Reduce della campagna di Russia, eroe del San Martino, deportato a Mauthausen: questa la drammatica odissea di Sergio De Tomasi, sopravvissuto agli orrori della guerra, forse perché dovesse testimoniare le nefandezze del regime nazifascista.
Era salito sul San Martino in quel tragico autunno del 1943 dopo la resa incondizionata dell’Italia alle forze alleate e all’occupazione tedesca divenuta di giorno in giorno sempre più opprimente.
Nella confusione generale, la maggior parte dei militari abbandonava le caserme, chi per tornare a casa, chi per fuggire in Svizzera. Rientrato a Varese in convalescenza dal fronte russo, Sergio decise di compiere una scelta ben precisa: aggregarsi nelle fila della Resistenza per smantellare un regime opprimente e liberticida.
I suoi ricordi sono raccolti in un libro dal titolo «AUTOBIOGRAFIA DI UN PARTIGIANO COMBATTENTE», edito da Macchione.

Il giovane Sergio De Tomasi
LA STRENUA RESISTENZA SUL SAN MARTINO
A Porto Valtravaglia si era installato, sotto il comando del colonnello Carlo Croce, un distaccamento di soldati, trasferitosi in seguito sul Monte San Martino perché su quella montagna le fortificazioni della prima guerra mondiale, la «Linea Cadorna», potevano essere adibite come difesa da probabili attacchi nazifascisti. Erano in pochi, ma la voce si diffuse per i paesi e, adagio, adagio, Il gruppo si ampliò fino a diventare una formazione di circa 160 uomini. Arrivarono giovani e meno giovani da Varese, da Milano, da Monza ed anche soldati stranieri che appartenevano ad eserciti allora alleati con la Germania. Sul San Martino vi erano uomini di tutte le estrazioni politiche: democristiani, comunisti, socialisti, aderenti al partito d’azione, accomunati da un unico ideale: la libertà. I tedeschi e i fascisti avevano però stretto in una morsa tutta la montagna: con 9 mortai sparavano da ogni parte. L’ideale era però più forte delle armi stesse e tutti combatterono strenuamente. Furono tre giorni di novembre indimenticabili. Sangue, morte, sofferenze segnarono quella battaglia. La forza soverchiante dei nazifascisti ebbe la meglio e al gruppo superstite composto da circa 60 uomini, con il colonnello Croce, non rimase altra alternativa che rifugiarsi in Svizzera. Alle spalle, sulla montagna, avevano lasciato giovani vite spezzate. Nel momento in cui attraversarono il ponte sul Tresa gridarono all’unisono: «Viva l’Italia», un giuramento di fedeltà che ben presto si sarebbe tradotto in azione.

IL RIENTRO IN ITALIA E IL VILE TRADIMENTO
Sergio come altri però non volle arrendersi. Doveva ad ogni costo rientrare in Italia per dare il suo contributo alla liberazione del suo Paese. Sergio racconta: «A gruppi di due o tre si ritorna, ma i fascisti avevano spie dappertutto. Dalla Svizzera era tornato anche un ufficiale del S. Martino, un certo Pizzato che durante la battaglia aveva dimostrato di essere un grande combattente, un eroe e di possedere tanto coraggio. In quel periodo io mi trovavo a Milano e per l’esattezza a Baggio, dove viveva la mia fidanzata di allora, Rina che poi è diventata mia moglie…
Era il primo aprile 1944, Pizzato mi chiamò e mi diede appuntamento a Baggio. Ci vado, ancora non lo conoscevo nel ruolo di traditore! Mi sento chiamare per nome, mi volto, poi un colpo in testa e più nulla… Mi sveglio a San Vittore, carcere di Milano». Qui Sergio viene sottoposto a pressanti interrogatori.
«Per farti parlare – annota ancora nelle sue memorie – adottavano ogni metodo: disteso su un tavolo con a fianco due fascisti, armati di bastoni e nervi di bue che usavano per picchiarti, cercavano di estorcerti i nomi di altri compagni… Le torture per ottenere informazioni erano terribili, tanto che un detenuto, per la paura di non resistere, piuttosto di parlare si buttò dal terzo piano del carcere morendo sul selciato, altri ancora s’impiccarono in cella».

VERSO L’INFERNO DI MAUTHAUSEN
Da San Vittore inizia una serie di tragici trasferimenti, prima ai campi di smistamento di Fossoli e di Bolzano poi verso l’ignoto. Ammucchiati su vagoni bestiame, chiusi in modo ermetico, Sergio ed altri compagni di sventura vengono destinati al campo di sterminio di Mauthausen.
L’inferno è iniziato. «Tantissimi deportati che sono mandati nelle gallerie a fabbricare armi ci rimangono per mesi senza vedere la luce e la mortalità di questi poveri disgraziati è altissima, chi muore di tisi, chi per problemi ai polmoni causati dagli acidi costretti a respirare. Io e alcuni compagni siamo addetti al vagone 7. Il vagone 7 è un carro rudimentale trainato da uomini, utilizzato per il trasporto di patate e destinato alla fine della giornata anche al trasporto dei morti verso il forno crematorio»
LA SCALA DELLA MORTE
«Nel campo c’è una scala in sassi scavata nella roccia che porta a una cava dove i prigionieri spaccano sassi quadrati, che vengono portati a spalla su quella scala sino al campo centrale. Questo non risparmia i bambini ai quali tocca la stessa sorte, trasportare sassi più grossi di loro, ma molti non riescono ad arrivare in cima, non ce la fanno e altri, una volta arrivati in cima, come premio vengono buttati sui fili ad alta tensione, tutto questo per puro divertimento».
FORNI CREMATORI, CAMERE A GAS E CRUDELTA’ SENZA LIMITI
«I forni crematori e le camere a gas funzionano 24 ore al giorno… I prezzi più grossi di ciò che rimane di quei poveri corpi sono ben pochi, quelli che resistono al fuoco sono il cranio e le tibie delle gambe. Quando vengono puliti i forni, questi pezzi vengono recuperati e caricati sui carri, portati nelle strade e usati per chiudere i buchi, coperti con catrame per l’asfaltatura delle strade…
Quando arriva nuova forza lavoro, i nazisti fanno lavorare tutti velocemente per far sparire i vecchi, gli ammalati e quelli che non rendono più; tutta questa povera gente viene portata nelle camere a gas … Altre nefandezze vengono praticate alle donne incinte, le SS mettono loro cinghie come quelle di castità affinché non possano partorire e muoiano così dilaniate con i loro piccoli tra i dolori più atroci.
La mattina presto tutti dobbiamo correre fuori velocemente per l’appello, sulla porta vi sono due aguzzini che ci danno il buongiorno a colpi di bastone per farci uscire più in fretta; dopodiché tutti in piazza sull’attenti anche se piove, getti d’acqua gelata per lavarti, o peggio qualcuno più sfortunato viene senza motivo picchiato, solo per non essersi lavato velocemente o per essere inciampato nella mischia della corsa …
Non siamo più nessuno, non esistono più le nostre professioni, la nostra cultura, siamo alla mercé di esseri senza civiltà e senza un minimo di sembianza umana, alla mercé di mostri …. Per puro divertimento e per combattere la noia le SS fucilano deportati, facendoli pure denudare prima di colpirli a morte. Si giustificano poi dicendo che le baracche sono troppo affollate. Siamo qui, professionisti, avvocati, preti, persone di cultura a farci deridere, malmenare e uccidere da gente ignorante e senza nessuna cultura e peggio ancora priva di sentimenti!…
Un nostro compagno che ormai si è lasciato andare deluso ulteriormente dalla speranza delle voci di liberazione che sono circolate nel campo, ha tentato la fuga. Non siamo riusciti a dissuaderlo e nascosto in una baracca è stato subito sorpreso, picchiato a morte. Non contenti, gli aguzzini l’hanno affogato In una tinozza…. Arriva così anche dicembre, gli aguzzini disgraziati ci fanno festeggiare il Natale nel grande cortile dell’appello. Qui a lato del cortile vi sono mucchietti di morti e dentro il cortile scheletri di quasi morti. Tutti dobbiamo esserci, perché il divertimento dei nostri aguzzini è quello di contarci e ricontarci, contano sempre anche i morti! …
Anche senza volerlo, le domande sono sempre nella mia mente: tornerò a casa? Ce la farò? rivedrò i miei cari? La speranza viene meno …. Siamo ormai a gennaio ed il gelo rende ancora più problematica la vita nel campo, ogni settimana la fame uccide più di 1000 deportati, resi deboli della denutrizione, questi sono soggetti ad ogni tipo di malattia, i kapò aguzzini fanno il resto, con le docce gelate fanno morire per assideramento…. Il ricordo più angosciante della scala è legato all’ordine impartito da un SS ad un padre, di buttare nel dirupo il proprio figlio, sentitosi negare l’ordine, ordinò al figlio di fare la stessa cosa, alla fine vennero buttati tutti e due di sotto. Come possiamo considerare questa gente esseri umani? …

LA SPERANZA NON MUORE
«Sono mesi che ormai vivo tra i morti, – prosegue Sergio De Tomasi – morti in Russia, morti sul San Martino, morti a Fossoli, morti dappertutto, penso ormai di avere l’odore della morte addosso…. Arriva così il 3 maggio e nel campo le SS e i kapò generano molto trambusto, ci dicono che dobbiamo andarcene dal campo e che ci devono portare in un altro campo più sicuro, la sera ci comunicano che dobbiamo raccattare i nostri stracci e che il mattino dopo ci metteremo in marcia, dopo poche ore contrordine non si parte più.
Sapremo poi che hanno già portato tantissimi deportati nelle gallerie per gasarli, ormai sentono vicino gli americani e i russi e devono cercare di nascondere le prove, di cancellare tutto, fortunatamente non ce l’hanno fatta a portare a termine questa infamia! Devo qui ricordare che la notte tra il 24 e il 25 Aprile a Gusen hanno mandato alla camera a gas 600 infelici disabili!»
Sergio tornerà a casa, irriconoscibile nell’aspetto, magro, emaciato, stordito da quella drammatica esperienza che rievocherà negli innumerevoli incontri con gli studenti ai quali, sino alla fine dei suoi giorni, ha voluto trasmettere il suo indomabile anelito di libertà.

Sergio De Tomasi, testimone degli orrori di Mauthausen

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