«Mi sono sentito trattato come il peggiore dei criminali, pur sapendo di non aver fatto nulla che potesse farmi vergognare o farmi sentire colpevole di un reato».
Così Gianpietro Ballardin, sindaco di Brenta, riassume le sensazioni provate negli ultimi dieci anni in rapporto alla sua delicata posizione, prima da indagato e poi da imputato, nella vicenda riguardante la gestione dei soldi del Comando di Polizia Locale del Medio Verbano, al centro di un processo che si è concluso il 7 ottobre in tribunale a Varese con l’assoluzione del primo cittadino dalle accuse di falso e favoreggiamento.
Sentenza che per Ballardin, all’epoca dei fatti presidente dell’Unione di Comuni a cui apparteneva il Comando di polizia locale, equivale alla fine di un lungo calvario, nel corso del quale il sindaco si è sentito abbandonato dal suo partito (il Pd) e strumentalizzato politicamente, anche sul fronte dell’impatto mediatico generato dal suo caso, che all’epoca delle indagini finì sui giornali nazionali e nei servizi dei principali tg.
«La stampa, quando svolge il suo difficile lavoro di informazione, deve rendersi conto di avere un potere mediatico enorme ed estremamente delicato, in quanto interagisce direttamente con la vita delle persone», commenta oggi Ballardin, che ricorda il primo impatto con l’indagine a suo carico: «La tua storia personale viene distrutta insieme al percorso di onestà su cui hai costruito con fatica la tua vita fatta di sacrifici, passione, impegno civile, lunghe azioni di volontariato, assunzione di responsabilità, orgoglio per un vissuto semplice ma gratificante nel rapporto con le persone».
Niente scuse, sottolinea il primo cittadino di Brenta, da chi «ha strumentalizzato ad arte questa situazione. Devo purtroppo prendere atto che si sono notevolmente ridotti certi valori, e che non esiste più un percorso di onestà intellettuale».
Ballardin insiste ancora sulle conseguenze personali del tempo trascorso aspettando che la vicenda giudiziaria venisse chiarita: «Anni molto difficili e che hanno tolto la serenità a me e alla mia famiglia. Anni in cui ho sofferto per una vicenda assurda, male interpretata, e in cui è mancato il necessario supporto morale dei sindaci del consorzio di vigilanza del medio Verbano. Politicamente mi aspettavo una presa di posizione, pur con la prudenza del caso, da parte della segreteria provinciale del Pd. La verità è che sei utile quando rispondi a qualche scopo, ma diventi un problema quando vieni messo, anche se ingiustamente, alla gogna pubblica, e vieni strumentalizzato per la tua dichiarata appartenenza politica».
In conclusione Ballardin torna sulle battute conclusive del processo, sulle parole pronunciate dal giudice alla lettura del dispositivo della sentenza che ha riconosciuto la sua innocenza: «Il fatto non sussiste».
© Riproduzione riservata







Vuoi lasciare un commento? | 0