Maccagno con Pino e Veddasca | 11 Gennaio 2020

Maccagno, “Quanto le nostre abitudini e comodità stanno spegnendo le piccole comunità?”

Con l'inizio del nuovo anno alcune riflessioni su società e futuro del paese lacustre, in cui le dinamiche dei borghi provinciali si evidenziano come in altri luoghi

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2 gennaio 2020. Ore 11 del mattino. Sono passate meno di 48 ore dall’addio all’anno vecchio, con i trenini Pee pee pepepepe… il cotechino, le lenticchie e i selfies postati sui social. Whatsapp è ancora incandescente, con le chat che si accavallano, gli auguri a chi si vuole bene e anche a chi ci è indifferente, ma si sa… a Natale, come a Capodanno, ci si sente tutti più buoni e disponibili, anche verso un prossimo che ci ha ignorato o che abbiamo ignorato per tutto l’anno.

Ecco dunque che ci accingiamo ad affrontare il nuovo anno, che per di più sarà anche bisestile (e Dio solo sa quanto metta a disagio i superstiziosi, questo giorno in più), con tanti buoni propositi, primo fra tutti quello di imparare finalmente a rallentare il passo, senza paura di perdere tempo se ci fermiamo semplicemente ad ascoltare le persone, magari alla cassa del supermercato di quartiere.

Beh, non si tratta esattamente di un quartiere cittadino come quello di una metropoli come Milano, ma è pur vero che in questi ultimi 40 anni pure la provincia si è trasformata e la globalizzazione ha fagocitato progressivamente ogni centimetro quadrato anche di questo “piccolo mondo antico”, portando con sé non solo gli innegabili effetti positivi, ma pericolose derive, dalle probabili catastrofiche conseguenze.

Dunque stamattina a Maccagno il supermercato è quasi vuoto. Pochi avventori frettolosi, forse ancora reduci dalla difficoltosa digestione del cenone di S. Silvestro e con poca voglia di perdersi in chiacchiere si aggirano tra le corsie. Situazione perfetta per evitare la coda alla cassa. Ma un piccolo scambio di opinioni tra la cassiera e il direttore del supermercato, a proposito del solito cliente rompiscatole, che non ha perso l’occasione di protestare anche il primo giorno dell’anno, risveglia l’ambiente dal clima di torpore post veglione.

Nel capoluogo di questo piccolo/grande comune di soli 2200 abitanti, ma che può, a ben ragione, vantarsi di essere il secondo di tutta la provincia per estensione territoriale, c’è proprio tutto, o quasi: esistono un supermercato, alcuni bar/ristoranti/pizzerie/kebab/Bed&Breakfast, una pasticceria, due tabaccai, tre parrucchieri uomo/donna, due studi dentistici, una farmacia, un’edicola, un ufficio postale, una panetteria, una lavanderia automatica, un negozio di materiale elettrico, uno di ferramenta, tre botteghe artigiane di falegnameria e serramenti

Insomma: ripensandoci, il paese in cui vivo è come il quartiere di una grande città, con le sue botteghe in grado di soddisfare le esigenze dei suoi abitanti. In un quartiere ci si conosce tutti ed entrare nel negozio “sotto casa” rappresenta un momento di socializzazione, di scambio di opinioni e anche di qualche pettegolezzo (perché no?). Nel 1957 a Milano nacque il primo supermercato Esselunga, che “funzionava col self-service. C’erano quei carrelli, come dei cestini di ferro con le ruote”, come scriveva Italo Calvino. In un certo senso fu il principio della fine.

Il progresso passò dalla “Milano da bere” dell’amaro Ramazzotti alla progressiva opulenza del benessere diffuso, del rampantismo esasperato e della progressiva trasformazione dei quartieri in un concetto ben più ampio di “città metropolitana”. Oggi lo skyline milanese mostra una serie di avveniristici grattacieli, che contendono il ruolo di primi attori al “bosco verticale”, il complesso residenziale definito “progetto di riforestazione metropolitana”. Nel frattempo del passato di triangolo industriale, che Milano deteneva con Torino e Genova, pochi si ricordano.

Come del passato manifatturiero del territorio del Nord Verbano, di cui restano ben poche tracce. Per fortuna la speranza in una riconversione turistica alimenta i sogni di amministratori e abitanti, illudendoli di un nuovo boom economico grazie all’alta velocità merci di AlpTransit, in forte contrasto, però, con i collegamenti passeggeri a singhiozzo verso il capoluogo di regione.

Nel supermercato del paese in cui vivo, fino a pochi anni fa erano impiegate 15 persone. Oggi vi lavorano 10 addetti. Per fortuna nessuno è stato licenziato, ma i vuoti creati non sono stati rimpiazzati e non si può negare che l’esercizio commerciale lavori veramente a pieno regime solo nei tre mesi estivi e durante l’anno sopravviva grazie soprattutto ai clienti ticinesi.

Forse mancano alcuni articoli, ma si è cercato di evitare la concorrenza esasperata rinunciando a mettere in vendita i medesimi generi merceologici offerti dagli altri negozi del paese, ma questo sembra non interessare il cliente abituato all’acquisto hic et nunc, non disposto a fare quattro passi in più per comprare due viti e una lampadina nella piazzetta poco lontana.

Viviamo ormai in un’epoca in cui tutto è diventato iper e in cui le famiglie passano le domeniche nei grandi centri commerciali, dove si risparmia (ma è sempre vero? Forse si, ma a patto di riempire carrellate di merce, per compensare il viaggio). Viviamo in un mondo in cui l’e-commerce permette di comprare di tutto e di più senza alzarsi dalla poltrona: si entra nel negozio reale, si provano scarpe e indumenti, si guarda il prodotto tecnologico del momento e poi ci si affida al negozio virtuale, perfino per acquistare gli pneumatici dell’auto.

Si risparmia. Oh sì, che si risparmia e in un’epoca in cui non v’è certezza di stipendio fisso e garantito per sempre e dove i “giovani” trovano lavoro a 40 anni, se lo trovano, questo sistema di compra-vendita è decisamente vantaggioso.

Ma è un modello di vita disumanizzato, in cui gli spazi urbani sono stati deprivati della loro dimensione storica e del calore del vissuto. Sono diventati luoghi frequentati da individui sostanzialmente soli, o da gruppi di persone semplicemente in transito, che non si relazionano tra loro.

Oggi nel paese in cui vivo molte attività commerciali rischiano la chiusura, esattamente come è accaduto anni fa nella grande metropoli: perché la gente preferisce guidare fino alla cittadina vicina, per trovare tutto ciò che desidera nel medesimo non-luogo, anonimo e impersonale, ma efficiente, anziché rivolgersi alla bottega a 500 m di distanza, dove magari si usa ancora tenere il famoso “libretto”, sul quale il negoziante annotava tutti gli acquisti effettuati dal cliente durante il mese, il quale poi saldava il conto una volta ricevuto il salario o la pensione.

Oggi questo rapporto di fiducia tra persone non è più necessario: ci sono le carte di credito, i bancomat, i fidi, gli acquisti rateali, i Black Friday, che attirano gli acquirenti con valanghe di proposte alle quali diventa pressoché impossibile dire di no e che, soprattutto, non fanno pettegolezzi. Oggi, nel paese in cui vivo è stato chiuso anche l’unico sportello bancario, seguendo la logica delle “strategie aziendali” e a causa dell’espansione dell’home banking, che ha reso inutile impegnare due dipendenti in una filiale quasi sempre deserta.

Che cosa resterà dei nostri rapporti umani se verranno progressivamente a mancare i semplici luoghi di aggregazione come la bottega sotto casa? Chi aiuterà gli esercenti di paese a pagare il mutuo dei loro negozi, a pagare il personale, a fare nuove assunzioni… insomma: chi li aiuterà a sbarcare il lunario?

Applausi e articoli sui giornali locali all’apertura di ogni nuova attività, soprattutto se ad opera di giovani ristoratori o imprenditori, ma poi non li si aiuta a sopravvivere. Non passerà molto tempo che, nel paese in cui vivo, dopo la chiusura dello sportello bancario, chiuderanno, uno dopo l’altro, anche gli altri esercizi commerciali.

E chi aiuterà gli anziani, sempre più soli e abbandonati a se stessi, sempre più dipendenti dalla benevolenza di figli, nipoti, vicini di casa più giovani che procurino loro la spesa? Che ne sarà delle quattro chiacchiere scambiate alla cassa del supermercato di paese con la vecchia maestra, che entra ed esce dal negozio più volte al giorno semplicemente per sentire due parole affettuose e fare qualche battuta di spirito?

Tra poco il luogo in cui vivo diventerà una gigantesca casa di riposo, in cui i vecchi saranno sempre più dipendenti da qualcuno che faccia la spesa per loro; un paese dormitorio in cui gli abitanti non potranno permettersi di dimenticare l’acquisto anche solo di un litro di latte, se vorranno evitare di saltare in auto e raggiungere la cittadina più vicina.

Tra poco il paese in cui vivo non sarà più appetibile nemmeno per i turisti, perché si porteranno direttamente da casa propria tutto ciò che serve loro.

Tra poco il paese in cui vivo costringerà anche i giovani coraggiosi che avevano scelto di far crescere qui i loro figli, a emigrare altrove, perché non offrirà più un’opportunità di crescita economica.

Tra poco dilagherà il nulla, inghiottendo luoghi, comunità e rapporti sociali. Del paese in cui vivo resteranno solo scheletri di edifici vuoti, se non riusciremo a rinunciare a qualche beneficio economico sostenendo le attività commerciali del nostro quartiere.

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