Sarajevo | 4 Marzo 2018

“Luinesi all’estero”, Diana Cossi in Bosnia Erzegovina segue il progetto di peacebuilding

Una bella testimonianza quella raccontata dalla 27enne di Germignaga, che ci fa scoprire Sarajevo e la Bosnia nelle loro più piccole sfaccettature

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Un’altra testimonianza per “Luinesi all’estero”, la rubrica nata negli scorsi anni, che ancor oggi, periodicamente, continua a raccontare la vita e le esperienze di tutti i cittadini della nostra zona che hanno lasciato Luino per cercar fortuna e lavoro, andando via dell’Italia. Ben quarantasei, finora, i luinesi che hanno risposto alle nostre domande ed altri che ancora devono rispondere.

Oggi siamo andati a fare visita a Diana Cossi che, dopo essersi dedicata per lungo tempo a fare volontariato, aiutando i bambini, ora fa parte del contingente dei Corpi Civili di Pace Italiani a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina. Diana è di Germignaga e dal 2017 segue questo bel progetto, che mira a dare un futuro ad un paese colpito negli anni ’90 dalla guerra, per l’associazione Youth for Peace. Ecco quello che ci ha raccontato.

Raccontaci di te… Quando sei andata via dall’Italia? Dove vivi?

Mi chiamo Diana Cossi, ho 27 anni e sono di Germignaga. Sono parte del primo contingente dei Corpi Civili di Pace Italiani, un programma pilota che permette ai ragazzi tra i 18 e i 29 anni di lavorare un anno all’estero in aree di conflitto, a rischio conflitto o post-conflitto. Il programma è finanziato dal Governo Italiano e segue le regole del Servizio Civile all’estero anche se i progetti sono tutti volti alla prevenzione di conflitti, al peacebuilding e alla riconciliazione. Il mio contratto è iniziato a giugno e, dopo due settimane di formazione a Roma, il 18 giugno 2017 sono arrivata a Sarajevo (Bosnia Erzegovina), dove vivo e lavoro.

Quali motivi ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Sono sempre stata molto attiva sul piano sociale, ho sempre fatto volontariato aiutando i bambini stranieri nei compiti, in S.O.S. Tre Valli, ecc. Mi sono laureata in Mediazione Linguistica e Culturale, era inevitabile quindi che la mia passione per le diverse culture mi portasse a viaggiare. Ho scelto il lavoro del cooperante internazionale e, fin quando non avrò legami, ne approfitto per girare il mondo e conoscere più realtà possibili.

Di cosa ti occupi?

Il mio progetto attuale è sulla riconciliazione e il peacebuilding in Bosnia Erzegovina. Sono sotto Caritas Italiana, ma lavoro con l’associazione Youth for Peace (Mladi za Mir), una piccola ONG gestita da 38 giovani volontari (tra i 18 e i 35 anni) provenienti da tutte le parti della Bosnia Erzegovina e appartenenti a tutte le etnie (croati, serbi, bosgnacchi, altri) e alle principali religioni (cristiani cattolici, cristiani ortodossi, musulmani, ebrei) presenti nel paese. Nel concreto il mio supporto riguarda la scrittura di progetti, la loro gestione. Insegno la lingua italiana e accompagno e traduco per i gruppi, generalmente Caritas diocesane, che visitano Sarajevo, e in particolare li affianco nel tour dei luoghi religiosi organizzato da YfP: infatti la cattedrale cattolica, la cattedrale ortodossa, la sinagoga e la moschea si trovano in un raggio di 200 metri, nel centro storico della città.

Sei impegnata molto con i giovani?

Sono formatore sia nei loro campi educativi per bambini e giovani provenienti da famiglie a rischio o orfanotrofi, sia negli incontri di sensibilizzazione nel territorio e nell’annuale Scuola di Pace estiva. Inoltre aiuto in uno degli orfanotrofi cittadini, il più grande della Bosnia Erzegovina, che ospita un centinaio di minori. A Bjelave mi occupo degli infanti dai 0 ai 2 anni. Infine supporto Caritas Bosnia Erzegovina in un progetto europeo e Caritas Italiana in tutte le attività in cui è coinvolta come ad esempio la raccolta dati, le interviste e la scrittura del nuovo Dossier Caritas “Futuro minato”. Il nostro team è composto, oltre a me dal mio collega Domenico Basile, che è inserito nel mio stesso progetto; la servizio-civilista, Valeria Garrè, impegnata nel supporto alle attività del centro giovanile cattolico; il nostro responsabile, Daniele Bombardi, responsabile Paese di Caritas Italiana per la Bosnia Erzegovina e la Serbia.

Come si svolge il tuo lavoro quotidianamente? 

Il mio lavoro è molto vario, non posso dire di avere una giornata tipo. Viaggio molto, sia per la Bosnia sia per i Balcani seguendo i vari progetti. In generale posso dire che, se non sono sul campo o all’orfanotrofio di Bjelave, faccio un lavoro d’ufficio, ricercando nuovi bandi, trovando nuove idee, scrivendo progetti.

Hai avuto esperienze lavorative in Italia? Se sì, quali differenza hai riscontrato?

In Italia ho lavorato come cameriera appena finito gli studi, poi sono partita per un paio di progetti prima di ritornare e lavorare di nuovo in Italia. Ero referente per l’invio di volontari in Servizio Volontario Europeo per l’associazione di promozione sociale JOINT di Milano. Il lavoro era molto bello e il clima e i rapporti coi colleghi fantastici. Quando sono ripartita ho rinunciato ad un contratto a tempo indeterminato, anche se con un salario ridotto. Purtroppo per me era il momento di ripartire, era quello che sentivo dover fare. Certo di differenze ce ne sono molte, ogni paese dove ho lavorato ha sistemi gerarchici, metodi, usi e tradizioni molto differenti che influenzano il lavoro e la vita professionale, ma devo anche dire che, nonostante abbia sempre lavorato in ONG il mio compito è sempre stato molto diverso e trovare le differenze fra una situazione all’altra, per me, è praticamente impossibile.

Come ti trovi nel paese in cui vivi? Ti sei integrata nella società?

Sarajevo è veramente una città magnifica. Mi trovo molto bene. Ho una vita piena, non solo per il lavoro, ma anche per le amicizie e i contatti che ho qui. I bosniaci-erzegovesi sono estremamente ospitali e hanno una cultura affascinante. Inoltre la Capitale, anche se ha 500mila abitanti è molto attiva e c’è sempre qualche festa o evento culturale. Gli italiani sono benvisti, tutti hanno un parente che ha vissuto o vive in Italia, o ha ricevuto aiuti italiani durante la ricostruzione. Qui dicono che noi, a differenza di altri, anche se portavamo meno soldi, rimanevamo più tempo, parlavamo con la gente, cercavamo il contatto. Ecco perché ci sono molto grati. Inoltre abbiamo una buona connessione anche con la nostra ambasciata, non solo con gli stagisti, ma anche col personale e con l’ambasciatore stesso, che è sempre molto interessato a conoscere il lavoro dei suoi connazionali e supportare, quando e dove possibile.

Com’è vivere nei Balcani?

Non è semplice. I giovani se ne vanno con un ritmo altissimo, fuggono dallo spettro della guerra sempre presente, dalla corruzione, dalla crisi economica (il tasso di disoccupazione giovanile è attorno al 61%), dalla divisione sociale e dal nazionalismo e radicalismo che serpeggiano nella società. Tutto in Bosnia Erzegovina è complicato, tutto è tripartito. Per rispettare le tre etnie: croati, serbi e bosgnacchi… certo per tutti gli altri, come gli ebrei, i rom e le altre minoranze, non c’è spazio, non possono nemmeno essere eletti a cariche importanti all’interno dello Stato perché i posti sono riservati ai rappresentanti delle 3 etnie… ma anche la divisione stessa del territorio è complicata: la Bosnia, infatti, è uno stato federale diviso in Repubblica Serba (a maggioranza serba), Distretto di Brčko (entità autonoma) e Federazione, suddivisa a sua volta in 10 kantoni. Ognuna di queste entità ha un governo. Appare chiara la complessità e la macchinosità del sistema. Per avere dei permessi ci possono volere, letteralmente, anni.

E tu quali difficoltà hai riscontrato invece?

Come in tutti i paesi ci sono grosse differenze culturali. Sicuramente qui hanno un humor molto nero e ci vuole un attimo per abituarsi. Le difficoltà maggiori però arrivano dal passato. I giovani vogliono voltare pagina ma questa tripartizione e tutta la retorica nazionalista non li aiutano. Crescono nell’odio, nella paura, nell’ignoranza dell’altro. A volte discussioni e chiacchierate fra coetanei prendono delle sfumature incredibili ed è molto triste.

In quali altri paesi hai vissuto? Come ti sei trovata dal punto di vista lavorativo?

Prima della Bosnia Erzegovina, ho lavorato un anno in Croazia, sempre in un progetto di riconciliazione, ma coi bambini. Ero molto più a contatto coi beneficiari, un’esperienza totalmente diversa, sia per ambiente, ero in un paesino di 1700 anime sperduto nella pianura croata al confine con la BiH, sia per lavoro, era la mia prima esperienza pratica e la prima che vivevo all’estero. Sicuramente è stata la più dura, dovevo imparare. Sono rientrata nel febbraio 2015 e già in settembre ripartivo per un secondo progetto a Lima, in Perù. Lì ho lavorato coi i bambini lavoratori. È stata un progetto impegnativo, ho dovuto affrontare situazioni molto difficili e ho incontrato storie forti. Credo che sia livello umano sia a livello professionale questa sia stata l’esperienza che mi ha cambiata maggiormente. Il Perù e i peruviano hanno un posto speciale nel mio cuore.

Ti manca qualcosa dell’Italia? Cosa?

L’Italia è il mio paese, è casa mia. A volte manca, e allora preparo un po’ di pizza, faccio il tiramisù (quando e se trovo il mascarpone altrimenti ho una lista bella lunga di prodotti da utilizzare come sostituti…) o i panzerotti. A volte manca parlare una lingua che tutti capiscano, o capire tutto quello che l’altro dice.

E invece, che progetti hai per il futuro?

Sono già alla ricerca di un nuovo progetto. A fine maggio il mio contratto scade e non voglio farmi trovare impreparata. Il mio sogno è andare in Medio Oriente, ma anche tornare in Sud America non mi dispiacerebbe. Per ora, sicuramente, ho bisogno di staccarmi un poco dai Balcani. Certamente però non è ancora arrivato il tempo di fermarsi, quindi, se riesco, passerò un paio di mesi a casa e poi riparto. Dita incrociate!

Pensi che un giorno tornerai in Italia?

Sì, credo proprio di sì. L’Italia, in ogni caso, è il paese dove vorrei farmi una famiglia e dove vorrei passare gli ultimi anni, anche se per ora vedo quel traguardo così lontano.

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