Italia | 15 Febbraio 2023

Suicidio assistito in Svizzera, chiesta l’archiviazione per gli indagati

La Procura di Bologna rifiuta la tesi della colpevolezza di Marco Cappato e altri due attivisti per la morte in clinica di una 89enne malata di Parkinson. Una decisione che non ha precedenti

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Per la prima volta un procuratore ha chiesto che venga archiviata l’accusa di aiuto al suicidio (articolo 580 del codice penale) nei confronti di un indagato che ha scelto, andando contro la legge, di aiutare a liberarsi definitivamente da atroci sofferenze una persona affetta da una gravissima e irreversibile patologia.

Il caso, nello specifico, è quello di una ottantanovenne malata di Parkinson, accompagnata in una clinica svizzera da Marco Cappato e altri due attivisti, che si erano poi autodenunciati, per accedere al trattamento medico per morire. Ma la Procura di Bologna ha respinto la tesi della colpevolezza, motivando la richiesta di archiviazione con un riferimento che, se accolto dal gip, potrebbe creare un importante precedente.

Il riferimento è alla sentenza sul caso di Davide Trentini, malato di sclerosi multipla, emessa dalla Corte di assise di Genova, che nell’aprile del 2021 portò alla conferma dell’assoluzione dall’accusa di aiuto al suicidio (dopo la precedente sentenza emessa dalla Corte di assise di Massa) di Marco Cappato e Mina Welby.

I giudici posero la questione del rapporto tra il reato configurato dall’articolo 580 del codice penale e il diritto ad una vita dignitosa, riconoscendo legittimo il rifiuto di trattamenti terapeutici (con la conseguente aspirazione alla conclusione della vita da parte del malato pienamente consapevole delle sue scelte) e lecito il ricorso al suicidio assistito. Questo, di fronte a una «malattia che abbia esito certamente infausto, a conclusione di un percorso altrettanto certo di dolore acutissimo e senza fine», in un caso, come quello di Trentini, in cui la permanenza in vita del malato non dipende da «mezzi artificiali di sostegno vitale», cioè di macchinari, già indicati dalla Corte Costituzionale, nella sentenza sul noto caso “Dj Fabo”, tra i requisiti per ricorrere legittimamente al suicidio assistito.

Particolare, quest’ultimo che – come dichiarato oggi da Cappato al quotidiano La Repubblica – rappresenta la possibilità di superare la discriminazione – quando si è davanti alla richiesta di porre fine ad un’esistenza segnata da un dolore insuperabile –  tra chi vive attaccato ad una macchina e chi dipende da farmaci.

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