Luino | 23 Marzo 2025

ANPI Luino, «Quelli che non sono tornati»

A distanza di tre anni dalla posa delle 5 pietre di inciampo l'associazione ricorda Aurelio Moro, Bruno Balzarini, Orlando Vischi, Guglielmo Satriani e Antonio Lupano

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Son passati ormai tre anni da quando Luino ha dedicato cinque pietre d’inciampo a coloro che non hanno più fatto ritorno, travolti dalla logica perversa del regime nazifascista. Uomini la cui vita è stata crudelmente spezzata nel fiore degli anni quando sogni e speranze si schiudono ad un promettente avvenire.

Le pietre sono state poste, dove è stato possibile, in vicinanza dell’ultimo domicilio di queste vittime innocenti, sulla pubblica via perché il loro ricordo e soprattutto il loro sacrificio rimangano indelebili nella memoria collettiva. La prima, in memoria di Aurelio Moro è stata collocata in via S. Pietro, due in via XXV Aprile, in ricordo di Bruno Balzarini e Orlando Vischi, un’altra in via Vittorio Veneto dedicata a Guglielmo Satriani e l’ultima in via Amendola in memoria di Antonio Lupano.

Un invito per tutti a non passare oltre senza accorgersi della loro presenza. Anche le pietre hanno una loro voce: basta saperla ascoltare.

Tratteggiamo qui di seguito un profilo di questi uomini coraggiosi che hanno sfidato un potere iniquo in nome della retta coscienza e dei principi fondamentali su cui si regge la civiltà umana.

AURELIO MORO (VIA S. PIETRO)

Aurelio Moro, classe 1905, di professione muratore da giovane e poi cuoco, abitava a Luino, in via S. Pietro n.16. Nel 1937 fu ammonito per favoreggiamento di espatri clandestini, per motivi politici. Nel dicembre dello stesso anno, per atto di clemenza del duce, il provvedimento gli fu revocato. Visti i suoi comportamenti da antifascista, il 9 giugno 1942 fu segnalato per la vigilanza dalla Regia Prefettura di Milano alla Regia Questura di Varese.

Il 28 febbraio 1944, in località Pino sul Lago Maggiore, mentre trasportava sulla sua barca un gruppo di ebrei e di antifascisti da Luino verso la Svizzera, fu arrestato dalla Guardia di Finanza allertata da una spia. Tradotto il 12 aprile 1944 nel carcere di San Vittore a Milano, fu trasferito il 27 aprile 1944 nel campo di concentramento di Fossoli, poi di Bolzano e il 7 agosto 1944 nel campo di sterminio di Mauthausen con la qualifica di Schutz haftling (prigioniero politico, detenuto per motivi di sicurezza).

Al suo arrivo ebbe il numero di matricola 82448 e, come segno di riconoscimento da apporre sulla giubba, un triangolo rosso con la sigla della nazione di appartenenza IT (Italia). Fu trasferito poi il 24 agosto 1944 nel sottocampo di Gusen, dove fu assassinato il 24 aprile 1945.

BRUNO BALZARINI (VIA XXV APRILE)

Bruno Balzarini nacque a Vergiate il 10 giugno 1901. Operaio nello stabilimento Mona di Somma Lombardo, nel 1930 si trasferì a Busto Arsizio, dove trovò lavoro come salumiere. Da Busto Arsizio si spostò, il 18 agosto 1932, a Luino, dove prese a gestire una caffetteria.

Stabilì la sua dimora inizialmente in via Carmine n. 8 e, successivamente, in via Vittorio Veneto n. 23, poi in viale Bagnati (ora Amendola) n. 3 e, alla fine, in corso Umberto I (ora via XXV Aprile) n. 19. Dal 16 settembre al 16 novembre 1943 fece parte della formazione partigiana «Gruppo Cinque Giornate», acquartierata sul monte San Martino, in Valcuvia, agli ordini del ten. col. Carlo Croce, occupandosi del recupero di armi e viveri.

Dopo la cruenta battaglia del 14-15 novembre 1943 contro i nazifascisti, tornò a Luino e si aggregò alla formazione Lazzarini. Il 12 febbraio 1944 fu arrestato dai tedeschi per aver svolto attività partigiana e, secondo la testimonianza della figlia Bruna, perché: «era al corrente che un suo conoscente nascondeva un inglese».

Condotto dapprima nel carcere dei Miogni a Varese, passò al carcere San Donnino a Como e poi al carcere S. Vittore a Milano. Da lì, il 27 aprile 1944, fu trasferito al campo di concentramento di Fossoli (Mo) dove ebbe il numero di matricola il 261. Il 12 luglio 1944, con altri 66 prigionieri politici, venne fucilato dalle SS tedesche al poligono di tiro di Cibeno, frazione di Carpi (Mo) e sepolto in una fossa comune.

ORLANDO VISCHI (VIA XXV APRILE)

Orlando Vischi nacque a Voldomino il 9 giugno 1914. Da Voldomino la sua famiglia si trasferì a Luino andando ad abitare in via Voldomino n. 19 e poi in via Pescatori n. 2. Di professione spedizioniere, dal 9 dicembre 1938 al 12 dicembre 1940 visse a Ventimiglia. Ritornato a Luino stabilì il suo domicilio in corso Umberto I, n.19 (ora via XXV aprile).

Richiamato alle armi il 6 aprile 1935, partecipò:
– dal 15 gennaio al 5 maggio 1936 alle operazioni svoltesi in Africa Orientale coll’11° Reggimento Alpini, Battaglione Intra;
– dall’11 giugno al 2 novembre 1940 alle operazioni sul Fronte Occidentale col 1° Reggimento Alpini, Battaglione Arroscia;
– dal 7 febbraio al 29 aprile 1941 alle operazioni di guerra sul Fronte Greco-Albanese, col 7° Reggimento Alpini, Battaglione Belluno.

Rimpatriato il 30 aprile del 1941, in seguito a ferite riportate in combattimento, venne ricoverato dapprima nell’ospedale di Teramo e, successivamente, in quello di Novara e, nel 1942, ebbe il riconoscimento di invalido di guerra.

In seguito ai fatti dell’8 settembre, per non collaborare con le forze nazifasciste si aggregò, nell’ottobre del 1943, alla formazione partigiana “Gruppo Cinque Giornate”, acquartierata sul monte San Martino, in Valcuvia, al comando dal ten. col. Carlo Croce. Dopo l’epilogo del violento scontro della formazione con ingenti forze nazifasciste e la dispersione del gruppo partigiano, avvenuto il 15 novembre 1943, Vischi, per non arruolarsi nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana si diede alla macchia.

Per delazione di spia fascista fu arrestato dai tedeschi l’11 febbraio 1944 e trasferito al carcere milanese di S. Vittore, per poi essere deportato prima al campo di concentramento di Fossoli e poi al campo di sterminio di Mauthausen dove giunse il 7 agosto 1944 con la qualifica di Schutz haftling (prigioniero politico, detenuto per motivi di sicurezza). Al suo arrivo ebbe il numero di matricola 82551 e, come segno di riconoscimento da apporre sulla giubba, un triangolo rosso con la sigla della nazione di appartenenza IT (Italia). Da lì Vischi fu trasferito nel sottocampo di Gusen, dove venne assassinato il 10 marzo 1945.

GUGLIELMO SATRIANI (VIA VITTORIO VENETO)

Guglielmo Satriani nacque a Briatico (Cz) il 7 aprile 1908. Dal 1925 al 1930 fu arruolato nella Regia Marina col grado di Sottocapo specialista dei sommergibili, prendendo parte a numerose spedizioni. Entrò poi, il 30 giugno 1930, nel Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza. Da Trieste fu trasferito a Luino con il grado di vice brigadiere, stabilendo la dimora in via Vittorio Veneto n. 22.

I fatti dell’8 settembre lo portarono ad aderire alla formazione partigiana «Gruppo Cinque Giornate», acquartierata sul monte San Martino, in Valcuvia, agli ordini del ten. col Carlo Croce, senza però lasciare il suo posto di lavoro. Nel febbraio del 1944, tradito da una spia, fu arrestato dai tedeschi e tradotto al carcere di S. Vittore a Milano. Successivamente fu deportato nel campo di concentramento di Fossoli, e poi, il 5 agosto 1944, nel campo di sterminio di Mauthausen dove giunse il 7 agosto 1944 con la qualifica di Schutz haftling (prigioniero politico, detenuto per motivi di sicurezza).

Al suo arrivo ebbe il numero di matricola 82517 e, come segno di riconoscimento da apporre sulla giubba, un triangolo rosso con la sigla della nazione di appartenenza IT (Italia). Da Mauthausen venne trasferito nel sottocampo di Gusen, dove fu assassinato il 24 novembre 1944.

VITTORIO LUPANO (VIALE AMENDOLA)

Vittorio Lupano nacque a Sarajevo (Iugoslavia) il 24 settembre 1919. Di professione meccanico, si era trasferito a Luino da Verona il 20 aprile 1934, stabilendo la residenza prima in corso Umberto I n. 19, poi in via Ronchetto n. 20 e, infine, in viale Bagnati n. 26 (oggi viale Amendola). Nel settembre del 1939 fu chiamato al servizio militare di leva e assegnato alla Scuola Elettricisti della Regia Marina di Taranto, dove rimase per circa un anno.

Col grado di sergente elettricista fu imbarcato sulla motonave Lero che venne poi affondata in un’azione di guerra nel mar Egeo il 20 ottobre 1942. Salvatosi dal naufragio, Vittorio fu portato sull’isola di Rodi. Il 15 luglio 1943 gli fu concessa una licenza, ma il 27 luglio dovette rientrare a Venezia ove rimase in servizio fino all’8 settembre, quando fece ritorno presso la famiglia che risiedeva a Luino.

Per non collaborare con le forze nazifasciste, il 20 ottobre 1943, si unì alla formazione partigiana «Gruppo Cinque Giornate», acquartierata sul monte San Martino, in Valcuvia, al comando del ten. col. Carlo Croce. Dopo l’epilogo del violento scontro della formazione con ingenti forze nazifasciste avvenuto il 15 novembre 1943 e la dispersione del gruppo partigiano, Lupano si diede alla macchia.

In seguito a delazione di una spia che si era confidata con il fascista Giovanni Melfi, come risulterà poi dal rapporto stilato dalla Milizia ferroviaria di Luino il 18 febbraio 1944: «[…] certo Lupano, residente a Luino, circolava in città, armato di rivoltella e con tutta probabilità doveva far parte di un nucleo antinazionale sedente a Voldomino», sorpreso in casa con delle armi, fu arrestato dai tedeschi l’11 febbraio 1944 e trasferito al carcere milanese di S. Vittore. Fu poi deportato prima nel campo di concentramento di Fossoli e poi, come Schutz haftling (prigioniero politico, deportato per motivi di sicurezza), nel campo di sterminio di Mauthausen.

Al suo arrivo ebbe come segno di riconoscimento da apporre sulla giubba, un triangolo rosso con la sigla della nazione di appartenenza IT (Italia). Da Mauthausen venne trasferito il 3 luglio 1944, per tentata evasione, nel campo di rieducazione e di lavoro (Arbeitserziehungslager) di Schorgenhub nei pressi di Linz, dove «decedette per malattia» il 3 dicembre 1944, come da comunicazione della Croce Rossa Italiana del 19 luglio 1946, in cui si dice anche che fu «sepolto nel cimitero di Wegscheid 425».

Le dichiarate cause di morte erano quasi sempre fasulle, come ha ben documentato Sarah Helm in un suo libro, dedicato al campo di Ravensbrük, dove asserisce, alla luce di testimonianze e documenti, che, nel campo di concentramento, chi doveva riempire i certificati di morte era autorizzato a scegliere la causa e che le ceneri, che venivano consegnate alla famiglia dietro pagamento, non appartenevano alla salma del deceduto.

La documentazione relativa a queste cinque vittime del nazifascismo è stata ricostruita dalla storica Francesca Boldrini, attraverso un paziente lavoro di ricerca archivistica.

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