(a cura dell’ANPI Luino) L’8 settembre 1943 segna uno spartiacque per gli Italiani coinvolti nelle tragiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. Circa ottocentomila militari italiani deportati nei lager creati dai Tedeschi in tutta Europa vennero sottoposti ad ogni tipo di vessazione.
Con la denominazione I.M.I. (Internati Militari Italiani), i militari italiani vengono privati dello status di prigionieri di guerra, condizione, invece, tutelata dalla Convenzione di Ginevra del 1929, che vietava l’utilizzo di prigionieri di guerra nell’industria bellica, settore nel quale fin dall’inizio delle ostilità in Germania era esploso un crescente fabbisogno di manodopera. Per Hitler erano «traditori» a causa della violazione del «Patto d’Acciaio» sottoscritto nel maggio 1939, che legava militarmente l’Italia fascista alla Germania nazista.
Ogni prigioniero veniva fotografato e poi identificato. Successivamente veniva consegnata a tutti una piastrina sulla quale veniva indicato il numero identificativo e la sigla dello Stalag (campo di prigionia di arrivo). I nazisti con la complicità delle autorità fasciste offrirono a tutti gli internati la possibilità di tornare liberi entrando a far parte delle Ss o del nuovo esercito di Salò.
La proposta venne ripetuta più volte nel corso dei mesi successivi, ma solo circa centomila soldati accettarono il compromesso, mentre oltre seicentomila opposero un netto rifiuto alla richiesta di arruolamento nella repubblica sociale di Salò, preferendo una vita da prigionieri maltrattati e affamati dai tedeschi che li consideravano dei vili traditori.
Determinati accettarono volontariamente la propria reclusione pur di non aderire al progetto nazifascista. La gran parte degli internati, refrattari a qualsiasi tipo di collaborazione col nazifascismo, diedero vita a una forma di «Resistenza disarmata».
Questa storia, tratta dal volume «VOCI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE» curato da ANPI LUINO, ci viene raccontata da RENZO GALLI di Cunardo, ex deportato che ci ha lasciati per sempre lo scorso mese di agosto 2023.
RENZO GALLI, EX DEPORTATO IN GERMANIA,
Renzo Galli, classe 1924, ex deportato in Germania, aveva soltanto 19 anni quando il 19 agosto 1943 fu chiamato alle armi. Era stato assegnato alla caserma Passalacqua di Tortona, al 38° Fanteria, Divisione Ravenna, precedentemente decimata in Russia ed in Africa Settentrionale. Poi venne il secco comunicato dell’8 settembre, nel quale si annunciava che il maresciallo Badoglio aveva firmato l’armistizio con gli alleati. Ora non rimaneva altro che attendere ordini superiori da ufficiali disorientati e frastornati dai messaggi contradditori piovuti da più parti.

La piastrina militare di Renzo Galli
LA FORZA DI DIRE NO
Ad infrangere ogni dubbio, la mattina del 9 settembre, i tedeschi circondarono la caserma con un imponente apparato di carri armati. I nuovi venuti radunarono sul piazzale interno i militari, più di tre mila secondo calcoli attendibili, e senza indugio chiesero un’esplicita dichiarazione di collaborazionismo con l’esercito tedesco. Pochissimi però si lasciarono adescare dalle loro lusinghe. Dopo tre o quattro giorni, tutti vennero caricati su un convoglio di carri bestiame, per essere deportati in Germania.

Prigionieri del terzo Reich hitleriano

La giovane recluta Renzo Galli
LA SELEZIONE
Nel giro di pochi giorni venne effettuata la prima selezione. Gli italiani vennero registrati e schedati in base alla loro professione. Intanto era nata la Repubblica Sociale Italiana con la pressante esigenza di ricostituire un esercito solido ed efficiente. Questa volta furono alcuni ufficiali, spalleggiati da due cappellani collaborazionisti, a sollecitare una risposta per un eventuale rientro in Italia. L’appello cadde però nel vuoto. Quei pochi che accettarono la proposta meditavano già in cuor loro una non improbabile diserzione. Il treno ripartì con destinazione Bonn, dove avvenne l’assegnazione definitiva ai vari campi di lavoro (arbeitskommandos). Renzo fu destinato alla fabbrica Dynamit di Troisdorf (Colonia). Un lavoro duro e sfibrante: carico e scarico di sacchi di carbone, dinamite, cemento e qualche rara volta di patate.

Speziali e De Cesaris, due compagni di prigionia

Momenti di lavoro in Germania nel 1944
LA DURA VITA NEL CAMPO DI LAVORO
Successivamente, soprattutto negli ultimi mesi, i prigionieri vennero adibiti ai lavori di sgombero delle macerie dopo i bombardamenti da parte degli alleati, divenuti sempre più frequenti. La vita nel campo era contrassegnata da un inflessibile rigore: sveglia alle 4/4,30. Chi osava indugiare sul pagliericcio veniva buttato fuori in malo modo a legnate. Dopo una breve permanenza ai servizi, al di fuori delle baracche, cominciava la conta. Meglio comunque non rimanere a letto, anche se indisposti. Un mattino, infatti, un prigioniero che non era stato in grado di alzarsi per recarsi al lavoro era stato prelevato e di lui non si era saputo più nulla. Inutili erano state le ricerche da parte della famiglia alla fine del conflitto. Si suppone pertanto che fosse stato trasferito in un campo di sterminio, passato per il gas e incenerito in un forno crematorio.
I LIBERATORI
Il 4 maggio 1945 giunsero gli americani liberatori. Dopo una sommaria ricognizione, i prigionieri vennero trasportati nel campo di sterminio di Mauthausen e impiegati nel penoso lavoro del recupero delle salme e della riesumazione dei cadaveri sepolti in una fossa comune. Nel campo, rapidamente abbandonato dai nazisti, c’erano però ancora prigionieri in precarie condizioni di salute. Renzo ricorda un uomo, ridotto ad uno scheletro vivente, spirato nel momento in cui venne sollevato da terra per essere soccorso. Terminata questa triste missione, tutti gli italiani vennero riuniti in un campo e a gruppi furono fatti rientrare in patria. Renzo era piuttosto malridotto: pesava circa 45 Kg.

Le tristi immagini dei prigionieri nel lager nazisti

Ruhpolding in Baviera dove vennero trasferiti i prigionieri di guerra nel 1945

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