Luino | 15 Aprile 2024

«Mamma, papà, ditemi come mi sento»

L'importanza della mentalizzazione nella regolazione e gestione emotiva dei bambini. A cura della dottoressa Alessia Saccucci, psicologa psicoterapeuta luinese

Tempo medio di lettura: 10 minuti

Mamma, papà, ditemi come mi sento” : se un neonato potesse parlare, chiederebbe questo al suo caregiver per assicurarsi una crescita sana.

Il bambino infatti, quando viene al mondo, prova molte cose: fastidio per la luce, nervosismo per la pipì nel pannolino, disturbo per il nasino chiuso, mal di pancia, può provare fame così come paura, rabbia, gioia, angoscia, sete, desiderio. Il bambino è “invaso” da queste sensazioni e non sa come gestirle, non è infatti ancora in grado di auto-consolarsi ed auto-regolarsi: l’unica cosa che vorrebbe, per non sentirsi sopraffatto, è capire da dove arrivano quelle sensazioni ed esser rassicurato in attesa di imparare a farlo da solo.

La regolazione sensoriale, entro i primi anni di vita, è un atto che viene compiuto in due: da un lato il bambino e dall’altro l’adulto di riferimento, che è chiamato a contenere gli stati emotivi/corporei del piccolo, offrendo uno spazio dove dovrebbe sentirsi al sicuro. Dentro questo “spazio di regolazione” il bambino comincia a formare la sua identità e lo fa in base a come si sente.

È qui che entra in gioco la mentalizzazione: l’identità del bambino, infatti, si struttura sulla base di come l’adulto lo fa sentire.

COS’È LA MENTALIZZAZIONE?

Il bambino fissa il libretto sul tavolo e allunga le mani verso di esso. Il genitore lo osserva e pensa “vorrebbe prendere quel libretto per guardarlo”. Ecco, questa è la mentalizzazione ovvero la capacità di tenere a mente la mente dell’altro (e propria): serve ad attribuire a sé ed agli altri degli stati mentali (desideri, intenzioni, credenze ed emozioni) congrui e ad usare tali attribuzioni per prevedere i comportamenti e rispondervi in modo adeguato.

I BENEFICI DELLA MENTALIZZAZIONE

Una buona capacità di mentalizzazione rende i genitori più adeguati ad accudire i bambini ed a gestire momenti di crisi sia emotive che comportamentali. Questo atteggiamento rende il bambino in grado di conoscere i propri bisogni e pensieri, così da poter sviluppare quell’intelligenza emotiva che lo accompagnerà per tutta la crescita. L’utilizzo della mentalizzazione rende più armonioso il rapporto tra genitore e figlio, getta le basi per lo sviluppo della resilienza e rinforza la fiducia epistemica primaria: ovvero la capacità del bambino di riconoscersi come essere autonomo e di riconoscere l’altro come degno di fiducia, rendendolo più capace di muoversi nel mondo con la giusta dose di sicurezza e assertività.

I RISCHI DELLA “FALSA MENTALIZZAZIONE”

Purtroppo, non tutti i genitori riescono a mentalizzare gli stati interiori dei figli, restituendo così al piccolo degli stati mentali auto-referenziati: in questo modo il bambino non saprà come si sente lui, bensì come il genitore modifica ciò che egli sente o pensa in una “falsa mentalizzazione”. Cosa significa in termini pratici?

Facciamo un classico esempio: il bambino insiste, vuole prendere un oggetto pericoloso o delicato, cerca di arrampicarsi sulla sedia per raggiungerlo. I genitori gli dicono di fermarsi più volte. Il piccolo insiste, prova ancora a prenderlo. Papà dice:“Non si fa!”,mamma urla: “Sei la solita peste!”, e intanto pensano (e a volte anche dicono): “è davvero testardo”, “è capriccioso”, “mi sta provocando”, “mi vuole sfidare”, ecc..

In realtà non esiste nessuna competizione, nessuna disobbedienza: il bambino è solamente curioso.

La mentalizzazione corretta dovrebbe essere: “è molto incuriosito da quell’oggetto”. Questo non esclude l’esistenza di regole, semplicemente prevede di rispondere prima alla domanda: “cosa c’è ora nella mente del bambino?”, senza cadere in proiezioni e desideri propri.

I bambini non comprendono la provocazione, la sfida, il capriccio: sono solo bisognosi di comprendere quel che li circonda. Bisogna partire da questo concetto quando si è in difficoltà con le attribuzioni. Nell’esempio sopra riportato, si potrà ad esempio dire: “vedo che ti incuriosisce molto, però è fragile quindi lo prendo in mano io e lo guardiamo insieme, poi lo rimettiamo a posto”.

Restituendo al bambino la propria mente, si avranno ricadute positive sull’intero sistema familiare.
Una buona mentalizzazione nel genitore favorisce uno sviluppo psicologico sano e funzionale del bambino in quanto gli permette di sviluppare la propria identità senza dover sostituire i propri stati interni con quelli del genitore. Ad esempio: se il caregiver mentalizza sempre il bambino come sfidante, capriccioso e disubbidiente, è molto più probabile che inizierà a vedere se stesso e a costruire la propria identità in quei termini, mettendo in atto i classici comportamenti oppositivi-provocatori.

L’IMPORTANZA DI FAVORIRE UN’EFFICACE REGOLAZIONE EMOTIVA NEI BAMBINI

Le emozioni hanno un ruolo centrale nella nostra vita, e la loro gestione e regolazione determina il nostro stato di benessere o malessere ed influenza le azioni che compiamo: condotte dannose come abbuffate, abuso di sostanze, autolesionismo, disturbi come ansia e depressione sono infatti spesso generati da un’inadeguata capacità di regolazione emotiva. Aiutare i bambini ad acquisire abilità di regolazione emotiva efficaci, si configura quindi come un importante fattore di protezione da diverse problematiche psicopatologiche.

Ecco qualche indicazione utile per aiutare i bimbi ad imparare ad auto-regolarsi:

– Riconosci e valida le loro emozioni: è importante che gli adulti facciano attenzione allo stato emotivo dei bambini. Un atteggiamento giudicante e poco empatico è disfunzionale e può spingerli a reprimere le emozioni in quanto viste come “sbagliate”. Al contrario, un comportamento empatico comunica che tutte le emozioni sono importanti e che, seppur dolorose, non sono pericolose e possono essere gestite.

Un piccolo esempio: siete al parco, è ora di andare a casa, dici ai tuoi figli che possono fare ancora tre giri sullo scivolo e poi dovrete avviarvi. A questo punto spesso i bambini si arrabbiano: il compito dell’adulto è quello di validare i loro sentimenti, senza perdere la calma: “So che ti stavi divertendo, e mi spiace interromperti ma dobbiamo andare. Però possiamo tornare un’altra volta o giocare insieme a casa”. Potrà essere necessario ripeterlo qualche volta (soprattutto se non è questa la modalità a cui sono abituati), ma vi assicuro che se il bambino vi vedrà calmi, coerenti e fermi sulla decisione si adeguerà alla situazione.

– I bambini imitano gli adulti di riferimento: sono ottimi osservatori e se vedranno i genitori mantenere un atteggiamento pacato, evitando di diventare aggressivi od urlare a seguito di alcuni loro comportamenti (come non spegnere subito la TV o sistemare i giocattoli), può incidere molto nell’aiutarli ad apprendere regolazione emotiva ed autocontrollo.

– Aiutali a trovare sbocchi emotivi funzionali: apprendere come canalizzare le emozioni negative in modi positivi e costruttivi, avere uno sbocco emotivo sano come suonare, dipingere, cantare, scrivere, fare attività fisica, permetterà al bambino di rilasciare le emozioni represse, incidendo favorevolmente sulla sua salute mentale.

– Distingui (e aiutali a distinguere) tra azioni ed emozioni: spiega ai bambini che le emozioni non le possiamo scegliere, ma che possiamo decidere il modo in cui comportarci quando le proviamo. Ad esempio: è giusto arrabbiarsi, ma non è giusto sfogare questa emozione picchiando gli altri o rompendo oggetti.

– Limita le loro azioni ma non le loro emozioni: quando i bambini sperimentano un’emozione, ad esempio rabbia, dire loro di calmarsi o punirli non cambierà il fatto che loro si sentano arrabbiati. Al contrario, gli comunica che le sue emozioni sono “cattive” o “sbagliate”, così, cercherà di reprimerle con conseguenze dannose sul suo sviluppo. Un approccio più efficace è insegnar loro le abilità per gestire ciò che provano.

– Incoraggiali a parlare delle proprie esperienze: una strategia che favorisce un buona regolazione emotiva è incoraggiare il bambino a parlar di ciò che vive, aiutandolo a comunicare non solo l’evento in sé, ma anche il modo in cui si è sentito e la loro reazione. Questo favorirà l’elaborazione e organizzazione dell’esperienza: sarà così più semplice lasciar andare paure, tristezze o rabbia legate all’evento stesso. Questa strategia è un fattore di protezione in quanto diminuisce notevolmente la possibilità di traumi irrisolti ed emozioni represse che tenderanno a ripresentarsi in futuro incidendo negativamente sul suo benessere.

CONSIGLI PRATICI PER AFFRONTARE LE EMOZIONI DEI BAMBINI

Quando i genitori si trovano davanti alle esplosioni emotive del bambino spesso non sanno come gestirle, si sentono inadeguati e reagiscono con elevati livelli di frustrazione e nervosismo.

Non esistono ricette per essere buoni genitori, è vero, ma le più recenti ricerche delle neuroscienze indicano come ingrediente fondamentale l’educazione emotiva, ovvero la capacità di far sentire il proprio figlio compreso e accolto nelle sue emozioni.

Di seguito vorrei fornire qualche suggerimento su come provare ad accompagnare il proprio bambino nella conoscenza di alcune emozioni, anche attraverso piccoli giochi/esercizi/strategie. Come presupposto fondamentale, nella gestione di ognuna di esse, c’è sempre l’importanza della mentalizzazione: il genitore deve empatizzare col bambino, che deve percepirsi “sentito e compreso” a livello profondo nella mente dell’adulto.

– LA PAURA

Quasi tutti i bambini, durante l’infanzia, hanno qualche paura: la vicinanza emotiva dell’adulto può aiutarli a superarle. È importante dire che una serie di paure sono tipiche e rappresentano una naturale tappa dello sviluppo: la paura dell’estraneo, della separazione e del buio sono ricorrenti e nel corso della crescita possono ripresentarsi cambiando “forma”. Altre paure, invece, dipendono dalla cultura di appartenenza, dalla società e dalla storia individuale.

Se un bambino ha una paura, anche se molto irrazionale, non andrà sminuita o ridicolizzata e nemmeno non considerata: il genitore deve entrare nella mente del figlio e comprendere il suo terrore. È poi importante aiutare il piccolo a trovare un modo per gestirla e controllarla.

Consigli:
– per le paure più “concrete” (cani, palloncini, insetti, ecc.) è utile non evitare l’oggetto temuto e permettere al bambino di parlare di quel che teme. Se possibile, è d’aiuto proporre. avvicinamenti graduali con pazienza e dolcezza: più il bambino percepirà l’adulto nervoso e preoccupato più si convincerà di aver “ragione” ad avere paura.
– Create insieme una “scatola o un pupazzo mangia-paura”: decoratela e coloratela, spiegate al bambino che quando proverà paura per qualcosa, potrà fare un piccolo disegno di quella cosa/situazione e potrà getterla dentro all’oggetto “mangia-paura”. Sarà anche un occasione per poter parlare insieme di quella sua esperienza.
Paura del buio/di dormire o stare solo: prendete un gomitolo di lana o uno spago, l’adulto terrà un capo ed il bambino l’altro. A questo punto il gomitolo verrà srotolato fino a quando i due saranno in stanze diverse: ogni tanto il genitore tirerà il filo per far sentire la propria presenza, cosi come il bambino sarà autorizzato a farlo quando proverà paura. Quindi se tirerà il filo l’adulto farà altrettanto. Il filo diventerà cosi il simbolo del legame che li unisce, che rimane forte anche quando si è in luoghi differenti o semplicemente nell’altra stanza: in questo modo il genitore aiuterà il piccolo a sentirsi compreso, ed allo stesso tempo gli comunicherà la sua fiducia nella sua capacità di poter e saper gestire un momento di paura o stress.

– LA TRISTEZZA

Gli adulti non amano vedere i bambini tristi: loro lo capiscono ed è per questo che spesso, quando la sentono, tendono a chiudersi e a nasconderla, mentre dovrebbero essere aiutati a raccontarla e condividerla. Quindi se vediamo nostro figlio triste, anziché cercare subito di distrarlo e rallegrarlo, dovremmo abituarlo a riconoscere quell’ emozione e aiutarlo a superarla.

Consigli:
– Se piange o è triste per qualcosa, potete fargli delle carezze (sulla pancia, o sul cuore) spiegando ed aiutandolo a capire che cosa pensiamo lo renda triste (spesso i bimbi faticano a trovare una connessione tra eventi ed emozioni). Ad esempio possiamo dirgli: “Amore, sei triste perché hai perso il tuo gioco, e ti chiedi dove sia adesso. Possiamo provare a cercarlo insieme, possiamo tornare al parchetto e chiamare i nonni per sapere se lo hanno visto. Se proprio non riusciremo a trovarlo andremo al negozio a sceglierne uno nuovo”.

In questo modo il bimbo sente che la sua emozione viene riconosciuta e compresa, mentre la mano dell’adulto lo accarezza e lo cura. Inoltre il genitore propone una soluzione al problema, aiutandolo a sviluppare la capacità di cercare soluzioni efficaci nei momenti di difficoltà.

– Se il bambino non vuole stare da solo all’asilo o in altre situazione perché si sente triste per la vostra mancanza, potete fargli dei piccoli bigliettini disegnati da voi (con un cuore, un bacio, un sorriso, ecc..): li terrà in tasca e potrà tirarne fuori uno ogni volta che sentirà la tristezza crescere. Lo aiuterà a ricordarsi che mamma e papà lo pensano e gli sono vicini anche quando distanti fisicamente.

– LA RABBIA

La difficoltà di un genitore nel riuscire a reagire correttamente davanti ad un bambino in preda alla rabbia sta nel non vederlo come un “nemico” e nel riuscire a trasformare questa opposizione in cooperazione. Davanti ad un capriccio, anziché perdere il controllo a propria volta, l’adulto deve dimostrare con i fatti che le emozioni forti sono gestibili e che lui è capace di farlo: è questo che deve fare un genitore competente.

Consigli:
– Individuare un punto della casa che funga da “spazio di decantazione”: un angolo della rabbia in cui il genitore possa portare il bambino a scaricare l’emozione fino a farla scemare, così che torni la calma e i due possano sentirsi ancora alleati. Il genitore, accompagnandolo, potrà dire: “Sei molto arrabbiato, ora stiamo nell’angolo della rabbia: qui puoi urlare quanto vuoi, se vuoi sto qui accanto o se preferisci mi allontano un po’, quando ti sentirai più calmo ti sposti da qui e facciamo qualcosa di bello insieme”. Nell’angolo della rabbia il bambino impara a ritrovare il controllo di sé: questa è l’ auto-regolazione emotiva.

– Create una “scatola della rabbia”: è importante che il bambino la personalizzi e la metta in un posto ben visibile e di facile accesso. Quando il bambino si arrabbia, gli si può chiedere di indirizzare la rabbia verso la scatola (ad esempio gridando al suo interno o mettendoci dentro un oggetto che gli ricordi l’accaduto, ecc.). A questo punto, si chiede al bambino di chiuderla e rimetterla al suo posto. Una volta che la rabbia sarà cessata ed il bambino sarà tornato ragionevole, sarà possibile cercare di capire i motivi che lo hanno portato ad arrabbiarsi ed affrontare il problema insieme.

– LA GIOIA

La felicità ci spinge verso esperienze belle, ed è un’emozione che va assolutamente condivisa.
Un bambino che prova felicità, si sente confuso se ha davanti un adulto incapace di capire e condividere con lui questa emozione: è quindi fondamentale riconoscere quando loro sono felici, oltre che portare gioia nella loro vita. “Se mamma e papà sono felici con me, il mondo è un bel posto in cui stare” pensa il bambino contento.

Consigli:
– Un piccolo esercizio utile a tutti (grandi e piccoli) è il seguente: la sera ogni membro della famiglia racconterà qualcosa che durante quella giornata lo ha reso felice. Non cercate grandi eventi: basterà un piccolo episodio come un sorriso inaspettato, aver mangiato qualcosa di buono, aver ascoltato una bella canzone alla radio, aver accarezzato un animale. L’importante è allenarsi a notarlo e a condividerlo con chi ci vuole bene.
– Imparate a fissare insieme i momenti felici delle vostre giornate. Create degli album dei ricordi felici: attaccate sopra fotografie, fate piccoli disegni che descrivano un momento, scrivete insieme una frase colorata. Sarà bellissimo sfogliarli poi insieme e rivivere quegli episodi.

LA CONSAPEVOLEZZA GENITORIALE: UNA CARATTERISTICA FONDAMENTALE

Da piccoli facciamo esperienza di noi secondo quanto ci viene rimandato attraverso gli occhi e le menti di chi ci circonda ed accudisce. Il senso di sé di una persona, dunque, si forma nell’esperienza di essere nella mente degli altri: esperienza senza la quale esso, semplicemente, non si sviluppa.

I genitori hanno un grande potere: sono determinanti nello sviluppo della personalità e dell’identità del bambino, ed un genitore consapevole può quindi fare la differenza. Riflettere sui propri errori, lavorare su di sé per mantenere la calma e comprendere il proprio bambino, ampliare la propria capacità di mentalizzazione sono aspetti fondamentali per consentire al piccolo di costruire un sé coeso, coerente ed autentico, lontano dal falso sé basato sulle attribuzioni genitoriali.

Come sosteneva il famoso psicologo John Bowlby, “il bambino si costruisce un modello interno di se stesso in base a come ci si è presi cura di lui”: un bimbo crescerà quindi tanto più sereno e sicuro di sé quanto più avrà al suo fianco adulti capaci di sentire e pensare ciò che lui sente e pensa e che, comprendendo i suoi stati mentali, forniscano risposte e soddisfazione a quei bisogni che lui non sa esprimere.

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