Un Palazzo Verbania gremito ha accolto nel pomeriggio di ieri, sabato 7 dicembre, il terzo dei quattro “Spettacoli d’autunno”, progetto dedicato all’arte e finanziato dal Ministero dei Beni Culturali. Dopo danza e letteratura è stato quindi il turno della filosofia, con un tributo a Giovanni Reale curato dal professor Roberto Radice e da Paolo Pellicini.
La proiezione di alcuni spezzoni appartenenti ad un incontro fra Reale e l’architetto Mario Botta, svoltosi nel giugno 2014 presso l’IMF di Creva, si è alternata con il dialogo tra i due ospiti, desiderosi di omaggiare una figura molto importante a livello culturale oltre che strettamente filosofico.
A partire dal concetto di sacralità dello spazio e dalla riflessione sul mondo contemporaneo, affrontati nei video mostrati al pubblico, le domande di Pellicini al professor Radice si sono concentrate sulla concezione che Giovanni Reale aveva dell’arte, della bellezza, della tecnologia e della società. Ne è emerso un pensatore a tal punto immerso nella filosofia greca, in particolare quella platonica, che talvolta non si capiva “se fosse Platone a parlare o lui”, ha affermato scherzosamente Radice. Il suo legame con il pensiero antico e con la fede cattolica ha influito profondamente sul suo ideale di uomo come essere dotato di ragione che non può scindere la passione dalla riflessione, sensibile alla bellezza e capace di autoriflessione su di sé e sulle proprie azioni.
Nello stesso tempo, però, lo sguardo lucido sulla contemporaneità gli ha permesso di cogliere le complesse problematiche di una società odierna nella quale ciò che lui definisce nichilismo ha contribuito a dissacrare il mondo svuotandolo di valori e riempiendo il vuoto creatosi con lo scientismo e il tecnologismo, assolutizzazioni negative della scienza e della tecnologia. Pur senza avere una percezione di tipo ecologico, Reale è stato quindi profetico anche nel percepire la volontà di potenza e di dominio dell’uomo moderno sulla natura.
Parlando del suo rapporto con Luino, il professor Radice ha sottolineato come il filosofo, nato a Candia Lomellina, abbia in seguito scelto la città lacustre come luogo di adozione, diventandone uno degli abitanti più noti e amati. Luino era per lui un luogo dal quale non poteva stare lontano troppo a lungo e che, a differenza di Milano, gli consentiva di liberare l’animo e mettersi a pensare. Citando l’immagine forte e poetica utilizzata da Radice in chiusura, “Luino era la sua chiesa”.
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