Luino | 12 Agosto 2019

“Come eravamo”: “Quand se parlava ul dialett” a Luino

Dopo lo spettacolo dei Legnanesi, una profonda analisi di Giorgio Roncari, che riflette sul dialetto e sul suo uso sempre più raro tra i cittadini del territorio

(articolo di Giorgio Roncari) “Che peccato che non si parli più il dialetto… ”, sentivo commentare – rigorosamente in italiano – da alcuni spettatori all’uscita dell’ultimo divertente spettacolo dei Legnanesi a Luino al quale ero presente anch’io.

Eh sì l’è propi un pecà … Ma perché de nüngh quasi pü nisün parla ul dialett?” mi sono trovato a riflettere. Ci deve essere pur stato qualcosa che va oltre il semplice cambiamento generazionale se, il milanese e i vernacoli locali che ad esso si rifanno, sono andati perdendosi, ad eccezione del ticinese. La cosa è ancor più strana se si pensa che bergamaschi e bresciani, lombardi anch’essi, continuano ad usarlo correntemente.

A mio parere i motivi possono essere più d’uno. Un primo fattore potrebbe essere stata la scuola: davanti a un “burlato giù”, o a un “levato su”, scritto nel tema, ci trovavamo dei grandi segnacci rossi ed un voto insufficiente. La scuola, però, non deve essere stata così determinante visto che, nel resto delle province italiane, il dialetto ancora resiste e a volte è ben radicato.

Un’altra causa potrebbe essere stata la TV che, alle origini, si era fatta carico di favorire la lingua italiana fino allora poco usata, così da migliorare il dialogo e la comprensione fra le varie regioni. E se una commedia dialettale veniva messa in onda, non era certo in milanese.

Una terza motivazione potrebbe essere l’emigrazione interna seguita al boom economico industriale degli anni Sessanta che ha fatto nascere l’esigenza di comprendersi a vicenda. Anche qui, però, qualcosa non torna: vi sono infatti altre zone industriali del nord che hanno visto una forte immigrazione di meridionali e anche di veneti, ma che il loro dialetto l’hanno comunque conservato discretamente. Influenzati da questi fattori i ragazzi degli anni Sessanta delle nostre latitudini hanno iniziato a concepire l’idea che parlare in dialetto fosse sinonimo di rozzezza e facesse grossolano.

Si poteva anche parlarlo in casa, con familiari e parenti, ma in pubblico si preferiva la lingua italiana, la lingua e se per caso un ragazzo aveva l’abitudine di rivolgersi in dialetto lo si bollava come un “bru bru, un paesanotto”. Del resto come si poteva attaccare bottone con una ragazza esordendo con un “Tosa, te vègnet cun mi al cinema?”. Come minimo la bella tosa ti rideva in faccia.

Con questa tendenza, quella generazione modernista, la mia, ha cominciato a rivolgersi sempre meno in lombardo ai figli, i quali, a loro volta, pur capendolo non erano in grado di parlarlo e, considerandolo anche loro poco fine, accennavano al massimo a qualche locuzione o una mezza frase più per divertimento che altro.

Così siamo arrivati alla generazione “millennial” che, condizionata da TV e media, non parla il milanese, non lo capisce, preferisce, seguendo la moda, infarcire l’italiano di inglesismi ridicoli, ripetendoli come pappagalli.

Ora, assalito da tardive malinconie, c’è chi vorrebbe fosse insegnato in qualche istituto, così come si fa col latino. Studiare il milanese è però quasi impossibile perché, contrariamente al latino, non esiste una grammatica comune; sarebbe irrealizzabile anche visto le differenze di vocaboli e di fonetiche tra i vari vernacoli locali.

Esistono solo una serie di dizionari legati ognuno alla grafia dell’autore e, come detto, alla parlata territoriale, compreso il “Cherubini” che è il più conosciuto e considerato. Si deve anche tenere conto che la nostra gente quando parlava solamente in dialetto, allorché doveva comunicare per iscritto, lo faceva in italiano, anche se stentato.

Ma, a pensarci bene, non saprei quanto tutta questa malinconia del dialetto sia poi così sentita se, girando per il mercato di Luino, sussultiamo e a fatica tratteniamo un risolino quando, davanti ad una bancarella, sentiamo, di fianco a noi, due ticinesi commentare nel loro inconfondibile accento: “Ueh ti Zep, te vist che bei calzett che gh’è scià e che prezi cunvegnent ca g’àn. Diseria de tön sess o zett para, pa’n bisogn …” – “Aeò. De bün Bea, chichinscì se tröva propi de fàa ben, nèh“.

(Fonte Eco del Varesotto)

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