Luino | 8 Dicembre 2019

Luino, “La politica dei desideri può essere una politica pericolosa?”

Aspettative di innovazione sociale, temi cari ai giovani luinesi e il ruolo delle amministrazioni locali. Un approfondimento a cura dell'osservatorio Cavallotti

Tempo medio di lettura: 6 minuti

(Articolo a cura dell’Osservatorio Felice Cavallotti) Il richiamo ai desideri collettivi avviene in due casi particolari. In momenti in cui compaiono delle aspettative di innovazione sociale (positive/inclusive; negative/emarginanti), oppure strumentalmente quando, un determinato dispositivo (politico) di governamentalità (arte di governo che attraverso un insieme di «istituzioni, procedure, analisi, riflessioni, calcoli e tattiche» assicura la presa in carico delle popolazioni e garantisce il «governo dei viventi») deve giustificare operazioni, non propriamente, di interesse pubblico.

In questi ultimi giorni a Luino sembra che entrambe le condizione siano all’ordine del giorno:
– le aspettative sulla questione climatica dove, un’intera generazione, richiede radicali cambiamenti politici troppo allineati all’attuale paradigma finanziario-economico e, come tale, una mutazione dei propri stili di vita e di conseguenza, anche dei molti “desideri” prodotti confezionati da queste logiche di mercato insostenibili;
– nell’altro caso nuove destinazioni d’uso della città governate dalla rendita differenziale (su cui bisognerebbe fare una volta per tutte dei ragionamenti sulla legittimità di una ennesima pretesa di plusvalenza, considerata la loro “arricchita storia” ottenuta con sfruttamenti umani e uso di risorse pubbliche espropriate al bene comune. Ma su questo argomento specifico ne parleremo un’altra volta), puntualmente imbellettate da strumentali esercizi di percezione carichi di sospettabili desideri.

DOPO QUESTA PREMESSA, LA RISPOSTA ALLA INTERROGAZIONE DEL TITOLO, PUÒ ESSERE SÌ: UNA DETERMINATA POLITICA DEI DESIDERI PUÒ DIVENTARE PERICOLOSA QUANDO È INSENSIBILE E INCAPACE DI TRASMETTERE ENTUSIASMO AL PROCESSO IN CORSO DI CAMBIAMENTO.

I desideri, quando non vengono sottoposti ad empatici e attivi processi di elaborazione collettiva e di condivisione, possono diventare una domanda sociale invadente capace di far soffrire tutti i livelli della politica. Se politicamente, non si decide di intervenire e agire sulla “modalità di produzione” e sullo “statuto di veridificazione” dei desideri, si rischia sicuramente un innalzamento dei conflitti e una preoccupante rottura della coesione sociale. Nello stesso destino incorre la strategia dell’assecondamento, ottenendo lo stesso risultato di pericolosità: lasciare individualmente i cittadini alla mercé discriminante del mercato, senza una risposta politica adeguata, si può provocare un fenomeno altrettanto destabilizzante e rischioso per l’equilibrio sociale.

La Politica in generale -esistenziale, movimentista, partitica, amministrativa di governo delle città- per evitare dunque di cadere in contraddizione deve riconsiderare diversamente il suo importante ruolo: essere operosa e sensibile nella elaborazione collettiva e gestionale dei desideri. E lo deve fare partendo da una riconsiderazione dei supporti di relazione, di pre-giudizio e di analisi utilizzati sino a quel momento. Supporti che oggi risultano essere accelerati da una avvenuta (ancora in corso) mutazione antropologica determinata da una necessità di ristrutturazione interna della rendita: una nuova visone bipolare dello sfruttamento, non più solo interessata al blocco produttivo (quello che prima chiamavamo taylorismo e fordismo) ma, soprattutto, alla forza generativa collettiva e cooperante dell’intera riproduzione sociale.

Un interesse di appropriazione/espropriazione della realtà esistenziale, della sua creatività immateriale e di energia cognitiva costituente: sfruttamento della forza ontologica produttrice di forme d’essere di convivenza consolidanti “esperienze di Comune”. In questa nuova logica di sfruttamento, queste forme comunitarie diventano vettori di produzione circolare: caratterizzati contesti sociali abitati da una moltitudine di singole soggettività che, nella facoltà del desiderio, aprono innovative forme di relazione riproduttive di Comunità. Questa fermentazione produttiva di Comunità, stimolata e condizionata da nuovi pensieri di cooperazione conviviale e visioni di cura ambientale, deve però confrontarsi in termini di coerenza e di utilità con il consolidato ed egemone potere politico, giuridico in carica, insomma del dispositivo di governamentalità che l’obbliga ad operare nel ristretto esercizio di autorità liberista della proprietà privata.

L’intreccio tra il pensiero comune e il pensiero liberista continua a vedere come vincitrice di questo confronto le forme discriminanti della rendita immobiliare. Insomma la rendita continua a creare plus-valenza ma, questa volta, appropriandosi (senza nessun riguardo) dell’attività socializzata, produttiva/riproduttiva, dei beni materiali e immateriali di comunità.

COME PUÒ LA POLITICA RE-AGIRE A QUESTO ESERCIZIO DI POTERE, MUTAZIONE/APPROPRIAZIONE, ESERCITATO NELLA PLUS-VALENZA DALLA RENDITA DIFFERENZIALE DI PROPRIETÀ?

Facendo una capriola all’indietro. Gesto atletico, che ha bisogno di volontà e allenamento e che permetterebbe alla Politica di andarsi a localizzare nella fase di strutturazione dei desideri nello stadio formativo che precede l’aspettativa (fase dell’aspettativa troppo spesso produttrice di discriminazione e di alienazione. Il “gioco d’azzardo compulsivo” ne è un evidente effetto).

Questa volontà di indagare nei tempi che precedono l’aspettativa permette l’intuizione dei reali meccanismi causali che contribuiscono alla determinazione di un coordinato possibile: un impianto contestuale di relazione dove il senso dell’avvicinarsi dei desideri è concentrato sull’attenzione, non del “cosa”, specificità del desiderio, ma sul “come” della relazione. Dunque, arrivare a condividere l’azione del convivere come unica e reale finalità creativa. Finalità che non è l’individuazione della “cosa/desiderio”, ma il permanere di quel dinamico contesto creativo del processo di condivisione: esigenza dinamica e funzionale, necessaria, alla co-produzione e riproduzione dell’ambiente quotidiano.

Localizzarsi nella fase pre-giudiziale dell’aspettativa diventa di per sé un comportamento politico antagonistico: ostacola il processo condizionante, individuale ed esterno, del desiderio sull’individuo, iniziando una relazione di condivisione, un cammino interno, di auto-determinazione. Quello dell’auto-determinazione, non dobbiamo dimenticarlo, non è un comportamento di confronto necessariamente dialettico. L’auto-determinazione, però, è un comportamento predisposto ad intercettare e incrociarsi con relazioni produttrici di convivenza che già condividono ed esprimono azioni qualificate di comunità; re-azioni di contropotere alla ricerca di forme e strumenti alternativi sperimentali di politica conviviale.

È di questa possibilità di “vestire la storia” che ha bisogno la politica: di nuove soggettività con loro proprie espressioni di creatività (non necessariamente finalizzabili); di soggetti convinti della necessità di dover individuare comportamenti e progressive forme costituenti di democrazia; di Comunità capaci di individuare e applicare strumenti partecipativi che modulano diversamente il fenomeno politico della delega. L’egemonia del comportamento di auto-determinazione, nel processo di innovazione democratico, diventa dunque l’elemento rigenerante del contesto politico delle Comunità Locali e la volontà caratterizzante di quello spirito di Autonomia che sembra ormai condannato e dimenticato nelle attività delle Amministrazioni locali.

Dunque, il problema attuale non è nella difficoltà di produrre o nella poca condivisione dei desideri, ma caso mai è nel modo di pensare alla loro produzione. Il problema sta nel contesto rappresentativo che li determina, problema che sicuramente non deriva da espressioni e formule di condivisione nate da processi politici di auto-determinazione ma, caso mai, da condizionamenti indotti, nella governamentalità, dalla potenza degli interessi della rendita e del mercato.

Dunque, fare incontri pubblici dove ci si limita solo a richiedere “desideri determinati”, dopo aver già deciso al chiuso delle stanze il modellato destino della città su un falso merito regalato alla rendita, è fuorviante e politicamente da irresponsabili. Oltretutto, cercare un consenso pilotato per queste penalizzanti delibere attraverso una loro giustificazione, rincorrendo al luccicante uso del catalogo dei desideri politicamente mascherato da “standard qualitativi”, risulta essere a breve termine controproducente. E, lo è, proprio perché questa operazione tattica non riesce ad occultare le reali e vere intenzioni degli interessi immobiliari e nemmeno riesce a far credere di agire per il bene futuro delle nuove generazioni.

Futuro prossimo questo dei giovani, perché già vissuto anticipatamente nel loro vivere quotidiano. Quotidiano decisamente immerso in condizioni di insostenibilità finanziaria a causa di comportamenti tattici di potere indorati da opere insostenibili; opere, di cui i giovani stessi osservano nei tempi brevi il degradare fisico e di senso. Condizione perversa, dato che il debito pubblico accumulato rende quasi impossibile un finanziamento concreto del loro pensiero, obbligandoli a sopravvivere in una realtà morente.

PASSIAMO DAL PENSIERO ALLA REALTÀ: UNA “DICHIARAZIONE DI EMERGENZA CLIMATICA” SCRITTA DAI GIOVANI DELLA COMUNITÀ OPEROSA ALTO VERBANO (COPAV).

La richiesta di una “dichiarazione di emergenza climatica”, consegnata alle Amministrazioni Comunali, è da considerare un’azione politica territoriale da leggere, non solo come una richiesta di coerenza per futuri orientamenti di trasformazione territoriale ma, soprattutto, come una dichiarazione di intenti, da entrambe le parti (trasmittente e ricevente), di una volontà di cambiamento. Di un cambiamento degli stili di vita, da parte dei giovani CopaV, invece, da parte delle Istituzioni, come una rivisitazione, meglio sarebbe dire cambiamento, delle logiche e delle modalità istituzionali del dispositivo di governamentalità concernenti tutte le elaborazioni e deliberazioni della domanda sociale e del suo habitat.

Dunque, azione politica che non può essere banalizzata semplicemente con la solita formula di rito da parte delle istituzioni pubbliche: “dovete farci delle proposte oggettuali, indicandoci possibili desideri o soluzione tecniche. Solo così vi potremo rispondere: vuoi (il singolare vuoi non è usato a caso) una piscina, e noi ve la facciamo; vuoi un palazzetto e noi ve lo costruiamo. Ma, per fare tutto questo, Voi (e qui ritorna il plurale) dovete concederci quello”. Ma cosa è “quello”. È una testa con due facce: quella politica dove si esercita il potere dell’autorità nell’autorizzare e favorire la plus-valenza della rendita di proprietà; la seconda faccia, conseguenza della prima, quella rivolta al cittadino a cui si comunicano i sacrifici: non potendo incentivare i servizi per scarsità finanziarie pubbliche (utilizzate per imbellire la rendita) si devono sopportare disagi e disuguaglianze sociali.

In onestà, per uscire da questa lettura di utilità istituzionale e di scambio incomprensibile, basterebbe rileggere i contenuti della dichiarazione interpretandoli come una chiara richiesta di mutazione comportamentale nelle pratiche di esercizio del potere. Potere inteso, per quanto riguarda le Amministrazioni Locali, non come male assoluto, ma positivamente per introdurre pratiche costituente democratiche. Pratiche, che a sua volta, devono garantire strutturati e strutturanti interventi di autocritica interna. Spazi istituzionali di contro-potere, dove lo spirito interno di autocritica possa controllare e impedire adagiamenti a visioni “polifemiche”, sola ad una dimensione, verso logiche di rendita privata di per sé senza prospettive future. Questi interventi “Istituzionali”, strutturali di autocritica di contro-potere, possono essere garantiti solo perseguendo consapevolmente una indispensabile ricerca e strumentazione ispirata a processi di condivisione e partecipazione attiva.

Processi capaci di intuire ed elaborare contesti di coesione sociale: nuove formazioni di soggettività disposte ad istituire condivisi statuti di veridificazione a supporto di desideri di cura e di benessere della comunità. Allora, quale di queste due può essere l’interpretazione onesta della richiesta “rivoluzionaria” dei giovani CopaV: una richiesta di un vero cambiamento radicale dei dispositivi di governo del territorio facendosi orientare dal solo binomio possibile e complementare Terra/Comunità: una permanete relazione costituente attratta da logiche di cura e di cittadinanza attiva creatrice del bene comune; oppure una  semplice richiesta e formulazione di qualche desiderio, magari giustificato con un efficiente adeguamento tecnologico o azzardati giochi del linguaggio come quella dei grattacieli che diventano boschi.

Confidiamo per il bene comune che il “percorso onesto” sia nella prima interpretazione.

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