Luino | 26 Maggio 2024

ANPI Luino, un prezioso diario documenta l’odissea del giovane Primo Gatta

Una testimonianza-racconto straordinaria, che racconta la storia di questo soldato ribelle non collaborazionista iniziata nel gennaio 1943

Tempo medio di lettura: 7 minuti

UN SERVIZIO MILITARE A RISCHIO

Un diario gelosamente custodito anche se sgualcito dalle vicissitudini di un lungo peregrinare tra un campo di concentramento e l’altro, salvaguardato come uno scrigno prezioso in cui conservare il livore di una sofferenza immane che si è abbattuta come un fulmine su un’età gioiosa dove la guerra sembrava un’evenienza improbabile è quanto rimane dell’odissea di Primo Gatta.

Gennaio 1943: la guerra impazza e miete vittime su tutti i fronti. Pochi ne sono consapevoli. Le trasmissioni clandestine di Radio Londra sono un privilegio che solo un numero limitato di persone audaci, votate al rischio, si può permettere. Primo ha 19 anni, il servizio di leva gli tocca, volente o nolente. Viene mandato a Parma nel 33° Reggimento Carristi. È un giovane vivace ed intelligente. I superiori hanno bisogno di gente come lui per un addestramento specialistico in vista di un attacco che si ritiene decisivo per le sorti della guerra.

La patente del camion è indispensabile, quanto il brevetto di pilota per guidare il carro armato. Il tutto con l’aggiunta di un corso di radio marconista che prevede l’uso dell’alfabeto morse. All’improvviso però giunge il terremoto dell’8 settembre. La gente si riversa nelle strade al grido di «È finita, è finita!». Ingenuo abbaglio, speranza senza ali, destinata presto a svelare una ben più drammatica realtà.

Una pagina del diario di Primo Gatta

In caserma, alle 23 suona l’allarme interno. La truppa scende in cortile: ognuno riceve due caricatori ed una bomba a mano. Inquadrati come burattini, i soldati rimangono immobili per diverse ore, in attesa di ordini superiori che tardano a venire. Sono circa 1200 uomini che inaspettatamente hanno perso ogni coordinata di riferimento. Poi, prima dell’una, una terribile deflagrazione echeggia in direzione della stazione ferroviaria.

Nel giro di qualche minuto, alla sorpresa si sovrappone il panico: un carro armato tedesco sfonda il cancello di ingresso e avanza minaccioso, scortato da una dozzina di militari armati di mitraglietta che sparano raffiche a salve all’impazzata per prevenire un’eventuale reazione. Ora i soldati sono tenuti in scacco dai loro aguzzini che li mettono in fila con le mani incrociate sopra la testa contro i muri della caserma dove rimangono fino alle cinque di mattina.

Solo allora vengono autorizzati a sedersi per terra. Un primo assaggio di quella crudeltà che avrebbero purtroppo sperimentato in seguito. Gli ufficiali del regime ribadiscono quotidianamente il martellante invito ad aderire al nuovo esercito del patrio riscatto. Dalle lusinghe si passa ben presto alle minacce: i recalcitranti saranno deportati in Germania, come prigionieri di guerra. Una intimidazione che miete i suoi frutti: parecchi si piegano al volere tracotante della gerarchia di regime che li invia immediatamente in Germania per uno speciale corso di addestramento militare.

Il carrista Primo Gatta

I militari non collaborazionisti invece vengono incolonnati e, alla stazione di Parma, caricati su carri bestiame: 50 per ogni vagone, migliaia di soldati italiani ammassati su una tradotta, ormai inevitabilmente diretta verso la Germania hitleriana. Un viaggio da incubo: un sequestro crudele, in un ambiente soffocante, privo perfino di un recipiente per i propri bisogni fisiologici. In questo girone infernale, c’è ancora qualcuno che tenta di restituire quel minimo di dignità a cui ogni uomo, in qualsiasi circostanza, ha diritto: una valigia diventa pertanto un rudimentale pitale.

La colonna di quelli che un tempo potevano fregiarsi del nome di esercito di sua maestà, sotto un cielo plumbeo e attraverso una coltre di nebbia bassa e gelida, marcia verso il campo di concentramento che si intravvede a fatica in lontananza. Ancora una volta, appena vi mettono piede, vengono sottoposti all’ennesima umiliazione: perquisizione degli zaini e sequestro dei vestiti. Solo dopo tre giorni viene fornito loro l’abbigliamento necessario: mutande, una maglia, una camicia e, dopo otto giorni, la piastrina di riconoscimento.

LA TRISTE CONDIZIONE DEGLI I.M.I. (INTERNATI MILITARI ITALIANI)

Sulla schiena di ciascuno viene impressa con biacca indelebile la scritta I. M. I. (internato militare italiano), mentre agli altri prigionieri di guerra non italiani viene riservato un trattamento diverso. Intruppati in gruppi di 120, durante i primi giorni di prigionia, vengono caricati sui camion e trasportati in campagna a raccogliere patate e barbabietole destinate ai magazzini di stoccaggio della periferia di Ratisbona, per la fabbrica dello zucchero.

Ed è proprio qui che fino al 10 dicembre del ’43 sono costretti a lavorare, presidiando la fornace di pietra calcarea dove lo zucchero subisce un processo di depurazione. Là dove la pietà sembra che si sia spenta, Primo ricorda il gesto compassionevole di un compagno di lavoro tedesco che ogni mattina gli portava da casa un tozzo di pane nero con una fettina di lardo.

Qualche tempo dopo viene però trasferito nella fabbrica di aeroplani di Messerschmitt, bombardata e rasa al suolo il 14 febbraio 1944. Fortunatamente gli operai si trovano nella mensa per il rancio con i prigionieri francesi. Nel piccolo campo c’è anche un rifugio antiaereo, costituito da travi di legno mimetizzate da uno strato di terriccio, ma questo non basta a proteggerli.

Quando una bomba cade in prossimità del campo, il sergente tedesco ordina di aprire i cancelli e di fuggire su una collina a qualche chilometro di distanza. Da questa posizione preminente tutti assistono impietriti ad una incessante pioggia di bombe. La fabbrica, benché mimetizzata sotto una finta rete di alberi, non regge all’urto delle fortezze volanti che passano e ripassano con estrema determinazione. Per dieci giorni i prigionieri vengono impiegati nel recupero delle macerie, poi, a bordo di una tradotta, vengono trasferiti più a nord, nei pressi di Hamberg, in una filiale della fabbrica distrutta, nel cuore della foresta.

L’inverno con i suoi rigori non concede tregua. Per lavarsi al mattino occorre uscire dal capannone e senza indugi immergere la testa sotto impietosi zampilli di acqua gelida. La pulizia diventa una priorità indispensabile per evitare pidocchi o altri fastidiosi parassiti che comunque non possono essere radicalmente eliminati.

LO SPETTRO DELLA FAME ALEGGIA TRA I PRIGIONIERI

La fame, la fame diviene però il tormento che affligge giorno e notte quei giovani esuberanti, peraltro costretti ad un lavoro duro e sfibrante dalle sette del mattino alle sette di sera e oltre quando è necessario, in condizioni climatiche insopportabili. Bisogna allora industriarsi con la forza della disperazione, dettata dallo stomaco inappagato.

Lungo il tragitto verso la fabbrica qualcuno intravede un cumulo di spazzatura nel quale, meraviglia delle meraviglie, si scoprono bucce di patate e torsoli di cavoli. Niente di più desiderabile per chi è costretto ogni giorno a ingollare una inconsistente brodaglia di rape, che pochi hanno il coraggio di chiamare minestra. Primo, con l’agilità che lo contraddistingue, scavalca il recinto e fa incetta di tutto quello che trova. Anche la cotenna del lardo, gettata nella spazzatura da un operaio tedesco dopo lo spuntino quotidiano, adeguatamente sciacquata nell’acqua corrente, abbrustolita sulla stufa, la sera, diventa una prelibatezza.

La domenica poi rappresenta un vero momento di grazia. I prigionieri vengono, infatti, utilizzati nelle cucine dei civili a pelare patate, alcune delle quali finiscono nei risvolti dei pantaloni alla zuava. Per evitare di essere scoperti, le patate vengono bollite in capaci latte di fortuna, sotto strati di maglie e mutande per le consuete disinfestazioni da parassiti. Un’operazione ad alto rischio: chi viene sorpreso a rubare, infatti, riceve come contropartita una buona dose di vergate sulle gambe con una bacchetta di acciaio.

Immancabilmente durante la notte suona l’allarme ed è giocoforza rifugiarsi nel fitto della boscaglia dove si attende il cessato allarme per ritornare nel proprio capannone. Siamo verso la metà di aprile e per circa una settimana una squadra di otto persone cerca di sopravvivere alla meglio nel fitto della boscaglia, cibandosi di patate trafugate ai margini dei campi. Una volta trovano anche alcuni cavalli morti sotto un bombardamento: una festa inaspettata.

Finalmente, dopo tanto tempo hanno scovato un po’ di carne da metter sotto i denti. Racconta Primo nel suo diario: «Formatosi un gruppo di otto persone denominato ‘La squadra del bosco’, si cammina sempre attraverso boschi, campi, mai su strade. Sostiamo nei pressi di un gruppetto di case di contadini a circa 5 km dal campo; si accende il fuoco, sempre nel bosco; vengono nominati il cuciniere e, i due più in gamba, esploratori […] Dopo poco tempo arrivano i caccia americani che da parecchi giorni, continuamente, sorvolano e mitragliano la zona. Questa volta poi sembra che ce l’abbiano proprio con noi. Per una mezzoretta fanno carosello sopra le nostre teste e scariche rabbiose di mitraglia a poca distanza. Durante la giornata si viene a sapere, per mezzo dei nostri esploratori, che se la sono presa con una colonna di cavalleria, ammazzando sette cavalli. Sono la nostra manna. Subito si parte con i coltelli per fare bottino di quella carne. Per quattro giorni solo di quella ci cibiamo abbondantemente. Circa una decina di chili si sala in un bidone, con l’idea di conservarla in previsione di un lungo soggiorno nel bosco. Durante la giornata ci si procura il necessario per passare la notte sotto un portico con un po’ di paglia. Lì trascorriamo tre o quattro giorni senza alcun importante avvenimento».

L’ARRIVO DEGLI AMERICANI E LA SOSPIRATA LIBERAZIONE: LA GUERRA È FINITA

La sera del 18 aprile giungono notizie e voci da tutti, anche dai contadini stessi: tutti gli italiani ed operai del “flugplatz” (campo d’aviazione) devono recarsi a Regensburg, dove si trova la sede del nostro comando. Verso le dieci di sera, si sente un mormorio di voci ed ecco che arriva un gruppetto di persone verso il nostro covo dormitorio.

Chi sono? Un raggruppamento di nostri compagni di un’altra squadra, accampati a poca distanza. Tre o quattro di loro, durante la giornata, hanno avuto l’ardire di avvicinarsi al lager in cerca di qualcosa da mangiare, invece una brutta sorpresa li attendeva: dei soldati armati li hanno presi e in malo modo caricati su un camion, dopo aver fatto passare loro parecchie ore rinchiusi in uno stanzino.

Verso sera sono partiti alla volta di Regensburg. Due di loro, i più arditi, dopo circa un chilometro di strada, sono balzati giù dal camion, riuscendo a fuggire attraverso i boschi. Per altri tre, dopo parecchio cammino, fortuna ha voluto che suonasse l’allarme: la macchina si è fermata: ne hanno approfittato per darsi alla fuga. Constatando questo, si decide all’indomani mattina di partire e di allontanarsi per portarci fuori dal raggio della zona. Giorno 7 maggio. Verso le otto di sera, passa una macchina americana con a bordo quattro persone, due delle quali parlano italiano. Da loro veniamo a sapere la più bella notizia che si possa immaginare e che da tanto tempo aspettiamo. Ci dicono: ‘Da ieri, sei maggio, alle ore due pomeridiane, è stato firmato l’armistizio, perciò la guerra è finita, finita!’

Primo Gatta con un commilitone

Si conclude qui anche il diario appassionato di Primo Gatta che solo il 27 giugno, su una tradotta, proveniente dal Brennero, giunge a Bolzano dove un camion del vescovado di Brescia lo riporta a Calcinato, suo paese. Nel gennaio del ’47, Primo emigra in Francia dove lavora fino all’agosto del ’48 in una miniera di carbone nei pressi della città di Carmaux, un comune situato nel dipartimento del Tarn nella regione del Midi-Pirenei. Sposatosi successivamente con Cristina Bindi a Isorella, il 9 settembre 1950, nel giugno del 1960, si stabilisce a Voldomino.

Primo Gatta con Remo Passera, presidente ANPI Luino

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