Cadegliano Viconago | 10 dicembre 2017

Cadegliano Viconago, l’arte di Luigi Bello: una storia che inizia negli anni della guerra

Il potere di un'arte che nasce dalla sofferenza e che porta ad un'aspra critica alla società moderna: tra cultura e arte, l'intervista al pittore varesotto

Una storia che arriva da lontano e che trova la sua pace nell’Alto Varesotto è quella del pittore Luigi Bello, nato a Legnano il 19 agosto del 1928. Fin da piccolo lavora assieme al padre, eccellente pittore e decoratore. Purtroppo la Guerra impedisce al promettente Luigi di prepararsi per l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti, ma al termine del conflitto, con l’appassionata motivazione che sin da giovane lo ha sempre sostenuto, frequenta Milano partecipando a crescenti dibattiti sull’arte contemporanea.

Alla fine degli anni Sessanta sposa Mimi Bellavia e si stabilisce a Milano in via Eleuterio Pagliano. Qui apre un proprio atelier in via Solferino, ma con il passare degli anni, il clima della grande città lo porta ad una svolta radicale: decide di trasferirsi definitivamente a Cadegliano Viconago, in un tranquillo paesino nel varesotto, vicino al confine elvetico, al fine di ritrovare la tranquillità e il silenzio tanto caro allo spirito.

Così, siamo andati a trovarlo e ci ha raccontato di cosa parla la sua arte.

Sentivo la necessità di esaminare tutto quello che vedevo e toccavo, in particolar modo le cose che secondo me avevano una veste nascosta e segreta. Questo mio interesse si sviluppò intorno alla natura e alla ricerca di materiali poveri: la materia predominante nei miei lavori è la terra. La mia ricerca nasce dal basso, cioè dalla madre terra. I primi anni della mia attività pittorica si sono svolti totalmente nell’ambito della figurazione, ma col tempo sono giunto a una svolta cruciale pronta a definire i concetti chiave della mia arte.

Come ha vissuto il periodo della guerra?

Furono anni di sofferenze, massacri, paura e fame, ma appena tutto ciò finì, il mio cuore tornò a riempirsi di gioia e mi apparvero nuovi orizzonti: allora capii che il mondo sarebbe stato migliore di quello che avevo conosciuto fino a quel giorno.
La stampa non era più censurata dalla dittatura fascista, e pervenivano ogni giorno notizie di altre culture. La possibilità di scoprire nuove forme d’arte senza più alcun tipo di limite, stimolò la mia creatività e la mia curiosità.

Che ruolo ha avuto invece la pittura nella sua vita?

La parte meravigliosa del lavoro di un artista, è il raggiungimento della chiarezza, ovvero credere in qualcosa che scaturisce dal nulla. Le basi dello zen furono per me una rivelazione. Il mio comportamento cominciò a cambiare, e inserii nel mio lavoro una forza maggiore e una ricchezza mai trovata prima.

Secondo lei, cosa vuol dire essere un artista oggi?

L’attuale società è fondata unicamente sulla globalizzazione, non tiene conto che esiste una forza individuale nell’uomo. Per un artista è un evento tragico.

E allora qual è lo scopo dell’arte?

Lo scopo dell’arte è quello di elevare lo spirito aldilà delle bassezze umane.

In questo senso, allora, in che misura considera il suo lavoro?

Ciò che faccio, è un lavoro maturato da tanti anni di dedizione. Lo si deve accettare così com’è senza discussioni. Se è un lavoro artistico o no, lo si scoprirà dalla sua durata nel tempo.

Quali ricordi ha di questa sua lunga carriera artistica?

Nel mio attuale atelier, conservo i ricordi tra le opere accumulate nel corso degli anni. Tra esse, i dipinti che testimoniano i miei primi ed inesperti tentativi di catturare la forma e l’atmosfera. Sono convinto che durante la notte si mettono a danzare per esorcizzare e dare un impulso al mio spirito creativo.

Mi conceda un’ultima domanda: ma che funzione ha per lei il gesto di dipingere?

Non ho nessun intenzione predestinata, realmente non so cosa accadrà. Credo che inconsciamente obbedisco ad un impulso fisico senza rendermi conto al momento di ciò che faccio. È dopo che mi accordo di essere stato in paradiso.

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