Luino | 14 Ottobre 2026

ANPI Luino, ribelli per amore e senza odio: la storia di Padre Marco Malagola

Nato nel 1926, il francescano luinese aiutò partigiani e fuggiaschi durante la guerra, lavorò in Vaticano e realizzò il suo sogno missionario in Papua Nuova Guinea

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Padre Marco Malagola, nato a Luino il 4 novembre 1926, a quindici anni entrò nel noviziato nell’antico convento del Monte Mesma sul Lago D’Orta per poi proseguire la sua vocazione nel convento di Varallo Sesia (VC). Fu uno dei giovani religiosi che offrirono un contributo prezioso durante gli anni più duri della guerra.

Grazie al loro professore, padre Giulio Mietta, i giovani studenti francescani erano ben informati sul clima di crescente violenza che avvolgeva la Valsesia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. La popolazione soffriva fame, razionamenti, coprifuoco e continui episodi di brutalità: “Tensione, paura e sfiducia nel domani gravavano nell’aria.”

IL CONVENTO DELL’OSPITALITA’

Il convento divenne rifugio per prigionieri alleati in fuga, militari italiani sbandati e civili che cercavano di evitare la deportazione. I frati li accoglievano, li nutrivano con quel poco che riuscivano a ottenere questuando nei paesi vicini, e li proteggevano durante le frequenti incursioni nazifasciste.

LE PERICOLOSE TRAVERSATE VERSO LA SVIZZERA

Il loro aiuto però andava oltre l’ospitalità: organizzavano pericolose traversate verso la Svizzera, accompagnando piccoli gruppi di fuggiaschi lungo sentieri nascosti del Monte Rosa. Tra loro c’erano inglesi, americani, australiani, georgiani, russi ed ebrei. I giovani frati, con dizionari tascabili nelle tasche del saio, ascoltavano le loro storie, raccoglievano indirizzi da recapitare alle famiglie e li affidavano infine alla guida alpina Leo Colombo, che li portava oltre il confine.

UNA SCENA INDIMENTICABILE

Padre Marco, appena diciottenne, portò conforto ai cinque partigiani impiccati al ponte della Pietà il 14 agosto 1944 a Quarona che, in tempi recenti, gli conferì la cittadinanza onoraria. Il giovane frate fece di tutto per cercare di fermare la brutalità nazifascista ma nulla poté, se non portare per tutta la vita la testimonianza della ferocia dei boia e dell’anelito dei giovani partigiani ad un mondo libero e giusto.  Riportiamo di seguito la sua testimonianza tratta dal suo libro “Dario di una vita inutile”.

“Dovevo recarmi a Novara. Il treno funzionava soltanto da Romagnano. E allora con un mezzo di fortuna arrivai fino a Quarona. Lì, uno squadrone di nazifascisti in assetto di guerra ci fermarono. Subito dopo vidi transitare velocemente un automezzo militare tedesco sul quale feci appena in tempo a intravedere cinque individui, ammanettati, stretti tra i militari nazifascisti: intuii che qualcosa di poco chiaro stava succedendo. Mi avviai in quella direzione, ma un militare armato di tutto punto mi intimò di fermarmi. Io ebbi la prontezza di rispondere secco: “conforti religiosi”. E poi un altro al quale diedi la stessa risposta. Forse pensavano che io fossi un giovane sacerdote e, di conseguenza, autorizzato a compiere la mia missione”.

UN PONTE TRISTEMENTE FAMOSO

“Proseguii ancora ed eccomi apparire sul fondo, oltre la curva, la sagoma grigiastra di un ponte tristemente noto per fatti di sangue consumati da entrambe le parti durante quegli anni violenti. Mi resi immediatamente conto della situazione. In basso, sulla sinistra della strada, sostavano, in piedi, cinque giovani, indubbiamente gli stessi che avevo intravisto sul camion militare. Nel frattempo, sul ponte, alcuni militari trafficavano per mettere a punto la macabra operazione dell’impiccagione.

Mi diressi decisamente verso i cinque partigiani. Nel vedermi arrivare, sembrò loro che fosse giunta l’ora della speranza. Li guardai amabilmente in volto. Ebbi appena il tempo di dire: «Coraggio, il Signore è con voi» che fui preso di forza per un braccio e trascinato da una parte. Era il comandante del plotone, un giovane ufficiale attorno ai vent’anni, che mi minacciò di essere cacciato via.

Detto questo, i cinque vennero fatti salire sulla scarpata della ferrovia a destra della strada, e poi sul parapetto del ponte. Vennero fissate alle rotaie del treno le estremità di cinque corde e al collo di ciascuno venne applicato il nodo scorsoio.

UN CONFORTO INASPETTATO   

La scena era terribilmente impressionante. Attorno, un silenzio profondo. Fu allora che fui come investito da una misteriosa forza interiore al punto che non potei trattenermi di rivolgermi a quei poveri ragazzi che mi guardavano dal ponte: «Miei cari fratelli – gridai – è giunto il momento del vostro incontro con l’eternità. È giunto il momento di mettere nelle mani di Dio le vostre anime. Come Gesù voi siete ingiustamente giustiziati: condannati a morte come Lui, innocenti come Lui. Dall’alto della croce Gesù ha perdonato ai suoi crocifissori. Perdonate anche voi!» Dal ponte, e ricordo benissimo, un sommesso, ma chiarissimo segno di perdono dei cinque partigiani che col capo annuirono al mio invito al perdono.

L’ECCIDIO

Dopo di che, un ordine spietato… un tonfo… uno stridore di corde., corpi volteggianti e penzolanti nel vuoto a ridosso della fiancata del ponte. Una scena raccapricciante. Poi, la violenza dello strattone fece spezzare una corda, e, qualche istante dopo, un’altra corda. Due partigiani, uno dopo l’altro, piombarono ansimanti e boccheggianti, ma ancora vivi, sulla strada sottostante. Mi avvicinai subito al primo, meno giovane degli altri, che giaceva stramazzato a terra. Gli presi il capo tra le mani. Lo baciai. Ci guardammo con gli occhi inondati di pietà. Gli porsi il crocifisso da baciare, non avevo che quello, unito alla corona del saio, poi feci per soccorrere il secondo partigiano, ma per la seconda volta, incredibilmente, il comandante, che nel frattempo era sceso in tutta fretta dal ponte,  mi strattonò con rabbia e, urlando, proferì minacce indefinibili, imponendomi di andarmene, diversamente, gridò, c’è una corda anche per lei.

Confesso che non ci vidi più, mi sentivo un piccolo Davide contro il gigante biblico. Lo affrontai a viso aperto, ci fu un acceso scontro verbale e, con quanta voce avevo in corpo, gli rinfacciai la crudeltà di quanto stava succedendo”.

Da allora eguaglianza, pace, libertà e difesa dei poveri, dei deboli e degli oppressi sono stati lo scopo di una vita densa di avventure e di viaggi”. 

ANELITO MISSIONARIO

Già nei mesi precedenti alla sua ordinazione sacerdotale (1950) aveva chiesto al Padre Generale il permesso di partire per un lebbrosario tibetano, perché la sua vocazione era stata fin dall’inizio missionaria. Permesso non accordato. Nel 1959 Padre Marco fu chiamato alla Segreteria di Stato in Vaticano come segretario dell’arcivescovo mons. Dell’Acqua. Ebbe quindi la grande fortuna di vivere un’esperienza unica, lavorando molto intensamente accanto a due grandi Papi, Giovanni XXIII e Paolo VI. Quasi all’improvviso, però, nel 1971, una serie di circostanze consentirono finalmente a Padre Marco di realizzare il suo sogno: partire per una terra lontana, personalmente scelta e ragionata, la Papua Nuova Guinea e precisamente a Yemnu, una missione famosa per il carattere focoso e bellicoso della sua gente, appartenente alla tribù dei Kanaka.

I primi tempi furono terribili per Padre Marco: barriera della lingua, senso di smarrimento, di impotenza e di grande isolamento; fu come ritornare indietro di secoli e sentirsi di colpo paracadutati e sprofondati nella preistoria. Fare missione nella zona di Yemnu significava visitare una popolazione distribuita in una trentina di villaggi distanti uno dall’altro molti giorni di cammino a piedi, guadando fiumi non sempre tranquilli e non sempre privi di insidie, attraversando fragili e traballanti ponticelli di liane o camminando in punta di piedi su viscidi tronchi galleggianti nell’acqua che i nativi sistemavano in fila, uno dopo l’altro, per l’attraversamento delle paludi. Rimaneva nei villaggi tutto il tempo richiesto per assolvere i propri doveri di sacerdote e, soprattutto, per andare incontro ai molteplici bisogni di carattere umanitario. Il valore della testimonianza silenziosa ed operante costituisce uno degli elementi più efficaci e convincenti.

Padre Marco si è spento all’età di 94 anni nel suo Convento a Torino, circondato dalle cure dei suoi confratelli, nella notte tra il 29 ed il 30 novembre 2020. Aveva appena compito 94 anni.

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