Don Sergio Zambenetti è ormai da due anni il prevosto di Luino, dopo aver raccolto il testimone di don Piergiorgio Solbiati. Si è fatto conoscere ed apprezzare sul territorio, sin da subito, per essersi messo a disposizione della cittadinanza e, soprattutto, delle famiglie più disagiate, collaborando con la Caritas Luino, braccio sociale della parrocchia lacustre, e con l’amministrazione comunale, sostenendo ove possibile tutte le persone che chiedono aiuto.
A poco più di due anni dal suo arrivo a Luino, siamo andati a fare quattro chiacchiere con lui, per farci raccontare come si trova sul territorio e per parlare e confrontarci sui tanti temi attuali che ci riguardano quotidianamente: migranti, poveri, fede in Dio, futuro della Chiesa e tanto altro. Ecco l’intervista.
Buongiorno Don, come si trova qui a Luino dopo due anni dal suo arrivo?
Bene, mi trovo molto bene. E’ un posto diverso dalle mie esperienze passate, ma la gente rimane quella che si vede ovunque nelle esperienze quotidiane di vita. Certo, qua c’è un ritmo diverso rispetto a quello notato in altri posti. Ci sono tante persone che hanno a cuore il proprio lavoro e, forse, mitigano altri aspetti.
In questi due anni, oltre al ruolo religioso come prevosto, ha assunto anche una posizione di riferimento dal punto di vista sociale. Con che quali tipi di famiglie ha avuto a che fare?
Di qualsiasi tipo, senza distinzione. Famiglie, però, che spesso vivono la fatica dello stare insieme. Non perchè non vogliono ma perchè si è troppo presi dal lavoro, dalle cose da fare. Il rischio, però, è quello di non riuscire ad avere il dialogo, la relazione. Non sono tutte così, ovviamente. Ho incontrato tante famiglie positive, belle, che vivono la fatica della vita quotidiana cercando di costruire qualcosa di positivo e bello, di condivisione.
E tra le famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, invece, quali sono i dati e gli aiuti che portate quotidianamente?
Le famiglie che ricevono il pacco viveri sono una settantina, sia italiane che straniere su tutto il nostro territorio. Tante persone italiane, però, ci chiedono una mano perchè fanno fatica a vivere e ad arrivare alla fine del mese. Molti non hanno il lavoro. Ci sono molti cittadini che lavorano in Svizzera, e non hanno problemi, ma ce ne sono anche tanti altri che non riescono a trovare un impiego. Quando uno arriva alla fine del mese, non può far la spesa o non può pagar l’affitto… noi ci siamo.
Siete sempre in prima linea ad aiutare questa tipologia di persone…
Il desiderio è quello di aiutare tutti, ma spesso mancano i fondi e non è facile da parte nostra. Nelle scorse mattinate a qualcuno ho detto che non siamo il loro ‘bancomat’. Non possono pretendere che la parrocchia o noi parroci possiamo intervenire in tutte le cose. Spesso, infatti, rimando alla Caritas o ai Servizi Sociali. Da soli non possiamo affrontare questa difficile situazione. Non è questo il mio ruolo, ma cerchiamo di sopperire grazie alla collaborazione degli organi più competenti, che oltretutto sono più preparati di me.
In un momento storico come questo di crisi e di fatica a vivere dignitosamente, per quale ragione c’è questa grande paura dello straniero e del diverso? Su Facebook, ogni volta che pubblichiamo un articolo che riguarda l’arrivo dei migranti sul nostro territorio si sprecano commenti a dir poco aggressivi, irrispettosi e che incitano all’odio. Perchè accade questo secondo lei?
Io penso sia frutto, soprattutto, di una comunicazione mediatica a volte errata, esasperata, basta guardare alcuni programmi televisivi, per fortuna non su tutti i canali, che sono proprio delle micce che muovono la paura ed il sospetto dei telespettatori. La nostra è una zona molto tranquilla, quindi appena arriva qualcuno di diverso è sospettato. Penso sia proprio questo. A differenza di altri posti, dove l’immigrazione è davvero grande, qui non abbiamo un fenomeno esagerato. Non mi pare il caso avere tutte le paure di questo mondo. Sarebbe fondamentale, però, per tutti, che le persone siano conosciute, conoscere le loro storie. Qui ho notato un certo individualismo, in tanti si fanno i fatti loro, e pensano solo ai loro problemi e alle loro preoccupazioni.
Queste reazioni così veementi e contrarie nei confronti dei migranti, sia dei cittadini, sia degli amministratori, alcune volte, non sono attribuibili alle stesse persone che poi durante la messa della domenica si scambiano il segno di pace dopo aver ascoltato la sua predica?
Non so chi sono queste persone, dovrei confrontarmi con loro e capire il perchè di queste reazioni. Non conosco le motivazioni in questo senso. A me non è mai stato fatto nessun richiamo sui migranti. Se conosco le disapprovazioni, soprattutto su Facebook, che non seguo, è perchè qualcuno me le comunica. L’ipocrisia dei valori è un problema nella nostra società che quotidianamente cerchiamo di evitare seguendo la parola di Dio. Quello che fa male è sapere che viene giudicata l’accoglienza dei migranti in Oratorio in modo negativo. Personalmente nessuno, e ribadisco nessuno, mi ha mai evidenziato questa problematica direttamente.
Cosa significa per lei accettare di accogliere migranti in un paese dove l’amministrazione comunale e tanti cittadini, almeno a parole, sono contrari ai migranti?
Se credo in qualcosa, la porto avanti anche se attorno a me vedo opinioni contrarie. Sono scelte, e credo che anche le mie scelte non devono in nessun modo essere condizionate dalla realtà politica-sociale che ci circonda. Penso si tratti di una scelta cristiana, umana, e semplicemente la porto avanti. Ognuno deve fare quello che ritiene più giusto.
Le fa molto onore, in un territorio come il nostro, agire in questo modo, anche perchè non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare e, a volte, anche di chi non vuole impiegare il suo tempo nel leggere prima di commentare temi così delicati. Secondo lei c’è un modo per “recuperare queste anime”?
Anzitutto attraverso la testimonianza e poi attraverso il confronto sulla parola di Dio, almeno per quanto riguarda le persone credenti. In questo caso sarebbe un continuo predicare, un continuo cercare anche attraverso la predicazione stessa domenicale di trasmettere quelli che sono i principi evangelici, quelli umani. In questo senso, però, il riscontro ce l’ho spesso. Uscendo dalla Chiesa mi dicono ‘Ho ascoltato le sue parole don Sergio, e mi ha messo un po’ in crisi. Mi sono posto delle domande’. Questo non succede solo a me, ma anche a don Massimiliano ad esempio. Noi abbiamo solo questi strumenti, quello del dialogo e del rapporto con le persone. Incentivare il confronto è auspicabile, perchè qualche volta non c’è.
E perchè l’amministrazione luinese, invece, si muove spesso in maniera diversa?
Penso che le decisioni politiche siano spesso dettate dalla paura, non so se da altri fattori.
Dal voto anche?
Dal voto non lo so, ma forse anche dal cercare un equilibrio interno. Sono convinto che molti farebbero diversamente, ma immagino ci siano da rispettare delle dinamiche di opportunità politiche e di convivenza.
Nonostante tutto questo, come riesce a coinvolgere i volontari nelle attività coi i migranti? Lo fanno da soli o siete voi a chiedere la loro disponibilità?
Con i volontari è sempre difficoltoso. Noi ricerchiamo volontari anche per la Parrocchia, ma non è facile coinvolgerli. Significherebbe stanarsi dalle proprie abitudini. Quando si chiede la continuità si fa molta fatica. Questo avviene in tutte le cose: nel volontariato, nei servizi della Parrocchia, ma anche nelle associazioni.
Oltre ai nostri temi territoriali, però, ci riguardano da vicini anche alcuni argomenti universali. In primis faccio riferimento a quello della vocazione, con la diminuzione costante sia di fedeli che di preti. Perchè sta accadendo questo?
A livello sociale il fatto di prendersi delle responsabilità a lungo termine credo sia difficile oggigiorno, a livello di vocazione sacerdotale, ma vale anche per le famiglie e per il rapporto di coppia. Ne è evidente anche la diminuzione del numero dei matrimoni. Forse è perchè il “per sempre” è qualcosa che impegna molto e magari uno pensa di avere paura di una scelta definitiva. Sotto il profilo della vocazione sacerdotale, però, penso contribuisca anche la diminuzione del numero dei figli. Una volta se si avevano sette, otto figli, poteva verificarsi che tra questi qualcuno sarebbe diventato prete. La vocazione, però, in proporzione, non è differente rispetto a quella degli anni Sessanta, è stata fatta una ricerca molto interessante in merito che evidenzia si tratti proprio del problema relativo alle nascite. Il cammino di fede ormai è diverso rispetto al passato.
Secondo lei i diversi peccati/reati compiuti da figure ecclesiastiche, con riferimento ad esempio ai preti pedofili, non possono causare allontanamento da parte dei fedeli? Lei cosa pensa di questo tema? Perchè i reati legati alla Chiesa fanno sempre scalpore?
Il prete credo rappresenti un modello da seguire, una testimonianza retta, che comunica qualcosa di giusto. La figura del sacerdote è sempre stata di grande riferimento, e lo è ancora, nonostante se ne dicano di ogni colore. Quando uno ha bisogno viene sempre dal prete, inutile nasconderlo. Non come prima, ma dal parroco si pretende una perfezione di vita… che non c’è, perchè siamo anche noi peccatori. Credo che i casi dei preti pedofili siano orrendi, ma ormai la Chiesa sta denunciando tutti queste malefatte. C’è da dire che il rischio è quello di generalizzare e non bisogna mai fare questo errore, ad esempio quello di non voler iscrivere i propri figli all’Oratorio.
Prima però la Chiesa copriva alcune questioni, senza denunciare pubblicamente queste gravi problematiche, oggi invece lo sta facendo. Un’apertura che si evince anche sull’opinione dei matrimoni tra divorziati e dell’amore omosessuale. Lei cosa pensa in merito?
Vi sono due distinzioni, il matrimonio civile e il matrimonio religioso. Il secondo richiede la fede e il passo che si compie significa cambiare totalmente la propria vita. Due persone che si amano ma non sono fedeli non ha senso si sposino in Chiesa. Il matrimonio civile, invece, è un riconoscimento di uno status sociale ben preciso e anche questo è importante. Rispetto alla convivenza se due persone si vogliono bene, che si sposino. Vedo la convivenza come una scelta ancora non totalmente responsabile, specialmente se si hanno dei figli. Ci deve essere uno status ben preciso, credo sia importante. In ogni caso, però, rispetto la libertà di ciascuna persona.
E sull’amore omosessuale invece?
Se si vogliono bene sono contento per loro, ma per quanto riguarda il matrimonio sono un po’ più scettico. Non metto in dubbio le tutele che devono avere, faccio riferimento alle unioni civili, ma il matrimonio credo sia un’altra cosa.
Un altro tema affascinante è proprio quello del celibato dei preti. Secondo lei potrebbe essere un deterrente per diminuire la perdita di vocazione?
No, assolutamente no. L’obbligatorietà del sacerdozio fa parte della Chiesa Occidentale, anche se in altre realtà, come quella Orientale, le cose sono diverse. La Chiesa ha visto nel corso dei secoli che il celibato era utile per dare una dimensione molto più profetica della vita cristiana. Non penso sia però uno strumento utile, una possibile svolta per la vocazione. Quello che manca oggi, forse, ed è questo il problema è avere la vera fede.
Tornando sul territorio, invece, oltre alle attività quotidiane e tradizionali in ambito religioso, di quale altre attività si occupa?
La Scuola Paritaria mi prende molto tempo. Ma quello che mi piace di più è vivere il rapporto con le persone. Nel corso della mia giornata sono in continuo contatto con loro, di qualsiasi provenienza esse siano, ricchi o poveri, italiani o stranieri, malati e sani. Il mio essere presente qui è significa esserci nelle relazioni con le persone. Sono anche decano e quindi devo anche relazionarmi agli altri preti.
Ci sono novità che riguardano il suo impegno nei confronti del territorio e dei cittadini?
Abbiamo in mente, nei prossimi mesi, di predisporre una sala da una settantina di posti che vogliamo mettere a disposizione di tutte quelle realtà ed associazioni non contrarie ai criteri della Chiesa. Sicuramente non a sfondo politico. Non possiamo darla ad associazioni politiche, ma a tutte le altre sì. Saremo sempre disponibili nei loro confronti.
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