbe messi, con ogni probabilità in condizioni piuttosto vantaggiose rispetto agli scenari che si potranno verificare con la scelta della Brexit. A questo punto l’Unione europea continuerà per la propria strada contando zero o poco più sulla scena politica internazionale con i propri rappresentanti impegnati singolarmente, in accoppiamenti ovvero in estemporanei gruppi variegati, improvvisati se non ridicoli, in avventure diplomatiche di facciata se non del tutto fallimentari, scoordinati e, spesso, facendosi lo sgambetto a vicenda, alla ricerca di vantaggi singolari.

Rispetto all’economia globale galleggerà, barcamenandosi, sui mercati planetari, finché manterrà un “Euro” solido, riflesso delle agricolture e delle industrie nazionali come si dice “Competitive”. Ma, ovviamente, se il suo maggiore PIL (quello della Germania) sarà sempre più marginale rispetto alle grandi potenze, immaginiamoci quelli subalterni. Ben altra cosa sarebbe, ovviamente, il PIL di una sola nazione europea ed il suo peso nell’economia mondiale.

Cosa ne sarà, invece del Regno Unito? Ad oggi, la regina Elisabetta II, regna su un sodalizio composto essenzialmente da Inghilterra, Galles, Scozia ed Irlanda del Nord. Tutti sanno del convinto sentimento indipendentista di una Scozia fortemente europeista e che potrebbe trovare ben presto soddisfazione in un nuovo referendum vincente con ogni probabilità e che la staccherebbe dall’UK vedendosi immediatamente spalancate le porte di Bruxelles per una
nuova, singola, adesione.

Non conosco la percezione dei cittadini del Galles sull’argomento e non provo assolutamente ad immaginare la coscienza dei nord irlandesi sebbene, secondo alcuni, potrebbe evolvere, in tempi non lunghi, verso una riunificazione con il resto dell’isola. A questo punto il “Blocco britannico” residuale si troverebbe a doversi confrontare sui mercati globalizzati e sui teatri geopolitici planetari in perfetta solitudine con il serio rischio di essere del tutto marginalizzato se non schiacciato del tutto non potendo più contare nemmeno sull’ex impero salvo trovare nel “Commonwealth” un qualche appoggio di facciata assolutamente insufficiente a garantire i britannici da una probabile decadenza economica e di ruolo politico internazionale.

Tuttavia già gli Stati Uniti d’America bussano alla porta inglese proponendo un trattato specifico per gli scambi economici, con ogni probabilità più unidirezionale che biunivoco come nella miglior tradizione statunitense. Sul piano delle politiche internazionali, poi, gli inglesi si sono sempre dimostrati allineati con gli storici alleati americani e questo fatto giocherebbe certamente a favore di una sempre più stretta collaborazione.

Consideriamo, infine, come anche la monarchia parlamentare britannica, anche alla luce delle ultime evoluzioni in casa reale, non sembra prefigurarsi un grande avvenire e che la sua conclusione in quanto forma di governo potrebbe diventare di seria attualità. Alla luce di tutto ciò, pur tralasciando, per ovvie ragioni, l’effettiva possibilità della svolta repubblicana su quella monarchica, che aprirebbe la possibile strada dell’adesione allo stato federale nord americano, appare abbastanza evidente che l’Inghilterra finirà in ogni caso col diventarne di fatto il 51° rappresentante con gran parte degli svantaggi e, forse, solo poche utilità.

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