Girare nei “boschi dello spaccio” travestiti da cacciatori, fucile in spalla, per stanare i pusher: tra i carabinieri della Compagnia di Luino sarebbe stata un’abitudine non autorizzata dai vertici, ma conosciuta e di fatto tollerata.
È quanto riporta il quotidiano La Prealpina, in un articolo di Massimiliano Martini, che ha seguito, venerdì 6 novembre, l’udienza del processo con rito abbreviato per la morte di Rachid Nachat, il 34enne marocchino ucciso il 10 febbraio 2023 nella zona delle Cascate della Froda, a Castelveccana, celebrata davanti al gup di Varese Marcello Buffa.
A giudizio c’è l’ex maresciallo che sparò alla vittima, colpendola alla schiena con un proiettile di gomma esploso da un fucile a pompa di sua proprietà. Il suo superiore, un luogotenente, deve invece rispondere di favoreggiamento e depistaggio, perché avrebbe cercato di coprirlo.
Nell’udienza, svoltasi a porte chiuse, sono stati ascoltati alcuni colleghi degli imputati che hanno ripercorso le ore successive al ritrovamento del corpo di Nachat e le regole dei servizi antispaccio.
Nei boschi, è stato spiegato, vigeva una sorta di “patto di non belligeranza”: cacciatori e spacciatori che si incrociavano facevano finta di non vedersi. Per questo i carabinieri avevano iniziato a mimetizzarsi da appassionati di caccia, per raccogliere informazioni sui pusher e successivamente arrestarli. Gli allora vertici della Compagnia hanno precisato che il travestimento era autorizzato, ma non l’uso dei fucili da caccia, ma sostegno del presunto assenso tacito dei piani alti è stata mostrata una fotografia scattata durante un servizio, in cui un militare imbraccia quel tipo di arma alla presenza di un ufficiale.
I difensori, gli avvocati Luca Marsico e Lucio Lucia, hanno poi mostrato anche un’altra immagine, scattata a una cena a base di selvaggina con ufficiali dell’Arma e alcuni pubblici ministeri dell’epoca, durante la quale il luogotenente avrebbe raccontato di aver sparato in aria con il fucile da caccia per dare il via a un servizio antispaccio. Il testimone a cui è stata mostrata la foto avrebbe però detto di non ricordare quel dettaglio.
Gran parte delle domande poste nel corso dell’udienza, riferisce il quotidiano, ha riguardato la raccolta delle prove, poiché al sovrintendente è stato contestato di aver manomesso il corpo del reato e lo stato dei luoghi per allontanare i sospetti dal maresciallo. Un militare della sezione Rilievi avrebbe riferito che, pur essendo stata subito accertata la presenza di due fori di arma da fuoco sulla vittima, fu informato del ritrovamento dei bossoli solo la mattina seguente. Un altro avrebbe invece sostenuto che i bossoli furono repertati correttamente dal luogotenente, con i guanti, contrariamente a quanto afferma l’accusa.
Nel pomeriggio si è poi tenuto il confronto tra i consulenti balistici: per quello dell’accusa il munizionamento “less than lethal” dell’arma da cui è stato esploso il colpo che ha ucciso Nachat è comunque potenzialmente lesivo, mentre per il consulente della difesa la tragedia sarebbe stata dovuta a una cartuccia difettosa, dunque a un evento imprevedibile.
Si è detto soddisfatto dell’esito dell’udienza l’avvocato Marco Romagnoli, legale di parte civile per i familiari di Nachat, secondo cui sono emersi elementi a sostegno delle ipotesi accusatorie. Era stato lui, ricorda Prealpina, dopo la precedente udienza, a rivelare l’esistenza della chat “Mao Hunting” (“caccia al marocchino”), in cui alcuni carabinieri si sarebbero scambiati dei messaggi, riferiti ai pusher dei boschi, del calibro di “sterminiamoli tutti”. Ora, ha spiegato, si attende con ansia l’esame degli imputati, previsto per l’udienza del 21 gennaio. A marzo sono attese la discussione e la sentenza.
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